- I razzi a lungo raggio sono pochi e la Russia ha le contromisure. Vladimir Putin: «Nato coinvolta». Sergej Lavrov: «Stiamo liberando il Kursk».
- Intanto Joe Biden sanziona una compagnia europea che favoriva ingressi illegali dal Nicaragua.
Lo speciale contiene due articoli
«L’Ucraina può vincere la guerra». Antony Blinken, segretario di Stato americano, durante la sua visita a Varsavia di ieri, ha assicurato: gli Usa «sono attenti alle richieste» di Kiev, che preme per usare in territorio russo i missili a lungo raggio. In realtà, il rappresentante di Washington, che ha visto Volodymyr Zelensky mercoledì, vorrebbe prima conoscere nel dettaglio i bersagli e i programmi delle forze ucraine. Sarebbe invece caduto il veto di Londra: ieri, il Guardian ha citato «fonti del governo britannico», secondo le quali la resistenza avrebbe ottenuto il via libera a impiegare gli Storm shadow all’interno della Federazione. Tutto ciò può davvero cambiare le sorti del conflitto? Davvero l’Ucraina, così, può vincere la guerra?
Persino la Bbc è scettica. Ieri ha scritto che la luce verde concessa da Downing Street «potrebbe essere un caso di “troppo poco, troppo tardi”». Mosca, infatti, ha preso le contromisure: ha spostato bombardieri, arsenali e altri equipaggiamenti strategici al di là della gittata degli Storm shadow. Almeno, al di là di quella ufficiale, che ammonta a 250 chilometri. Zelensky ha mangiato la foglia: ha lamentato che il «ritardo» degli occidentali sta spingendo i nemici a trasferire al riparo i loro asset militari. In verità, secondo alcuni analisti, le testate Uk sono capaci di spingersi fino a 560 chilometri. Gli Atacms americani, sulla carta, raggiungono i 300. Quali che siano i reali poteri di quei gioielli di tecnologia bellica, sembra che le contraeree russe abbiano imparato a fare i conti con gli aviolanciati di Mbda, schierati nel Donbass da un bel po’.
Ai limiti tecnici si sommano i limiti logistici. Fonti Usa hanno chiarito che una buona parte degli Atacms forniti all’Ucraina è stata lanciata. Adesso, il Pentagono ha la possibilità di spedirne un numero ristretto, se non vuole intaccare le capacità militari degli stessi Stati Uniti. Si può indurre l’industria ad aumentare la produzione. Ma un missile, specie se è dotato di una serie di sofisticati sistemi elettronici, non è una confezione di biscotti; per ampliare le catene di montaggio, i tempi sono lunghi. Forse incompatibili con le urgenze della nazione aggredita.
Un discorso simile vale per gli Storm shadow: ad aprile, il ministero della Difesa inglese aveva annunciato grossi stanziamenti per i razzi, che costano la ragguardevole cifra di 2,2 milioni di sterline l’uno. Tuttavia, benché non sia nota – per ovvie ragioni di sicurezza – l’esatta disponibilità di tali missili, è plausibile che la Gran Bretagna, che ne ha consegnati diversi a Kiev, non ne abbia moltissimi in dotazione. Intanto, si è andata diradando anche la flotta di Sukhoi Su-24, i caccia ucraini sui quali erano integrati gli Storm shadow, che invece non vengono montati sugli agognati F-16, appena spediti a Zelensky. Per quelli, gli americani dovrebbero donare batterie di Jassm, che distruggono obiettivi fino a quasi 1.000 chilometri di distanza. Ma qui entriamo nel campo delle pure ipotesi. Forse della fantageopolitica. Ora, ciò che più preme è la dura quotidianità degli scontri sul campo. E al fronte, la situazione non è rosea per le forze guidate da Oleksandr Syrsky.
Che la sorte del Donetsk sia appesa a un filo è noto. La barbarie, ieri, ha coinvolto pure tre operatori della Croce rossa, uccisi, ha riferito Kiev, da un bombardamento degli invasori. Da diverse ore, poi, la Russia ha avviato un tentativo di riconquista del Kursk, un’operazione che ha colto di sorpresa i reparti ucraini. Il ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, ha dichiarato che l’esercito sta spingendo con sicurezza le truppe nemiche fuori dall’oblast occupato e che avrà sicuramente successo. Il diplomatico ha quindi confermato che dieci villaggi sono stati già liberati. Il Cremlino sa che la Federazione non è al sicuro: il portavoce di Vladimir Putin, Dmitry Peskov, considera «ovvio» che Kiev continuerà «gli attacchi terroristici» contro i civili in Russia. Fatto sta che Zelensky in persona ha dovuto riconoscere che, nel Kursk, è in atto una controffensiva, sebbene abbia garantito, un po’ sbrigativamente, che la reazione era prevista e che essa è «coerente con il piano ucraino».
Rimane un dato ineludibile: con l’incursione di agosto, il «nuovo Churchill» si è giocato il tutto per tutto. Se avvenisse un tracollo nel Donbass e lo zar riuscisse a riprendersi le regioni conquistate da Syrsky, Zelensky non avrebbe nemmeno più «merce» da scambiare al tavolo dei negoziati. Per comprare tempo, dovrebbe sperare che Kamala Harris vinca le elezioni e che prosegua, se non altro, la politica di escalation controllata di Joe Biden. Ecco perché i missili a lungo raggio, più che a sconfiggere i russi, al presidente ucraino servono per spingere noi ancor più dentro la contesa. Al limite, per trasformarla, da guerra per procura, in guerra diretta. Lavrov, ieri, ha denunciato: gli attacchi alla Federazione sono coordinati dalla Nato, che «trasferisce a Kiev i dati della sua ricognizione militare e spaziale». L’influente politologo Sergej Karaganov ha invitato i leader russi a smetterla di fare i finti tonti: «È tempo di dichiarare», ha detto, «che abbiamo il diritto di rispondere a qualsiasi attacco massiccio sul nostro territorio con un attacco nucleare». Anche Putin ha alzato i toni: se Kiev usa i missili a lungo raggio contro di noi, allora «i Paesi Nato sono in guerra con la Russia». Continuiamo a scommettere che sia un bluff?
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