Dopo un mandato segnato dai disastri. Biden si ricandida: «Finire il lavoro»
Joe Biden (Ansa)
  • Il presidente dem ha sulla coscienza la débâcle afgana, che ha ringalluzzito le autocrazie. Come si è visto a Kiev e Taiwan. Sul fronte interno inflazione e migranti sono fuori controllo. Mentre i sondaggi lo bocciano.
  • Rupert Murdoch si libera dell’anchorman che parlava di voto truccato. Primarie repubblicane verso una sfida a tre.

Lo speciale contiene due articoli

È ufficiale. Joe Biden ha annunciato ieri la sua ricandidatura alla presidenza degli Stati Uniti d’america. «Questo è stato il lavoro del mio primo mandato: lottare per la nostra democrazia», ha detto in un video, tacciando di estremismo i sostenitori di Donald Trump. «Quando mi sono candidato quattro anni fa, ho detto che siamo in una battaglia per l’anima dell’America e lo siamo ancora», ha continuato. «Questo non è il momento di essere compiaciuti. Ecco perché mi candido alla rielezione», ha concluso. Insomma, a 80 anni suonati l’inquilino della Casa Bianca ha formalizzato la sua nuova discesa in campo. E ciò porta inevitabilmente a fare un bilancio di questi primi due anni di presidenza. Due anni che, a ben vedere, risultano tutt’altro che ricchi di successi. E pensare che, ancor prima che si insediasse, Biden fu salutato da una fanfara mediatica su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vogue America scrisse che, grazie a lui, gli «adulti» sarebbero tornati alla Casa Banca, mentre da noi frotte di «esperti» preconizzavano che avrebbe rilanciato il ruolo internazionale degli Usa. Mai previsioni si rivelarono più errate.

Durante la campagna elettorale del 2020, Biden aveva promesso che, con lui, l’America avrebbe fatto il proprio ritorno sulla scena mondiale e avrebbe inferto un duro colpo alle autocrazie. È successo l’esatto contrario. La disastrosa evacuazione dall’Afghanistan del 2021 ha indebolito la capacità di deterrenza degli Usa. Non a caso, poco dopo quella débâcle, Pechino ha iniziato a violare lo spazio aereo di difesa di Taiwan, mentre Mosca ha intensificato l’ammassamento di truppe che avrebbe poi portato all’invasione dell’Ucraina. Non solo. Da quando Biden è presidente, Washington ha perso influenza sia sull’America Latina sia sul Medio Oriente. Col suo improvvido tentativo di ripristinare il controverso accordo sul nucleare iraniano, l’inquilino della Casa Bianca ha infatti isolato Israele e spinto i sauditi tra le braccia di russi e cinesi. Infine, anche per cercare di risolvere la crisi energetica, che lui stesso aveva contribuito a creare con le sue politiche, l’attuale presidente ha allentato le sanzioni al Venezuela e revocato le restrizioni a Cuba: due Paesi che, oltre a essere retti da regimi dittatoriali, spalleggiano l’invasione russa dell’Ucraina. Risultato: non solo Washington oggi è più isolata rispetto a due anni fa, ma le autocrazie non se la passano poi così male.

Non va meglio sul fronte economico. A giugno l’inflazione negli Stati Uniti ha raggiunto il picco nell’arco di ben 40 anni: una situazione in gran parte dovuta al mega pacchetto di aiuti per il Covid da 1,9 trilioni di dollari, che il presidente siglò nel marzo 2021 su pressione della sinistra dem.

Un altro record negativo del presidente riguarda l’immigrazione. Lo scorso anno fiscale si è infatti concluso con il massimo storico di arrivi clandestini al confine meridionale con il Messico (2,3 milioni di persone: un considerevole aumento, rispetto agli 1,7 milioni dell’anno precedente). Come si è arrivati a questo? È presto detto. In campagna elettorale, Biden aveva promesso di invertire la rotta severa di Trump sul tema migratorio. Risultato: milioni di disperati si sono sentiti incoraggiati a cercare di entrare illegalmente nel Paese, mentre il presidente si è ritrovato sotto il fuoco incrociato dei repubblicani (che lo accusano di lassismo) e della sinistra dem (che lo taccia di scarsa discontinuità rispetto alle politiche del predecessore).

E vogliamo parlare del fronte energetico? Nell’ottobre 2020, Biden promise «la transizione dall’industria del petrolio». Eppure, a marzo scorso, ha dato l’ok a un mega piano di trivellazioni in Alaska, che sarà gestito dal colosso petrolifero ConocoPhillips. Senza trascurare che, ad agosto 2021, implorò l’Opec di aumentare la produzione di greggio. Infine, l’allora candidato dem si era impegnato a unificare l’America divisa. Peccato che, da quando è alla Casa Bianca, non ha fatto che tacciare i repubblicani di estremismo, arrivando a delegittimare la Corte suprema quando non ne condivide le sentenze (come accaduto l’anno scorso sull’aborto). Tutto questo per non parlare di Kamala Harris: anche lei celebrata anzitempo a dismisura, la vicepresidente si è rivelata un conclamato fallimento nella gestione internazionale della crisi migratoria, nei dossier di politica estera e nei rapporti con il Congresso.

Rispetto agli anni di Trump, l’America oggi è più isolata, ugualmente divisa, con un’inflazione altissima e una crisi migratoria senza precedenti. Inoltre, secondo un sondaggio di Nbc News pubblicato domenica, se il 60% degli elettori è contrario alla ricandidatura di Trump, il 70% pensa lo stesso della ricandidatura di Biden. Non solo: negli ultimi quattro mesi sono emersi segnali di opposizione al presidente da parte di alcuni settori degli apparati governativi e d’intelligence, mentre vari esponenti del Partito democratico hanno mostrato recentemente freddezza nei suoi confronti su vari temi (dalla questione degli oggetti non identificati abbattuti in febbraio, allo scandalo dei documenti classificati). Insomma, le fanfare mediatiche hanno sbagliato clamorosamente. Dati e fatti alla mano, Biden si è rivelato probabilmente il peggior presidente americano degli ultimi 50 anni (evitiamo di dire 100 per carità cristiana). Ed essere riconfermato per lui non sarà affatto semplice.

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