La verità è che non dovremmo stupirci più di tanto: stiamo semplicemente raccogliendo i frutti di decenni di educazione fallimentare. Uno dei primi ad accorgersi del disastro incombente è stato Frank Furedi, professore emerito di Sociologia all’Università del Kent di origini ungheresi, autore nei primi anni Duemila di un saggio importante intitolato Il nuovo conformismo (appena ripubblicato da Feltrinelli come Contro la psicologia). Quel libro descriveva l’emersione e la diffusione della «cultura terapeutica», e mostrava come l’esondazione della psicologia stesse pesantemente danneggiando le nuove generazioni, creando giovani fragili, inadatti ad affrontare le più semplici difficoltà dell’esistenza. Giovani che non tollerano rifiuti e fallimenti, e che possono facilmente diventare violenti nei confronti dei coetanei e degli insegnanti.
In buona sostanza, diceva Furedi, per anni e anni i giovani occidentali – negli Stati Uniti, ma molto spesso anche in Europa – sono stati trattati come se fossero sempre traumatizzati: bambini bisognosi di monitoraggio, aiuto e sorveglianza costante, anche dopo la fine dell’adolescenza. La cultura liberal, dagli anni Sessanta in avanti, ha voluto abbattere l’autorità, ha simbolicamente ucciso il padre (cioè la figura che detta le regole, che stabilisce i limiti) e il risultato sono schiere di ragazzi e ragazze che, privati dei confini e delle limitazioni, non riescono a diventare adulti. Furedi è tornato sull’argomento di recente, in un altro libro intitolato I confini contano (Meltemi), in cui scrive che «l’infantilizzazione degli studenti universitari ha finito per istituzionalizzarsi: spesso i rettori degli atenei trattano gli alunni come se fossero bambini biologicamente maturi, anziché giovani uomini e giovani donne, e danno per scontato che necessitino di un sostegno terapeutico per compiere la transizione dalla scuola superiore all’università. In alcuni casi, l’infantilizzazione è una caricatura di sé stessa: numerosi atenei forniscono agli studenti ansiosi che devono sostenere gli esami teneri giocattoli e cuccioli da accarezzare in stanze appositamente concepite per rilassarsi. La facoltà di Medicina di Harvard e la facoltà di Legge di Yale mettono a disposizione cani da terapia nelle rispettive biblioteche, mentre all’università di Canberra, in Australia, le attività per alleviare lo stress prima degli esami comprendono una fattoria didattica e schiacciare le bolle degli imballaggi pluriball».
Ecco il grande problema, che in Italia ha messo per primo in luce Claudio Risé: la scomparsa del padre, e la conseguente eliminazione dei «confini simbolici».
«I confini», scrive Furedi, «non sono soltanto realtà fisiche e geografiche, hanno anche una forte rilevanza simbolica, grazie alla quale le comunità acquisiscono consapevolezza di sé stesse e del senso d ella loro esistenza. […] Quando i confini simbolici perdono di significato, si arriva a una crisi culturale. Senza la guida offerta dalle frontiere simboliche, per i giovani è difficile compiere la transizione verso l’età adulta». Secondo lo studioso, «i confini simbolici si sono dimostrati essenziali per lo sviluppo del pensiero umano e hanno sensibilizzato le persone a comprendere dove porre sé stesse in relazione agli altri. I confini simbolici offrono agli individui una bussola per i rapporti interpersonali e influenzano il modo in cui è percepita la realtà; trasmettono alle comunità dei criteri per discernere, per fare distinzioni cognitive o di spazio e tempo».
Privi della bussola per orientarsi in un mondo divenuto ferocemente caotico, i ragazzi sono spaesati, e questo li getta in una profonda crisi, e li rende più violenti. Lo ribadisce anche un bel libro appena uscito firmato da Abigail Shrier, firma del Wall Street Journal, e intitolato Bad Therapy (Cattiva terapia). Il sottotitolo del volume è eloquente: «Perché i bambini non crescono». Mary Harrington ne ha ripreso i contenuti su Unherd.com, spiegando che «i bambini e i giovani cresciuti da genitori e educatori che negoziano i confini, convalidano i sentimenti, esplorano i traumi, parlano, immersi nella visione terapeutica del mondo non sono, come si sperava, più felici, più fiduciosi ed emotivamente alfabetizzati. Sono nevrotici, ansiosi ed egocentrici. […] Soprattutto, sono profondamente infelici». L’eliminazione dell’autorità favorita dalla cultura liberal – come già sosteneva Furedi – ci ha condotto «verso un mondo simbolicamente senza padre. E questo ha lasciato il campo a uno stile monoliticamente materno di educazione dei figli: uno stile di educazione, comprensione, cura ed empatia senza limiti», scrive Mary Harrington. «Paradossalmente, però, questo non ha conferito potere alle madri, ma le ha anche private del libero arbitrio. Perché l’allontanamento dall’autorità non ha prodotto una maggiore alfabetizzazione emotiva o anche più gentilezza, ma giovani ansiosi e incontrollati e un campo in espansione di professionisti terapeutici sempre più invadenti».
In Bad Therapy, Abigail Shrier ci tiene a smontare le idiozie partorite dalla mentalità progressista, le stesse che ci hanno portato in questa situazione. «Stabilire dei limiti e punire non traumatizza i bambini. […] Convalidare i sentimenti dei bambini non li fa sentire più sicuri. No, chiedere continuamente ai bambini come si sentono non produce bambini più capaci e sicuri di sé. Tenere conto delle “esperienze avverse dell’infanzia” non produce risultati migliori per i bambini che hanno veramente bisogno di superare le avversità; né lo è offrire ai bambini infinite scelte prive di significato, limitando le loro opzioni a quelle sanificate e prive di rischi».
L’evaporazione del padre ha prodotto figli timorosi e fragili, incapaci di fronteggiare i rischi e le sfide della vita reale, ma pronti a rivendicare con prepotenza quelli che pensano essere i loro diritti. Qualcuno li ha chiamati «fiocchi di neve» per stigmatizzarne la friabilità emotiva. Ma talvolta la neve si indurisce, diventa ghiaccio, e può fare male.
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