- La ricetta modificata per venire incontro anche ai musulmani scatena Matteo Salvini e Lucia Borgonzoni, candidata alle regionali. Mentre la sinistra rispolvera il refrain: «Le tradizioni si rispettano cambiando qualcosa».
- Il vicario Matteo Maria Zuppi annuncia che alla festa di San Petronio sarà servita pure la versione al pollo per gli immigrati. Il vescovo si smarca: «Ero all’oscuro di questa iniziativa».
- Un libro, in uscita il 24 ottobre, racconta la vita privata dell’indimenticabile cardinale Giacomo Biffi del capoluogo emiliano.
- Lo chef Gianfranco Vissani: «Si può discutere sugli altri ingredienti, non su questi due. Chi vuole integrarsi mangi i nostri piatti».
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Peggio del politicamente corretto c’è solo il gastronomicamente corretto: se i due ingredienti si mescolano, il piatto diventa immangiabile. Come documenta il pezzo qui a fianco, alla Curia di Bologna, sì proprio Bologna, è successo un pasticcio attorno al contorno ideologico del cosiddetto «tortellino dell’accoglienza», cioè privo di maiale, da offrire il 4 ottobre, festa del patrono, San Petronio, a chi per vari motivi – di salute o religiosi – si astiene dalle carni suine.
Il «tortellino dell’accoglienza» va fatto, hanno spiegato dai comitati della Curia con uno zelo da cui il futuro cardinale si è poi dissociato, con sola carne di pollo, anche per non offendere i fratelli musulmani e magari anche per dare un piatto leggero agli anziani, i quali però a Bologna non rinuncerebbero ai veri tortellini neppure in punto di morte. Il tortellino col pollo – a fianco di quello classico – verrà distribuito, pare, venerdì. Un tempo per i cattolici era vietato mangiar carne al venerdì, ma pur d’accogliere tutti c’è chi sembra disposto a bandire il maiale, ma pure il precetto.
Come spiega la nota dell’Arcidiocesi che racconta la totale estraneità di Zuppi, è la stessa Curia di Bologna che nel 1661 con il cardinal Girolamo Farnese emise un bando per garantire e difendere la qualità di mortadella e salami.
Nonché la stessa che, a inizio Novecento, risolse una faccenda di vigilia e tortellini con un diplomatico silenzio. Lo raccontò Giulio Andreotti in un suo divertente libretto: Pranzo di magro per il cardinale. Nel 1904 il cardinale Domenico Svampa, in occasione della visita a Bologna di Vittorio Emanuele III, voleva incontrare il re, senza però dispiacere al Papa che non sopportava il Savoia. Ebbe dispensa per il pranzo ufficiale, che però era di venerdì. Al cardinale, mentre tutti mangiavano veri tortellini, fu servito un tortello di ricotta. O così si fece intendere. Sempre Andreotti racconta che Svampa, ospite di monsignor Nardi, si adombrò per i tortellini proposti al venerdì, ma il divieto della carne fu salvo perché erano ripieni di rane che, grazie a Noè, non sono considerate carne.
Pellegrino Artusi, romagnolo che codificò la ricetta dei tortellini rigorosamente con il maiale, testimonia un’altra «scusa» della Chiesa a tavola: di vigilia in Curia si mangiavano le folaghe, considerate uccelli-pesce.
Il bolognesissimo cardinal Prospero Lorenzo Lambertini che fu papa Benedetto XIV era invece goloso di tortellini e ha una ricetta a suo nome: il tortellone di mortadella e rapa rossa.
Ma ora per certi zelanti cattolici bolognesi rischia anche la cotoletta alla petroniana, detta così in onere del patrono, perché zeppa di prosciutto. Di certo non sarà un piatto dell’accoglienza.
Tornando al presente, tra lo strappo alla tradizione e la nota dell’Arcidiocesi che ha tolto la paternità del vescovo alla cosa, si è infilata una polemica politica imperdibile. Matteo Salvini dall’Umbria ha tuonato: «I tortellini senza maiale sono come il vino rosso senza uva, stanno cercando di cancellare la nostra cultura»; sempre dalla Lega gli hanno fatto eco Lucia Borgonzoni, candidata alle prossime regionali in Emilia, che ha detto: «Snaturano anche i tortellini pur di ammiccare all’islam, una vergogna». E l’onorevole Umberto La Morgia ha sottolineato: «Per non disturbare gli islamici bastava proporre dei tortelloni alla ricotta. Qui invece l’intento è stato volutamente comunicativo e provocatorio. Dietro questo tortellino della discordia si cela una questione culturale di fondo. In nome di un’accoglienza, di una società pretesa inclusiva, ci si piega ad altre culture e si modifica un pezzo della nostra tradizione». Sulla stessa lunghezza d’onda il candidato alla Regione e deputato di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami. Hanno applaudito invece Romano Prodi (che vede questo tortellino come un esempio di libertà) e il sindaco di Bologna Vincenzo Merola, che suona un refrain caro a certa sinistra: «Le tradizioni si rispettano anche cambiando qualcosa».
Una cosa così avrebbero potuta dirla il sociologo Marino Niola o il professor Massimo Montanari, storico. Loro sostengono che la tradizione si evolve, soprattutto quando fa comodo. Resta il fatto che il cibo non perde mai le sue radici etniche, agricole e culturali. Lo ha ricordato Pupi Avati, meno conciliante con l’incidente, parzialmente chiuso, di Bologna: «Il ripieno del tortellino deve essere rigorosamente di maiale e non si può abolire per una questione religiosa».
E a poco vale che le sfogline (le signore della Bologna bene che si dilettano a tirare la pasta) ideatrici del «tortellino dell’accoglienza» dicano, con la presidente Paola Lazzari, che «il ripieno di pollo è pensato anche per gli anziani». Perché il tortellino di Bologna è un bene culturale. La ricetta fu depositata il 7 dicembre 1974 alla Camera di commercio dalla Confraternita del tortellino, che l’ha messa a punto con l’Accademia italiana della cucina, un’istituzione riconosciuta dal presidente della Repubblica al pari di Lincei, Crusca e Georgofili. Nei tortellini ci vanno lombo di maiale, prosciutto e mortadella.
Ma in un Paese che velò le statue dei musei Capitolini per non dispiacere al presidente iraniano Hassan Rouhani può capitare di tutto. La Chiesa peraltro mise le mutande agli affreschi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564. Dopo quasi mezzo millennio qualcuno sogna la controriforma in tavola.
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