Si aggrava di continuo il bilancio delle vittime del violento terremoto che ha devastato la Turchia e la Siria lunedì scorso. Mentre scriviamo il drammatico conteggio è arrivato a oltre 11.236 morti dei quali almeno 8.574 in Turchia e 2.662 in Siria, oltre ad un numero imprecisato di feriti che comunque è superiore a 25.000. Spaventoso anche il numero delle persone che hanno perso la loro casa: solo in Siria secondo le prime stime dei media statali citati dal Guardian, sono 298.000 ma il dato è riferito solo alle zone sotto il controllo del governo, e non a quelle controllate da altre fazioni nel Nord-Ovest del Paese, che è vicinissimo all’epicentro del terribile sisma.
Mentre la Turchia ha cominciato a ricevere gli aiuti internazionali provenienti da 65 Paesi, nella martoriata Siria di aiuti ne sono arrivati pochi. Ma perché? Le ragioni sono strettamente connesse alla guerra civile che dura ormai da 12 anni: da una parte il governo di Bashar Al Assad è oggetto di sanzioni da parte dei Paesi occidentali che ritengono che così il regime possa cadere e di conseguenza si chiuda la guerra civile; mentre dall’altra, il Nord-Ovest della Siria è saldamente nelle mani dai ribelli. A peggiorare la situazione c’è il fatto che oggi è complicatissimo arrivare fin lì con i vecchi canali, ovvero passando dal Sud della Turchia, che in questo momento è stato squarciato dal sisma. I siriani stanno ricevendo aiuti da Russia, Iran, Bahrain, Emirati, Pakistan, Algeria, Mauritania, Sudan, Corea del nord, Giordania, Egitto e Tunisia mentre gli Emirati Arabi Uniti, l’Iraq, l’Unione Europea, il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno ribadito il loro secco «no» a togliere le sanzioni o a ridurle, anche se solo per tutta la durata dell’emergenza terremoto. Alla base di questa decisione c’è il timore (peraltro fondato) che Bashar Al Assad come fatto in passato finga di cooperare per poi utilizzare i fondi e gli aiuti per scopi diversi. Inevitabile che la polemica investisse l’Ue, secondo alcuni rea di non considerare le indicibili sofferenze della popolazione civile siriana.
Di tutto questo ieri ha parlato Janez Lenarcic, commissario Ue per la Gestione delle crisi, che ha dichiarato: «Respingo categoricamente le accuse secondo cui le sanzioni dell’Unione europea hanno alcun impatto sugli aiuti umanitari». L’Ue fornirà assistenza umanitaria di emergenza per un valore di 6,5 milioni di euro. Lenarcic ha affermato che gli Stati membri sono stati incoraggiati a contribuire. Ma, a quanto pare, senza alcun impegno. Inoltre c’è il problema che con le sanzioni i soldi non possono arrivare e a pagare il prezzo sono gli inermi siriani che hanno visto il proprio Paese trasformarsi in un vero inferno. Tra coloro che chiedono la revoca delle sanzioni ci sono i Francescani al servizio della terra Santa che hanno lanciato un accorato appello alla comunità internazionale: «Chiediamo il vostro sostegno e il vostro aiuto, ma soprattutto lanciamo un appello affinché si tolgano le sanzioni alla Siria, perché si possa ricostruire e si possa soccorrere chi è nel bisogno». Stessa richiesta ha fatto padre Francesco Patton, custode di Terra Santa: «I nostri confratelli stanno facendo un lavoro straordinario di accoglienza nelle nostre strutture più solide, tanto che nella sola Aleppo stiamo accogliendo e assistendo più di 2.500 persone. Ma è solo una goccia nell’oceano». Poi padre Patton ha evidenziato come «gli aiuti internazionali sembra stiano andando tutti in Turchia e che la Siria sia tagliata fuori dal circuito internazionale proprio a causa delle sanzioni in vigore da parte di Usa e Ue che sono disumane e immorali. Trovo scandaloso che in un momento del genere, così tragico, non si sia capaci di rimuoverle o sospenderle». Altro aspetto da non sottovalutare nella questione degli aiuti alla Siria è il fatto che non c’è certo la fila da parte delle organizzazioni internazionali di ricerca e soccorso di lavorare nel Nord-Ovest della Siria che è come noto un territorio controllato dal gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham.
A proposito di polemiche: in Turchia le proteste per la lentezza e l’inadeguatezza dei soccorsi hanno raggiunti livelli altissimi specie sui social network tanto che ieri pomeriggio il governo turco ha in gran parte bloccato l’accesso a Twitter nel Paese. Non solo: la polizia turca ha arrestato almeno 18 persone e ne ha fermate cinque dopo quelli che sono stati descritti come «post provocatori» sui social media sul terremoto in Turchia. Lo ha riferito un tweet della stessa polizia turca, che ha anche parlato di «202 gestori di account che hanno pubblicato post provocatori sul terremotoidentificati». Per tentare di riprendere il controllo della situazione Recep Tayyip Erdogan si è messo in viaggio verso le zone più colpite dal disastro e secondo l’agenzia Anadolu «dovrebbe recarsi prima nel centro di Kahramanmaras, poi nel distretto di Pazarcik e infine ad Hatay». Il presidente turco è furente con i responsabili della macchina dei soccorsi tanto che ha dovuto riconoscere in parte problemi: «Inizialmente ci sono stati problemi negli aeroporti e sulle strade, ma oggi le cose stanno diventando più facili e domani sarà ancora più facile. Abbiamo mobilitato tutte le nostre risorse e lo Stato sta facendo il suo lavoro». Erdogan ha anche parlato della ricostruzione che secondo lui sarà rapidissima.
Ieri, in serata, il premier Giorgia Meloni ha annunciato che i vigili del fuoco italiani in Turchia «sono riusciti a salvare due ragazzi in due distinte operazioni di soccorso ad Antiochia e stanno lavorando per trarre in salvo altre persone». Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha invece rivelato che tra i dispersi ci sarebbe una famiglia italiana di origine siriana.
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