Mimmo Pesce
L’ospite-tifoso di Telelombardia Mimmo Pesce: «Ho parlato dell’handicap di mio figlio con il sorriso. Il Napoli ormai è fuori dalla lotta scudetto. Io superstizioso? No, ma il cornetto lo uso...».
Negli ultimi anni, Qui studio a voi stadio ha trovato in Mimmo Pesce - all’anagrafe Domenico Pesacane - uno dei suoi volti più riconoscibili e iconici. Le sue telecronache colorate, il legame diretto con il pubblico e la capacità di raccontare il calcio come se fosse allo stadio o al bar lo hanno reso un punto di riferimento per i tifosi e un fuoriclasse del ruolo. Ma Pesce non è soltanto il personaggio televisivo: è anche padre di Tommaso, un ragazzo autistico, e autore del libro Mio figlio è uno sgusciato.
In questa intervista racconta il suo percorso tra calcio e televisione, mettendo a fuoco anche l’uomo dietro una delle maschere più popolari e apprezzate del tifo italiano.
Nella tua bio su Whatsapp ti definisci «una grandissima testa di calcio».
«Esatto, proprio grandissima. Io credo di essere la più grande vera testa di calcio vivente. Anzi, l’unica. Poi, attenzione: il mondo del calcio è pieno di grandissime teste di calcio, è chiaro. Però ci sono i fuoriclasse e io sono l’esempio vivente».
Quindi non è una definizione casuale.
«Ma sì che è casuale. Le idee vengono così, non è che c’è un motivo. La mia ironia è evidente: io vivo sull’ironia, tutti i giorni. Però è anche una definizione che si presta a tante letture. Ed è questo che mi diverte».
A proposito di fuoriclasse: il direttore Fabio Ravezzani ti ha definito «il personaggio più caratterizzante di tutta la banda». Che effetto ti fa?
«Mi ha sorpreso e mi ha commosso, lo dico sinceramente. Non finirò mai di ringraziarlo, perché è evidente che lui ha saputo tirare fuori il meglio di me. Ha capito che quel tipo di approccio al calcio poteva essere una chiave interessante. E solo una persona intelligente può farlo».
Quanto ha contato il suo modo di lavorare per permetterti di esprimerti senza filtri?
«Tantissimo. Lui è una spalla straordinaria, non ha nulla da invidiare alle grandi spalle della storia televisiva. Sa leggere la situazione, sa stare dentro l’improvvisazione. E con uno come me, che punta tutto su quello, è fondamentale».
Ravezzani ha annunciato che lascerà a fine anno. Come l’hai presa?
«Male, molto male. Con lui ho un rapporto importante, per certi aspetti unico. È una persona che mi piace anche fisicamente - l’ho sempre detto - quindi c’è pure un’attrazione fisica che non nascondo».
Bene. Ho già capito che la difficoltà maggiore di questa intervista sarà far emergere il tuo tono ironico.
«Eh sì è molto difficile. Ma a parte le battute, mi dispiace davvero. Faccio fatica a credere che succederà. Dovrò farmene una ragione. Poi certo, dipenderà anche dal futuro: se dovesse esserci un cambio di linea editoriale, non so se il mio approccio sarà ancora in linea. Io continuerò a fare quello che ho sempre fatto. È una parte del mio essere. E finora ha funzionato».
Una delle cose che ti caratterizzano di più è l’improvvisazione. È davvero tutto non scritto?
«Assolutamente sì. Me lo chiedono spesso quelle tre o quattro persone all’anno che mi fermano per strada - sempre per strada, mai in un luogo chiuso - e pensano che ci sia uno script. Invece no. È tutto improvvisazione ed è legata a come imposto io il personaggio, alla situazione e alla capacità del direttore di capire al volo dove voglio andare a parare».
È una cosa che si può imparare?
«È difficilissima. Devi cogliere tutto in una frazione di secondo. Io dico sempre: o ce l’hai o non ce l’hai. Se ce l’hai sei fortunato, se non ce l’hai fai molta più fatica».
Capita mai che una gag ti resti «in canna»?
