Nemmeno le elezioni politiche e la fine imminente del mandato di governo hanno fermato le nomine all’ultimo minuto dell’esecutivo. Capita così che proprio ieri sia stata nominata Anna Maria Catino, ex Coni, al dipartimento dello Sport della presidenza del Consiglio. E che qualche giorno fa nel ministero di Giustizia di Marta Cartabia siano stati pubblicati due bandi per la nomina di due nuovi dirigenti. Sono incarichi che non saranno oggetto di spoil system. Il governo che andrà formandosi nelle prossime settimane non potrà metterci mano. In questi giorni si fa un gran parlare di toto ministri, con numerosi articoli sui quotidiani che cercano di informare i cittadini su quali personalità, politiche o tecniche, occuperanno le varie caselle ministeriali. Tuttavia, come sanno coloro che conoscono bene la «macchina amministrativa», il raggiungimento dei risultati strategici da parte dei governi in carica dipende, più che dai vertici ministeriali, dall’alta burocrazia che sarà chiamata a ricoprire gli incarichi dirigenziali di livello generale. È la dirigenza dello Stato a indirizzare l’azione amministrativa nell’attività di gestione. Non è un caso che negli ultimi 2 mesi di fine legislatura, si siano ripetuti gli interpelli (bandi di assunzione) alla presidenza del Consiglio dei ministri come anche nei vari ministeri. Non solo. Non è sbagliato sostenere che negli ultimi venti anni, la maggior parte degli incarichi dell’alta dirigenza conferiti a Palazzo Chigi e nei vari dicasteri, compresi gli uffici di staff, siano stati affidati a gruppi di potere dichiaratamente di «sinistra». Prova ne sia che, negli ultimi due decenni, queste nomine sono passate attraverso l’attento «controllo» di due politici vicini al Partito democratico, come Sabino Cassese e Franco Bassanini.
Basta andare sul sito delle fondazioni che fanno capo a questi due ex ministri della funzione pubblica (l’Irpa di Cassese e la Fondazione Astrid di Bassanini) per scoprire come la gran parte dei più importanti incarichi pubblici degli ultimi anni siano stati dirottati verso coloro che hanno «militato» nell’ambito delle loro fondazioni. Nel comitato scientifico di Astrid si possono trovare anche Giuliano Amato, Bernardo Mattarella, Tiziano Treu, mentre il segretario generale è Enzo Cheli, già vicepresidente emerito della Corte costituzionale. In Irpa troviamo il nuovo responsabile golden power Bernardo Argiolas, il presidente della Serie A Lorenzo Casini già capo di gabinetto ai Beni culturali o ancora Luigi Fiorentino, capo di gabinetto del ministero dell’Istruzione o Carlo Notarmuzi, altro dirigente della presidenza del Consiglio. Tanti sono iscritti al Pd, come Davide Ragone, consigliere giuridico del presidente della commissione finanze e tesoro, o Luca Soda, da ormai 30 anni dipendente a Palazzo Chigi. Non va poi dimenticato l’enorme potere dalla lobby della magistratura amministrativa e contabile che, soprattutto nell’ultima legislatura, ha ricoperto quasi tutti i posti di vertice delle amministrazioni centrali dello Stato, sancendo quella pericolosa commistione di interessi, mai risolta per legge, tra chi dovrebbe esercitare soltanto le funzioni giurisdizionali e stare nelle aule giudiziarie. Peccato che la stessa magistratura non si sia mai interrogata sulle ultime nomine, come quelle dell’uscente ministro della Salute Roberto Speranza, capace di affidare poche settimane fa a un suo ex compagno di liceo (Stefano Lorusso) il ruolo di direttore generale per la programmazione sanitaria. Il nuovo governo a guida Meloni dovrà spezzare le tradizionali logiche di potere per poter governare. Forse sarà utile una riorganizzazione dei dipartimenti o comunque non riconfermare negli incarichi tutti gli uscenti e scansare, più o meno, tutti coloro che hanno ricoperto ruoli apicali dal 2013 in poi. Altrimenti governare sarà molto difficile.
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