Sono almeno otto i serbatoi di benzina e gasolio incendiati a Belgorod, città russa che si trova a soli 40 chilometri dal confine con l’Ucraina, provocati da un attacco attribuito all’aviazione di Kiev. Gli incendi sono stati domati grazie all’intervento di almeno 170 vigili del fuoco coadiuvati da 50 mezzi, secondo l’agenzia stampa russa Tass, dove leggiamo che secondo le autorità russe a colpire sarebbero stati due elicotteri ucraini che hanno fatto saltare in aria i serbatoi qualche ora prima che riprendessero i colloqui online tra le delegazioni di Kiev e Mosca. A proposito dell’attacco ai depositi di carburante di Belgorod, il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha dichiarato «che tutto questo peserà sui colloqui di pace». Il raid sull’impianto petrolifero di Belgorod secondo il ministero della Difesa russo «è stato effettuato da due elicotteri MI-24 delle forze armate ucraine», mentre secondo il portavoce del ministero della Difesa russo, il maggiore generale Igor Konashenkov, «il deposito non riforniva le forze armate russe, ma assicurava carburante destinato esclusivamente al trasporto civile». Ma come avrebbero fatto i due elicotteri ucraini ad eludere le difese russe? Vyacheslav Gladkov, governatore della regione di Belgorod, ha spiegato che «i due elicotteri delle forze armate ucraine, sono entrati nel territorio della Russia volando a bassa quota». Il governatore oltre a rassicurare la popolazione sulla possibile estensione dell’incendio ha anche dichiarato che allo stato attuale non risultano vittime, tuttavia, potrebbero esserci due dipendenti della Rosfnet, l’azienda che gestisce il deposito di carburante, che avrebbero riportato delle ferite.
Kiev, ad ogni modo, ha smentito di aver attaccato il deposito di Belgorod. Un alto funzionario della sicurezza ucraino ha negato le accuse di Mosca: «Per qualche motivo dicono che siamo stati noi, ma secondo le nostre informazioni questo non corrisponde alla realtà», ha detto il segretario del Consiglio di sicurezza ucraino, Oleksiy Danilov, alla televisione nazionale.
A tal proposito i complotti da ore si sprecano: che qualcosa era nell’aria si era intuito da giorni. Martedì scorso era stata diffusa la notizia che gli ucraini avevano distrutto sempre a cavallo della frontiera, un deposito di munizioni ma la notizia non è stata né confermata né smentita. Che siano stati uno o due gli attacchi sul suolo russo, la circostanza dimostrerebbe comunque che l’esercito ucraino è pienamente efficiente oltre che ben armato, tanto che ora contrattacca e lo stesso non si può dire dei russi, che si sono fatti sfilare alcune località nelle vicinanze di Kiev e persino lungo la costa del mar Nero.
Ieri, trentaseiesimo giorno di guerra, è giunta la notizia che gli ucraini avrebbero ripreso il controllo della centrale nucleare di Chernobyl, conquistata mentre il mondo teneva il fiato sospeso per paura di incidenti, nelle prime due settimane di guerra. A proposito di Chernobyl, secondo alcuni testimoni oculari ripresi dalla stampa ucraina, una ventina di soldati russi che avevano scavato incautamente delle trincee nei pressi della centrale nucleare sarebbero stati contaminati da radiazioni e per questo sarebbero stati rimpatriati e ricoverati in una struttura specializzata in Bielorussia. Imperizia oppure nella linea di comando qualcosa non funziona?
Che qualcosa nella catena di comando russa non funzioni è certo e non solo per le 16.000 vittime tra i militari, tra i quali un numero imprecisato di ufficiali e ben sei generali. Il mancato blitz, i problemi sul terreno, la mancata superiorità aerea, senza contare l’aver perso la battaglia dei satelliti, sarebbero alla base dei dissidi sempre più profondi tra Vladimir Putin e il generale e ministro della Difesa Sergej Kuzugetovic Sojgu, riapparso piuttosto dimesso dopo alcuni giorni nei quali tutti si chiedevano dove fosse, ma soprattutto con il capo di Stato maggiore, generale Valerji Gerasimov, che dal 27 febbraio scorso si è visto solo una volta.
Mentre scriviamo a Kiev si combatte e gli scontri non si sono certo fermati nemmeno per la visita della presidente dell’Europarlamento Roberta Metsola, che ha parlato al Parlamento ucraino. Resta drammatica la situazione a Mariupol dove i carri armati russi sparano ancora sugli ultimi edifici rimasti in piedi seguiti dalle telecamere di Russia Today. Secondo l’esercito russo «nei palazzi si nascondevano militanti ucraini», mentre per gli ucraini il video «é la dimostrazione di come i russi colpiscano obiettivi civili». Sempre a Mariupol un primo convoglio di sfollati è riuscito a lasciare la città dove la Croce Rossa internazionale vorrebbe poter entrare, ma è chiaro a tutti che senza un accordo tra russi e ucraini questo non sarà possibile. Sempre ieri l’ufficio del Procuratore generale dell’Ucraina ha reso noto che sono 148 i bambini che sono stati uccisi da quando la Russia ha invaso l’Ucraina mentre altri 232 sono rimasti feriti. Questi dati «non sono definitivi poiché non c’è accesso alle aree di aspri combattimenti e alle aree temporaneamente occupate tra cui Mariupol e alcune parti delle regioni di Kiev, Chernihiv e Luhansk».
C’è però una bella notizia; il vicepremier ucraino, Iryna Vereshchuk, ha reso noto che per ordine del presidente Zelensky, nel tardo pomeriggio di ieri c’è stato il secondo scambio di prigionieri con i russi: liberati 86 soldati delle forze ucraine, tra loro 15 donne.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >