L’Inter batte la Roma 1-0, vince la sfida sul campo e i suoi tifosi vincono quella della contestazione legittima, senza strascichi politicamente scorretti. Insomma, al Meazza è andata come doveva andare e, soprattutto, tanto tuonò il giorno prima che non piovve per nulla il giorno dopo. Romelu Lukaku, agli occhi degli interisti reo di averli traditi la scorsa estate abbandonando la società con una rocambolesca concatenazione di silenzi e illusioni, è stato sonoramente contestato a San Siro con striscioni, cori pepati (ma pare mai discriminatori), e con il suono assordante dei fischietti, per tutta la settimana considerati il pomo della discordia.
Qualche giorno prima della partita era stata annunciato dagli ultras interisti la distribuzione dei famigerati strumenti fischianti per contestare al meglio il loro ex attaccante, fedifrago e fuggitivo, a luglio accostato all’arcirivale Juventus, nella logica tradizionale delle tifoserie di ogni blasone. Ma il timore che il calciatore belga di origini congolesi si sentisse attaccato non per le sue scelte contrattuali di mercato, bensì per la sua appartenenza etnica, ha innescato la barriera protettiva del politicamente corretto imperante, mobilitando il questore di Milano: dopo una riunione del Gos, era stato stabilito il divieto di «introdurre o detenere allo stadio strumenti sonori», facendo leva sul regolamento d’uso dello stadio datato 21 agosto 2021. L’ammenda, per chi venisse immortalato dalle telecamere con un fischietto in mano, potrebbe arrivare fino a 500 euro. Questo in teoria. Nella pratica, persino interisti storici come Walter Zenga e Marco Materazzi si sono dotati degli strumenti sonori distribuiti all’ingresso, non mancando di usarli quando le squadre si sono presentate in campo. Altri supporter avevano persino scaricato un’app per il telefono – si chama Whistle – che consente di replicare il fischio di scherno con una sonorità pressoché identica all’originale. E il rumore si è fatto sentire. Il Meazza pareva una bolgia, al nome di Lukaku, quasi tutta l’arena si è scatenata. Ma nulla di clamoroso è capitato dopo. Anzi. L’attaccante romanista pareva imperturbabile, sorrideva con i compagni di squadra e ignorava i suoi ex tifosi e la sua ex società. Lautaro Martinez, che più di una volta gli è passato di fianco, lo ha ignorato a sua volta, evitando di salutarlo. Scaramucce, nulla più. A riprova che l’acquario protettivo in cui i giocatori di colore vengono loro malgrado forzati in ossequio a ideologie come il Black lives matters (la stessa corrente di pensiero che aveva quasi obbligato i giocatori a inginocchiarsi prima del fischio d’inizio durante gli Europei inglesi del 2021) talvolta è frutto di abbagli, di tentativi di modificare la realtà non per come è, ma per come si vorrebbe fosse. E la realtà andata in onda a San Siro ieri nel tardo pomeriggio è stata quella di una contestazione rumorosa, legittima come nelle migliori sfide tra potenze calcistiche rivali, ma tutto sommato corretta, ben assimilata dallo stesso Lukaku.
Poi c’è stata la partita e la punta della Roma è apparsa poco incisiva. Nella prima frazione di gara i padroni di casa hanno sfiorato la rete in diverse occasioni, trovando un Rui Patricio sempre reattivo tra i pali e un Chalanoglu sfortunato nel colpire in pieno un legno. L’egemonia casalinga prova a essere spezzata dai romanisti, orfani in panchina di Jose Mourinho, squalificato e altro grande ex, stavolta molto amato, con El Sharaawy e Cristante. Ma al minuto 81 la sblocca Thuram, bravo a cogliere il filtrante di Dimarco. 1-0 per l’Inter, e nessun melodramma di stampo razzista.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >