Da quattro generazioni nascono con la camicia. Una vocazione, una passione, un amore che ormai fa parte della famiglia Candido fin dal 1931, quando Giovanni, il fondatore, dà vita alla prima industria di camicie. «Ha iniziato mio nonno -racconta Fabio Candido, presidente di Fenicia, l’azienda siciliana proprietaria del marchio Camicissima e da poco del 100% del brand Nara Camicie – ha proseguito mio padre Gaspare, poi è toccato a me e a mio fratello Sergio, amministratore delegato, e da sette anni anche mio figlio Gaspare, nome come da tradizione». Ed è il nome, dell’azienda, che a un certo punto cambia. «All’inizio si chiamava Azienda Confezioni Candido ma mio nonno si rese conto velocemente che era rischioso perché a portare quel cognome erano in tanti; decise allora di creare un brand e nacque Fenicia, registrato tantissimi anni fa».
Novant’anni e non sentirli, in pratica. Anzi, uno sprint e un entusiasmo che non hanno conosciuto battute d’arresto nonostante il momento vissuto.
«Acquisendo Nara Camicie ci siamo fatti il regalo di compleanno».
Perché Nara?
«Perché noi siamo 100% uomo, Nara è 80% donna dunque perfettamente complementare. L’obiettivo mio e di mio fratello era quello di diventare leader nella camiceria. Nara, a sua volta, era leader nella camiceria da donna dal 1984. Non potevamo lasciarci scappare una occasione del genere».
Quindi con voi nasce qualcosa di completamente diverso?
«Esatto. Ma non vogliamo dimenticare chi ha seguito e curato questo brand negli anni passati. Non avevano eredi ma la necessità di trovare qualcuno che continuasse. La loro voglia era di rinnovare non di chiudere il marchio. Noi lo facciamo con un criterio molto moderno».
Anche per voi ci sono state delle svolte precedenti.
«Sì, quando nel 2004 nasce Camicissima ed entriamo nel mondo del retail. Da sempre eravamo nel wholesale poi abbiamo capito che il mercato stava cambiando decidendo così di trasferire tutte le nostre conoscenze in un marchio nostro. Siamo stati licenziatari di Christian Dior, Nina Ricci, Krizia Uomo, Pierre Balmain e Pierre Cardin per tanti anni, seguivamo produzione e distribuzione nelle boutique di tutto il mondo. Questo anche per le camicie Fenicia di nostra produzione, in tutte le boutique italiane di livello alto. Abbiamo trasferito tutto in Camicissima che oggi vanta 360 punti vendita nel mondo in 18 paesi di cui 120 in Italia (80 diretti 40 in franchising) e 180 punti vendita in Cina. Nara, 120 negozi tra Italia e estero (35 punti vendita in Giappone)».
In che modo avete messo mano in Nara Camicie?
«Abbiamo fatto dei focus group, per cercare di capire cosa la clientela voleva o non voleva, quale era la considerazione di Nara e abbiamo capito che la necessità più urgente era rifare immediatamente l’immagine del negozio oltre a ampliare e rimodernare la collezione. Da dicembre 2020 siamo partiti con la riprogettazione del punto vendita in piazza Cavour a Milano perché l’ultima volta che in Nara erano stati fatti dei cambiamenti era ill 2000. Di solito nel nostro settore ogni sette anni c’è una ristrutturazione dell’immagine del layout, in questo erano rimasti al vecchio concetto che ormai non andava più. Abbiamo capito che la clientela, affezionatissima al brand, voleva acquistare ma non trovava il prodotto adatto».
Altre iniziative?
«A Milano sono previste altre tre aperture, una in corso Vittorio Emanuele, restyling del negozio Nara Camicie già esistente, e due in Buenos Aires; in seguito approderemo a Como e a Venezia. Vorremmo approcciare anche i mercati esteri, non ancora esplorati da Nara Camicie, come Medio Oriente, Est Europa e Africa, e arrivare nei principali scali internazionali».
Nara è ora un vero total look.
«Sì, ma la camicia, bluse o top rappresenteranno sempre il 60% dei prodotti all’interno del negozio. Il resto giacche, pantaloni, abiti, capi veloci. Noi vogliamo vestire la donna dalla mattina, all’aperitivo fino alla sera. E ci vogliamo arrivare in maniera semplice senza imporci come fashion o prodotto modaiolo. È un brand molto aperto, per tutti, non siamo rock e non lo saremo mai. Ma si pizzica, con abitini e pantaloni in ecopelle. Parliamo sempre di capi concreti e reali».
Qual è il vostro valore aggiunto?
«Cultura nel mondo della camiceria di ben novant’anni, cultura nella vestibilità, nei tessuti e nei particolari così come nei negozi, la cura verso il cliente. Ci siamo detti, non siamo gli unici a vendere camicie ma se ne vendiamo così tante un motivo ci deve essere a prescindere dal prezzo e dalla convenienza: è ottimo il rapporto prezzo qualità e ottimo il servizio al cliente».
Quante camicie producente all’anno?
«Superiamo i due milioni di camicie che produciamo in Italia per l’80%, molto in Veneto e in meridione; in Toscana facciamo la maglieria, pantaloni in Puglia ma anche in Europa.
Avete risentito della pandemia?
«Anche tanto. La chiusura non ti permette di avere l’aggancio con il cliente, internet ti aiuta ma non potrà mai compensare quello che si fa nei negozi. Abbiamo potenziato la parte online perché anche in un periodo triste la gente continuava ad acquistare, aveva bisogno di gratificarsi».
Cosa c’è nel futuro?
«Eravamo convinti che fosse più difficile la gestione di una nuova azienda. Non è una passeggiata però non è detto che da questa esperienza non ne possiamo fare un’altra. Ci sono tante aziende che oggi, dopo la pandemia, hanno delle deficienze a livello commerciale e strutturale. O hai una certa dimensione o non ti puoi permettere determinati uffici a cominciare da quello estero. Devi avere una struttura e molti non sono in grado di crearla. Non siamo interessati solo alle camicie, potrebbero essere anche aziende che fanno pantaloni o altro. Ciò che conta è che abbiano una specializzazione. Qui lo dico e qui lo nego, però».
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