«Spessissimo. Magari hai pensato una cosa, poi c’è un gol, un episodio, e quello che avevi in mente diventa irrilevante. Un’altra capacità è capire i momenti: non puoi andare avanti tre ore a fare gag. Ci sono momenti in cui devi stare zitto. E questo lo impari serata dopo serata».
Prima della tv che tipo di gavetta hai fatto? Palco, cabaret?
«No, attenzione. Io non sono un comico. Fare il comico è una cosa seria. Io non ho mai fatto un monologo in vita mia, non ne sarei capace. Per rispetto dei comici, io mi definisco un simpatico cialtrone».
Eppure molti pensano tu abbia studiato recitazione.
«C’è persino una biografia online che dice che ho frequentato il Cta di Milano (Centro teatro attivo, ndr). Mai fatto. Ho fatto le recite in oratorio, quelle sì. E ho fatto il presentatore, la spalla».
E come nasce il Mimmo Pesce che conosciamo oggi in tv?
«In modo del tutto casuale. A un pranzo mi chiesero per che squadra tifassi. Dissi Napoli e mi proposero di fare il tifoso in trasmissione. Poi le telecronache. Sempre caratterizzate, mai classiche. È la mia prerogativa».
Tu hai scelto di raccontare con ironia e leggerezza non solo il calcio, ma anche la storia di tuo figlio autistico.
«Sì, innanzitutto perché non mi piace piangermi addosso. Poi perché ho cercato di dare attraverso questo libro, in cui parlo di mio figlio Tommaso e del suo handicap, una chiave un po’ più leggera che possa in qualche modo sollevare anche me stesso da un’angoscia che comunque c’è. Non è che sorrido tutto il giorno pensando al problema, ci mancherebbe. Ma cerco di viverla in maniera che allevi un po’ il pensiero».
È naturale quindi, per te, riversare questa leggerezza su un argomento come il calcio.
«Assolutamente. È chiaro che per me il calcio diventa un momento ancora più leggero. Soprattutto per chi lo vive quotidianamente come me. E in Italia ci sono più di 600-700.000 famiglie con una persona autistica».
Da telecronista tifoso come hai vissuto la vittoria degli scudetti del Napoli?
«Se me l’avessero detto dieci anni fa avrei fatto una pernacchia. Pensavo di non provare mai più una gioia così. Invece è successo».
Quest’anno c’è margine per rientrare in corsa?
«Assolutamente no».
Scaramanzia?
«No. Non sono scaramantico. Non credo ci siano proprio i presupposti perché questo possa succedere, anche perché i punti di distanza dall’Inter cominciano a essere tanti. D’altronde, vincere due scudetti di fila sarebbe qualcosa di pazzesco. Bisogna sapersi accontentare. Vincerne due in tre anni va benissimo. Ma se per caso, dovessi essere smentito, farò ammenda e sarò l’uomo più felice del mondo».
A proposito, che rapporto hai con la scaramanzia in generale?
«Ma no, queste robe medievali dai. Il cornetto, il sale, il malocchio, il mandolino, sono gli stereotipi del napoletano, Basta con questa cosa. Lasciamole agli altri. Poi certo...».
Cosa?
«Io il cornetto ce l’ho sempre con me. Lo uso eccome. E uso pure il sale. Tanto sale. Tantissimo sale dietro le spalle. Non parliamo poi del gatto nero…».
Ok, ci sono cascato. Me l’hai fatta…
«Ma no, è che sai, se mi attraversa la strada un gatto nero, io cambio strada. Ma queste robe medievali, lasciamole agli altri».
E con i social network che rapporto hai?
«Direi fantastico. Sono un influencer di prima categoria. Basta andare sui miei profili per vedere che numeri incredibili. Ho qualche decina di follower e peraltro ci conosciamo tutti al punto che li ho riuniti in un gruppo Whatsapp».
Quei «ben 78 follouer» che qualche anno fa hai dichiarato di avere su Facebook non sono aumentati?
«No, anzi. Sono addirittura diminuiti perché 7-8 sono purtroppo venuti a mancare per anzianità».
