«Il nostro cuore artificiale funzionerà per 20 anni e si ricaricherà di notte»
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Il cardiochirurgo Gino Gerosa: «Il primo prototipo arriverà già nel 2025. Sarà grande come una mela, silenzioso e il trapianto non richiederà terapie immunosoppressive».

Finalmente ci sono i fondi per sviluppare «un cuore totalmente artificiale italiano, non un ponte al trapianto, ma un organo alternativo, biocompatibile che può funzionare per 20 anni, come un cuore umano impiantato. È grande come un mela – 8 centimetri per 8 – per essere utilizzato anche in persone minute come donne e bambini, si caricherà di notte appoggiando una piastra al petto, sarà silenzioso, per una migliore qualità della vita, e green. Il paziente non avrà inoltre bisogno della terapia immunosoppressiva (per evitare il rigetto) ma solo quella anticoagulante. Lo studio durerà cinque anni, ma il prototipo sarà disponibile già nel 2025». Lo ha annunciato in questi giorni Gino Gerosa, cardiochirurgo del Centro Gallucci dell’Azienda ospedale-Università di Padova, tra i massimi esperti internazionali nel settore, con oltre 400 pubblicazioni scientifiche, 6 prime mondiali e 14 nazionali. Da almeno dieci anni insegue questo sogno, perché la richiesta di cuori nuovi, a causa di malattie come lo scompenso terminale, è elevata. In Italia si seguono «solo 300 trapianti l’anno, a fronte di circa 750 persone in lista d’attesa. Oltre il 50% dei pazienti resta senza risposta».

Cosa ha sbloccato la situazione? L’arrivo dei finanziamenti da parte di Ferrari o Leonardo o di qualche fondo arabo, lo conferma?

«Non posso, è riservato. Lo diremo al momento opportuno. Comunque sì, la svolta è stata la conferma della solida base finanziaria: sono arrivati tutti i 50 milioni di euro necessari per portare a compimento il progetto».

Solo fondi privati, nessun finanziamento dal Pnrr e dalle istituzioni?

«Per anni ho bussato alle porte del governo e delle istituzioni senza nessun risultato, ma ci sono mille modi per poter ancora essere compartecipi del progetto. Per esempio con ulteriori finanziamenti, ma anche mettendo a disposizione know how di strutture a proprietà pubblica».

Attualmente, che cuori artificiali si impiantano in Italia?

«Esistono due modelli di cuore totale artificiale e non sono perfetti. Uno, il nordamericano, impiantato a Padova nel 2007, misura 10,5 centimetri e non garantisce la qualità della vita perché è eccessivamente rumoroso. L’altro, francese, è troppo grande, misura 12-13 centimetri, e può essere impiantato solo nel 75% dei pazienti uomini e non in un corpo minuto. Ma sono interventi-ponte, in attesa di un donatore compatibile. Il nostro sarà completamente diverso».

Com’è organizzato il team di ricerca per il cuore italiano?

«Il progetto ha la necessità è di mettere insieme una serie di competenze di ingegneria e biologia che spaziano dalla motoristica alla trasmissione dell’energia, dalla sensoristica alla creazione di interfacce sangue-macchia che garantiscano la migliore biocompatibilità. Andremo a cogliere le migliori competenze di ciascun settore, soprattutto in ambito italiano, dato l’eccellente know how».

È stata fatta una valutazioni di costo-efficacia?

«Già la differenza tra il morire e il vivere è una risposta. Attualmente trapiantiamo meno del 40% dei pazienti in lista d’attesa. Il costo va confrontato con le spese sostenute per assistere pazienti affetti da scompenso terminale, che entrano ed escono dagli ospedali, con ricoveri continui».

È sull’impatto ambientale?

«Sarà un cuore green. Stiamo cercando sorgenti alternative alle attuali batterie al litio. Se ricordo bene, per estrarre una tonnellata di litio (usato nelle auto elettriche, ndr) si producono 15 tonnellate di CO2, senza contare l’impatto della deforestazione per portare in superficie il minerale e il relativo consumo di acqua. Lavoriamo anche per evitare tutto questo».

Ci sono altri gruppi che lavorano a un progetto simile in Svezia, Olanda e negli Stati Uniti. Davvero abbiamo la chance di arrivare prima?

«Non è importante arrivare prima, ma arrivare con il cuore migliore per il paziente. Per questo coinvolgiamo nella ricerca le eccellenze, anche dall’estero, se necessario: la tecnologia resta in ogni caso orgogliosamente italiana».

Del resto non sarebbe la prima volta che lei arriva prima degli americani: a maggio, con il primo trapianto da donatore con morte cardiaca da oltre 20 minuti non ha solo ampliato la fonte di organi, ma ha anche dimostrato che il cuore riparte anche ben oltre i 3-5 minuti previsti nel mondo anglosassone, sgombrando il campo anche da questioni etiche sul fine vita…

«Gli americani ci dicevano che era impossibile trapiantare dopo 20 minuti di elettrocardiogramma piatto. Noi ci abbiamo creduto, l’abbiamo fatto e da maggio scorso ne sono già stati fatti altri 14, con un solo decesso per cause extracardiache».

Non ha mai paura di fallire?

«L’azione contempla il fallimento. L’importante è essere eticamente corretti e coerenti e sapere che quello che si sta facendo ha un’altissima valenza etica e questo garantisce la paura di fallire, perché al centro c’è il paziente, la sua vita: facciamo tutto questo per dare un senso alle morti che non hanno senso, che si possono evitare».

In attesa del cuore bioartificiale italiano, cosa abbiamo?

«Con i donatori di morti cerebrali e, recentemente, di morte cardiaca, rispondiamo al 40% delle richieste in lista d’attesa. Possiamo intanto incrementare le donazioni d’organo. C’è po la possibilità dello xenotrapianto, il trapianto di cuore da maiali transgenici. Il problema però è che dobbiamo sempre agire con terapia immunosoppressiva – che aumenta il rischio di neoplasie – mentre il cuore totale non ne avrebbe bisogno. In ogni caso, tutte le ipotesi devono essere percorse. Saranno i risultati clinici a decretare quale utilizzare».

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