- Prima distorcono le parole di Matteo Salvini, poi ignorano Trenitalia che scagiona il «cognato della Meloni», infine piangono per la vittoria di Raffaele Fitto sul nuovo Pnrr: questa sinistra, ormai alla frutta, non sa davvero più cosa inventarsi per picconare un esecutivo in salute.
- Il ministro Francesco Lollobrigida non cede: «Nessun abuso o privilegio, treno fermato seguendo la legge».
Lo speciale contiene due articoli.
Errare è umano, perseverare è sinistro: il caso degli attacchi scomposti al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, colpevole di aver fatto il suo dovere di uomo delle istituzioni, è solo l’ultimo episodio della serie horror di critiche al governo non solo assolutamente infondate, ma pure controproducenti per la credibilità politica di Pd, Avs, renziani, grillini e compagnia urlante. Attacchi che hanno l’unico scopo di produrre un po’ di fuffa propagandistica, di creare baruffe social per un paio di giorni, ma che, basati sul nulla, dopo qualche giorno spariscono nel niente.
Il caso del treno di Lollobrigida è già stato ampiamente sviscerato: si accusa il ministro di essere sceso da un treno che aveva accumulato due ore di ritardo. Dal punto di vista formale, nessun problema: «La fermata a Ciampino», ha scritto Trenitalia in una nota ufficiale, «non ha comportato ulteriore ritardo per i viaggiatori, né ripercussioni sulla circolazione, né costi aggiuntivi per l’azienda. Il treno si è fermato poco dopo Roma Termini per quanto stava accadendo in linea e la deviazione via Cassino è stata decisa anche in virtù della fermata già prevista a Napoli Afragola. Dopo la ripartenza», ha aggiunto Trenitalia, «è stata disposta la fermata presso la stazione di Ciampino, dove sono scese le istituzioni presenti a bordo, per poter far fronte a impegni istituzionali».
Lollobrigida, come ormai noto, non era diretto verso Napoli per andare a mangiarsi una bella pizza con gli amici, ma era atteso a Caivano, comune dell’hinterland straziato dalla presenza della camorra, che il governo guidato da Giorgia Meloni sta cercando con ogni mezzo di riqualificare, dal punto di vista sociale, culturale, e pure architettonico. Lollobrigida doveva piantare un albero intitolato a Giovanni Falcone in un parco appena riqualificato, che fino a qualche settimana fa era una piazza di spaccio. Se fosse rimasto a bordo del treno, a Caivano sarebbe arrivato di notte, deludendo chi lo attendeva ma soprattutto lanciando un segnale devastante: un esponente del governo che si presenta con ore di ritardo a un appuntamento così importante. Siamo abbastanza certi che qualcuno da sinistra avrebbe detto: «Lollobrigida doveva scendere dal treno appena possibile e andare a Caivano con l’auto, evidentemente per lui la lotta alla camorra non è una priorità, si dimetta!». Potete scommetterci: sarebbe andata così.
Un altro caso di scuola della assoluta inconsistenza delle opposizioni è quanto accaduto a Matteo Salvini nelle ore immediatamente successive all’arresto di Filippo Turetta. «Bene. Se colpevole», scrive sui social Salvini, «nessuno sconto di pena e carcere a vita». Apriti cielo: quel «se colpevole» scatena una valanga di critiche nei confronti del leader della Lega, non si comprende per quale motivo, considerato che in Italia c’è una Costituzione che prevede che una persona possa essere giudicata colpevole solo da un tribunale. Se proprio vogliamo essere pignoli, ora potremmo anche toglierlo, quel «se colpevole», considerato che Turetta ha successivamente confessato di essere l’assassino della povera Giulia Cecchettin. Ma al momento dell’arresto, e del tweet di Salvini, un uomo delle istituzioni non poteva fare altro che esprimersi in forma dubitativa, altrimenti sarebbe stato accusato di ignorare la Costituzione. La valanga di critiche costringe Salvini a una precisazione: «Per gli assassini carcere a vita», scrive il vicepremier qualche ora dopo il primo post, «con lavoro obbligatorio. Ovviamente, come prevede la Costituzione, dopo una condanna stabilita in tribunale augurandoci tempi rapidi e nessun buonismo, anche se la colpevolezza di Filippo pare evidente a me e a tutti». Precisazione pleonastica, se non fossimo in un Paese dove le sparate propagandistiche delle opposizioni costringono gli esponenti del governo a dover sottolineare l’ovvio.
Altro giro, altra corsa: il Pnrr. Per mesi e mesi le opposizioni hanno accusato il governo di non essere in grado di definire i progetti, e quindi di essere colpevole di far perdere all’Italia i milioni messi a disposizione dall’Europa. Da cronisti avremo letto, e non esageriamo, alcune migliaia di dichiarazioni di piddini, grillini, renziani, calendini e sinistrini all’insegna del catastrofismo. E invece? E invece l’Europa ha dato l’ok a tutte le modifiche presentate dal ministro per gli Affari europei, Raffaele Fitto, che ha gestito in maniera impeccabile un dossier molto complicato ed è riuscito a rimodulare il piano eliminando i progetti irrealizzabili previsti dai precedenti governi e interloquendo in maniera efficace e responsabile con la Commissione europea. Non lo diciamo noi: lo dice la Commissione europea, che, come ha scritto ieri La Stampa, «ha dato l’ok alla maxi revisione di 144 obiettivi del piano. In dirittura d’arrivo anche il pagamento della quarta rata da 16,5 miliardi». E le opposizioni? Nessun commento: quando i fatti parlano, del resto, le chiacchiere stanno a zero.