È un mondo che ti piace seguire o preferisci rimanerne fuori?
«Come tutti, mi sono fatto tirare dentro questo vortice dei social. Però, nonostante i miei innumerevoli sforzi di pubblicare, postare storie, vedo che non riesco a sfondare. Peccato, perché sennò io sarei - scrivilo mi raccomando - un grande influencer. Anzi, la più grande testa influencer».
Cosa ti manca per diventarlo?
«Credo sia come con le piante, devi avere il pollice marrone - ehm verde volevo dire - e se non ce l’hai la pianta muore. Mi mancano quei milioni di follower che mi permetterebbero di fare la differenza. Sono stato sollecitato ad aprire un canale Youtube, ma mi rendo conto che con il atteggiamento umoristico e un po’ fuori dagli schemi, non so se potrei fare presa in questo mondo di youtuber. Soprattutto nel calcio, dove la prerogativa è darsi addosso, parolacce, inveire».
C’è un calciatore a cui sei particolarmente affezionato, magari non tanto per un gol, ma per un aneddoto o un soprannome che gli hai dato?
«Certo. Uno che mi ha aiutato tantissimo è Faouzi Ghoulam».
Perché?
«Perché per me è stato un calciatore sfortunato, oltre che un grandissimo laterale sinistro, e il suo soprannome è diventato il mio cavallo di battaglia. Infatti ancora adesso, quando quei 3-4 all’anno che mi fermano per strada una delle cose che mi dicono è “goulammamt”».
È diventato il tuo tormentone quindi.
«Esatto e mi piace molto. Non ha niente a che vedere ovviamente con l’offesa, precisiamo».
Va bene Mimmo, ti ringrazio.
«Posso fare un appello finale?».
Certo, vai.
«A Fabio Ravezzani. Caro direttore, la pensione non fa per lei. Ci ripensi, lei è ancora giovane e ha ancora molto da dare a questo mondo. Che aggiungere? Non è che poi diventa una roba patetica?».
«Ci ripensi», l’hai già detto?
«Ci ripensi, bravo. Non l’avevo detto. Ci ripensi. Non andare in Grecia, la Galizia può aspettare. Ma scrivi che l’ho detto con la voce rotta dalla commozione».
Ma la Galizia è in Spagna.
«Ah, non è in Grecia?».
Stavolta pensavi di fregarmi, eh?
«Eh eh, queste gag sono il mio pane quotidiano».
Ok. Adesso tocca chiudere e, visto che non sei scaramantico, in bocca al lupo per la prossima partita del Napoli.
«E “goulammamt”».
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2026-02-09
Dimmi La Verità | Giorgio Gandola: «Sanremo: Andrea Pucci non è di sinistra e quindi dà fastidio»
Ecco #DimmiLaVerità del 9 febbraio 2026. Ospite Giorgio Gandola. L'argomento del giorno è: "Le polemiche per il ritiro da Sanremo del comico Andrea Pucci".
Stefania Constantini e Amos Mosaner superano gli Stati Uniti ai Giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Dopo le sei medaglie di domenica, la quarta giornata azzurra si apre con il successo di Constantini e Mosaner contro gli Usa e la qualificazione alla semifinale. Bene l'hockey femminile con la vittoria sul Giappone e il passaggio ai quarti di finale. Delusione invece nella combinata maschile di sci con Franzoni e Vinatzer fuori dal podio e nello slopestyle con il decimo posto di Gasslitter. Dopo la brutta caduta Lindsey Vonn è stata sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra.
La giornata dopo l’exploit. Dovessimo assegnare un titolo al quarto giorno di competizione dei Giochi invernali per quanto riguarda l'Italia, sarebbe proprio questo. All’indomani delle sei medaglie che hanno acceso l’Olimpiade azzurra, il lunedì di Milano-Cortina 2026 ha riportato tutti dentro la normalità della competizione: qualche sorriso, più di una delusione e una serie di risultati che raccontano un’Italia ancora protagonista, ma costretta a fare i conti con la durezza del programma olimpico.
