Un tempo l’idea che si potesse essere felici anche al di fuori della competizione lavorativa, magari costruendo una famiglia e mettendo al mondo figli, era una banalità veicolata dalla gran parte delle commedie romantiche hollywoodiane. Oggi anche solo accennare a questa possibilità scatena ondate di rabbia senza freni, soprattutto provenienti da sinistra. Breve riepilogo dei fatti. Giovedì la senatrice di Fratelli d’Italia Lavinia Mennuni ha consegnato alle telecamere di La7 il suo pensiero: «La mia mamma mi diceva sempre: ricordati che qualsiasi aspirazione tu abbia – e io volevo fare politica a 12 anni – devi ricordare che hai l’opportunità di fare quel che vuoi ma non devi mai dimenticare che la tua prima aspirazione deve essere quella di essere mamma a tua volta. Questa è una cosa che anche le donne della mia generazione devono ricordare alle figlie». Poi la senatrice ha dettagliato: «Noi donne della mia generazione dobbiamo ricordare alle nostre figlie di diventare mamme. Dobbiamo ricordare loro che esiste la missione di mettere al mondo bambini che saranno i futuri cittadini, i futuri italiani. Dobbiamo aiutare le istituzioni, il Vaticano a rendere la maternità di nuovo cool. Dobbiamo far sì che le ragazze di 18 anni, di 20 anni vogliano sposarsi; i ragazzi di 17, 18, 20 anni vogliano sposarsi e mettere al mondo una famiglia».
Tanto è bastato per alimentare l’ira funesta di una schiera di larga parte dell’opposizione. Chiara Appendino dei 5 stelle ha chiamato in causa l’immancabile ritorno al Medioevo. I senatori del Pd hanno tuonato che «non c’è libertà, rispetto per le donne nell’idea che la maternità sia il loro destino». A ruota si sono mosse attiviste, intellettuali e Concite De Gregorio di ogni ordine e grado: tutte scandalizzate, tutte indignate. Francesca Fagnani, per dire, allibisce poiché la Mennuni invita le fanciulle «a procreare come missione, non a studiare o realizzarsi», come se le cose fossero necessariamente antitetiche. Emblematico, tra i tanti, il commento della scrittrice Chiara Valerio: «Senza voler essere troppo marxisti», ha scritto, «l’asserzione della senatrice Mennuni – la maternità torni cool, deve essere la massima aspirazione delle diciottenni di oggi – equivale alla riduzione dell’essere umano a forza lavoro, con richiesta di volontarietà (aspirazione)».
A ben vedere, le cose stanno nella maniera esattamente opposta. Forse in altre epoche la riproduzione serviva a creare altre braccia per dissodare i campi, era una delle poche risorse a disposizione del proletariato. Ma da parecchio tempo la tendenza si è invertita. La riduzione dell’essere umano a forza lavoro l’abbiamo ottenuta proprio instillando nelle generazioni presenti e passate la convinzione che la famiglia e i figli siano un ostacolo, che ci si debba realizzare soltanto nel lavoro o assecondando immediatamente i propri desideri come in un immenso parco giochi. Ed è un fatto che – più o meno consapevolmente – una parte del femminismo e del mondo progressista abbiano agito come avanguardia rivoluzionaria al servizio del capitale, spacciando per emancipazione e liberazione dalla schiavitù riproduttiva l’isolamento degli individui e la fine dei legami sociali.
I rigurgiti di queste ore sono la cristallina espressione di questa cultura secondo cui si può essere tutto ciò che si vuole, ma non genitori e membri di quella che a sinistra definiscono con disprezzo «famiglia tradizionale». E il motivo è semplice: la famiglia, in quanto luogo della gratuità e «rifugio in un mondo senza cuore», è duramente osteggiata dal sistema dominante. Non è conveniente, non porta sufficienti guadagni.
Sicuramente la senatrice Mennuni avrebbe ottenuto ben altre risposte se si fosse mantenuta su binari più accettabili e convenienti. In pochi l’avrebbero contestata se avesse invitato ragazze e ragazzi (perché si è rivolta a entrambi i sessi, non soltanto alle donne in quanto angeli del focolare) a lavorare come influencer invece di accoppiarsi. Tanti l’avrebbero applaudita se avesse parlato di «diritto alla genitorialità», magari da esercitarsi tramite ricorso all’utero in affitto. E se poi avesse discettato di «diritto all’aborto» da tutelare, sarebbero piovuti altri elogi.
La presunta libertà da difendere a ogni costo si ferma di fronte alla libertà di figliare. Una donna che volesse dedicarsi alla famiglia magari – avendone la possibilità – rifiutando un lavoro retribuito viene considerata nel migliore dei casi una cretina sottomessa, nel peggiore una pazza. Un uomo che volesse fare la stessa cosa sarebbe guardato probabilmente con compassione. Poiché la cultura dell’isolamento ha vinto a ogni livello, ha permeato il senso comune, è divenuta dominante. La scomparsa del Padre simbolico ha prodotto generazioni di eterni bambini che non vogliono diventare genitori, e genitori che intendono continuare a sentirsi bambini. Tutti costoro, privati della forza e dell’autonomia garantite dal fare parte di un gruppo famigliare coeso, restano in balia degli elementi e delle circostanze. Sono individui facilmente sfruttabili, intercambiabili: a disposizione e pronti a tutto, poiché privi di ancore che li saldino alla terra. È esattamente così che il meccanismo dominante ci vuole, e sembra proprio che la gran parte di noi sia ben felice di collaborare invece di rendersi conto del tranello e di tentare di invertire la rotta.
Ovvio: nessuno può pensare di costringere i giovani a fare figli, e di sicuro in Italia non esiste e non esisterà mai l’obbligo di rimanere gravide. Al contrario, esistono enormi difficoltà per chi ha l’ardire di farsi una famiglia ed enormi ostacoli per chi sogna di diventare padre o madre. Una parte di questi impedimenti sono di ordine culturale e meriterebbero d’essere combattuti. Ma se invece si preferisce insistere a dipingere la maternità come un fardello, non c’è problema: siamo liberi perfino di estinguerci con la massima serenità.
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