L’euro compie 25 anni. La moneta unica è stata adottata a partire dal 1° gennaio 1999 per le transazioni elettroniche, mentre la moneta a corso legale ha iniziato a circolare solo tre anni più tardi, nel 2002.
L’euro prese il posto dell’unità di conto europea, l’Ecu, con un rapporto 1:1, mentre il controvalore rispetto alla lira italiana risultò fissato alla fine del 1998 a 1.936,27 lire, pari al cambio implicito tra la valuta italiana e il marco tedesco (990 lire per un marco). Per entrare nell’euro era necessario che i Paesi interessati mantenessero stabili i tassi di cambio per due anni (1997 e 1998), durante i quali il cambio lira/marco fu rispettivamente di 984,52 e 986,64.
Sul famigerato 1.936,27 si sono dette molte inesattezze, ma la verità è che un tasso di cambio più alto (cioè ad esempio di 1.500 lire per un Ecu, pari a circa 770 lire per un marco) avrebbe significato una rivalutazione della lira che avrebbe reso le merci italiane più costose del 25%, mandando in crisi le esportazioni. Ciò che conta, infatti, più che il valore a cui furono incardinati i cambi, è il fatto stesso che questi siano diventati fissi e immutabili. È questo che impedisce quegli aggiustamenti dei tassi di cambio che in una economia di mercato servono a riequilibrare i surplus commerciali.
Tale è il difetto di origine dell’euro, che ne ha fatto negli anni uno strumento di lotta politica, più che una valuta. Il perché è presto detto. In una Unione monetaria come quella europea ci sono economie molto diverse tra loro. Paesi che hanno economie più fragili, quali Portogallo, Spagna, Italia, Grecia ed anche Francia, non hanno più la possibilità di svalutare la propria moneta, come sarebbe fisiologico in un mercato aperto. Ciò li costringe a correggere costantemente i bilanci statali, tagliando la spesa pubblica e attuando politiche di deflazione salariale, nel tentativo di mantenere il passo della Germania. La quale non si è mai fatta scrupolo, nei 25 anni di euro, di attuare politiche di compressione della domanda interna, attraverso il feticcio del pareggio di bilancio (Schwarze Null).
In realtà, l’utilizzo di una moneta che è una media tra economie così diverse avvantaggia i Paesi con economie più forti (perché svaluta quella che sarebbe stata una valuta nazionale forte) e svantaggia i Paesi più deboli (che vedono rivalutare la propria moneta). Il paradosso è che i Paesi come la Germania hanno tutto l’interesse a mantenere questa asimmetria, che gli consente di tenere artificialmente basso il valore della valuta e dunque di invadere il mondo con i propri prodotti. Il gioco però non può reggere per sempre: nessuno vuole essere eternamente in deficit e la Terra ha dimensioni finite. A meno di cominciare a commerciare con altri pianeti.
Il mantenimento dello status quo nell’Unione monetaria europea è fondamentale per la Germania, che attraverso l’adesione alla moneta unica piega i Paesi dell’eurozona al proprio modello di governance fatta di deflazione salariale e repressione della domanda interna, con politiche fiscali depressive. Non è un caso che dal 2020 il Patto europeo di stabilità e crescita sia stato sospeso al fine di stimolare… la crescita! Si è mai visto un «patto per la crescita» che per generare crescita deve essere sospeso? Trattasi in realtà di patto deflattivo, che vincola le politiche nazionali ed impedisce una normale dialettica democratica a livello nazionale, dato che l’orientamento generale delle politiche fiscali risulta non suscettibile di discussione perché sempre volto all’avanzo di bilancio imposto dalla governance di Bruxelles (leggi Berlino).
In assenza di meccanismi di compensazione tra bilance commerciali, la Germania, con i suoi satelliti, favorita da una moneta svalutata, ha accumulato surplus commerciali per i quali non è mai stata sottoposta a procedura di infrazione. In questo senso, l’euro ha funzionato benissimo e risponde allo scopo, che è quello di avvantaggiare la Germania. Non dimentichiamo che nei principi l’Unione europea è una «economia sociale di mercato fortemente competitiva». Dunque l’euro ha inscritto nel proprio Dna il mercantilismo tedesco.
Fu il Trattato di Maastricht del 1992 a gettare le basi dell’unione economica e monetaria, risultato a cui si arrivò nel 1999 dopo sette anni tormentati, in cui la lira subì l’attacco speculativo di George Soros che costrinse il governo di Giuliano Amato ad uscire dal cosiddetto Sistema monetario europeo (lo Sme credibile), svalutando la lira dopo che il governatore della Banca d’Italia pro-tempore, Carlo Azeglio Ciampi, svuotò i forzieri delle riserve di valuta pregiata in una insensata difesa del cambio all’interno della banda di oscillazione allora fissata. Iniziarono le privatizzazioni, di cui fu protagonista l’Ulivo e i governi di Romano Prodi, di Ciampi stesso e di Massimo D’Alema in particolare, con l’ausilio dietro le quinte di Mario Draghi, direttore generale del Ministero del Tesoro tra il 1991 e il 2001. Impossibile non citare i grandi «successi» delle privatizzazioni di Autostrade e di Telecom Italia.
La politica italiana degli anni Novanta, tra Mani Pulite, attentati mafiosi, ingresso in politica di Silvio Berlusconi, primo governo tecnico di Lamberto Dini, fu segnata dai preparativi all’ingresso del Paese nella costruzione monetaria europea. Perché, va da sé, per entrare nel ristretto club (in cui la Germania voleva a tutti i costi anche l’Italia, che fuori dalla moneta unica sarebbe stata una temibile concorrente) bisognava avere «i conti in ordine».
Indimenticabile la manovra finanziaria del primo governo di Giuliano Amato nel 1992. Prima, nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1992, il dottor Sottile inventò un prelievo forzoso del 6 per mille su tutti i depositi bancari. Poi, non contento, aumentò l’età pensionabile, introdusse la minimum tax, il ticket sanitario, una patrimoniale sulle imprese, raddoppiò il bollo sulla patente, introdusse una tassa sul medico di famiglia, un’imposta straordinaria sugli immobili (Isi), che poi divenne l’Ici. Una cura da cavallo del valore di centomila miliardi di lire che spinse in stagnazione il Paese. Come non ricordare poi l’eurotassa da 4.300 miliardi di lire inventata nel 1996 dal governo Prodi 1 (con Ciampi ministro del Tesoro) per ridurre dello 0,6% il disavanzo pubblico previsto nel 1997.
Mario Draghi ricompare a capo della Banca centrale europea nel 2012, quando pronuncia il celeberrimo «whatever it takes», ad indicare che la Bce si sarebbe comportata da banca centrale per salvare l’euro, cosa che fino a quel momento non era affatto scontata. Nella disfunzionale costruzione dell’euro in effetti la Bce gioca un ruolo fondamentale.
In 25 anni l’eurozona si è rivelata un costante fattore di destabilizzazione dell’economia mondiale, a causa degli squilibri macroeconomici e geopolitici che genera, sia al proprio interno che all’esterno. A tutti gli effetti il problema dell’eurozona è l’euro.
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