La notizia più attesa era la combinata a squadre maschile di sci alpino. Giovanni Franzoni aveva fatto il suo, chiudendo la discesa con il miglior tempo sulla Stelvio e consegnando ad Alex Vinatzer una chance concreta di medaglia. Lo slalom, però, ha cambiato la storia della gara: Vinatzer non è riuscito a trovare la prova giusta e la coppia azzurra ha chiuso al settimo posto, a 1”22 dal vertice. Poco meglio l’altro duo italiano, Dominik Paris e Tommaso Sala, quinti a 1”12. L’oro è andato alla Svizzera con Von Allmen e Nef, davanti all’Austria di Kriechmayr-Feller e all’altra coppia elvetica Odermatt-Meillard. «Sono un pelo in lutto, ho chiesto scusa a Franzoni», ha ammesso Vinatzer, raccontando il peso della pressione e il rammarico per un’occasione sfumata.
Se dallo sci alpino è arrivata una delusione, dal curling è arrivata invece una conferma. Stefania Constantini e Amos Mosaner hanno chiuso il girone battendo gli Stati Uniti 7-6 all’ultimo end, grazie a un colpo decisivo che ha sigillato una partita combattuta. Con questo successo gli azzurri hanno chiuso secondi la prima fase e alle nel tardo pomeriggio torneranno ad affrontare proprio la coppia americana in semifinale. Buone notizie anche dall’hockey su ghiaccio femminile: l’Italia ha superato il Giappone 3-2 e ha centrato con un turno d’anticipo la qualificazione ai quarti di finale. Due reti di Fantini e un gol di Della Rovere hanno firmato una vittoria storica per il movimento azzurro. Nello sci acrobatico, nella finale dello slopestyle, Maria Gasslitter ha chiuso al decimo posto al termine delle tre run. L’oro è andato alla svizzera Mathilde Gremaud, davanti alla cinese Gu e alla canadese Oldham. Per l’azzurra, classe 2006, una gara di esperienza in un contesto olimpico di altissimo livello. Nel pomeriggio spazio anche allo slittino femminile, con Sandra Robatscher e Verena Hofer impegnate nella prima manche della finale: Robatscher ha fatto segnare il quarto tempo, Hofer il terzo, restando in piena corsa nelle zone alte della classifica provvisoria.
Intanto prosegue il percorso di avvicinamento alle gare per altre specialità. Nel doppio maschile di slittino, nelle prove, Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner hanno firmato il miglior tempo nella terza manche e il secondo nella quarta, mentre l’altra coppia italiana, Nagler-Malleier, si è messa in evidenza con il terzo crono. Segnali incoraggianti anche dallo skeleton, con Amedeo Bagnis davanti al favorito Matt Weston nella prima manche di allenamento e secondo per un solo centesimo nella seconda.cLa giornata olimpica è stata però segnata anche dalle notizie che arrivano da fuori gara. Lindsey Vonn, che sabato era caduta sulla pista Olympia delle Tofane, è stata trasferita a Treviso e sottoposta a una doppia operazione per la riduzione della frattura al femore della gamba sinistra, con applicazione di un fissaggio esterno. Secondo gli specialisti, prima di rivederla sugli sci serviranno almeno tre mesi, e a 41 anni l’infortunio rappresenta una sfida pesante anche per il futuro della sua carriera.
Dopo l’eccezionale domenica da sei medaglie, come ha ricordato anche il presidente della Fondazione Milano-Cortina Giovanni Malagò, l’Italia vive un’Olimpiade fatta di risultati diffusi e competitività in molti sport. Il lunedì ha riportato equilibrio e misura: qualche occasione persa, qualche passo avanti, e la sensazione che il cammino azzurro, tra alti e bassi, sia ancora tutto da scrivere.
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A guerra finita, centinaia di migliaia di italiani provenienti dall'Istria e dalla Dalmazia hanno dovuto abbandonare le loro terre e le loro case. Molti di loro furono mandati nel campo profughi di Padriciano, oggi un museo conservato dall'Unione degli istriani. Una vita difficile, tutta da costruire. Di cui oggi restano masserizie e muri incrostati dal tempo.







