«Devo essere sincero, non mi ricordo di essere andato in Marocco, devo controllare l’agenda». Eppure Andrea Cozzolino, classe 1962, dal 2009 al Parlamento europeo per il Pd, a Bruxelles si occupa (anche) di Marocco. È presidente della delegazione per il Maghreb del Parlamento europeo, un ruolo chiave per la politica dell’Ue verso una regione cruciale per l’Europa. Dai rapporti con i Paesi dell’area passano le politiche sui migranti, le forniture energetiche i rapporti di forza nel bacino del Mediterraneo. Ma Cozzolino no, non ricorda di essere andato in Marocco anche se in effetti ricorda di essere andato in Algeria (due volte) e in Tunisia (due volte). Come si possa dimenticare un viaggio all’estero, per di più in un Paese con il quale si ha una relazione continuativa di tipo professionale (per via dell’incarico a Bruxelles), è un mistero.
Il Marocco rappresenta anche la continuità tra Pier Antonio Panzeri e Cozzolino. Presidente della delegazione Maghreb dal 2019, ha preso il posto proprio di Panzeri, l’uomo al centro dello scandalo per la corruzione all’europarlamento. Da Panzeri ha ereditato anche l’assistente, quel Francesco Giorgi che dello scandalo è un’altra figura chiave. Compagno della greca Eva Kaili, avrebbe ottenuto l’incarico nello staff di Cozzolino proprio in virtù della sua comprovata esperienza nei dossier esaminati dal Parlamento Ue.
La figura chiave di Giorgi nello schema è riassunta anche da una serie di testimonianze raccolte nei palazzi dell’europarlamento. Uno snodo cruciale, tanto per il Marocco che per il Qatar, è quello del Comitato Diritti Umani. Panzeri, quando era parlamentare, trattava per i socialisti con gli altri partiti quali casi mettere all’ordine del giorno. Poi a cascata le riunione dei parlamentari del Pd, poi quella dei socialisti di tutti i Paesi. E qui era Giorgi che in qualità di assistente di Panzeri illustrava a tutti i partecipanti i vari dossier concordati. Così un solo parlamentare – Panzeri – poteva condizionarli tutti. Giorgi, dal canto suo, si racconta fosse abilissimo a imporsi in queste riunioni. Quindi, conclude il nostro interlocutore, non è necessario corrompere 600 parlamentari: ne basta uno.
Giorgi è anche l’uomo che accompagna Panzeri nelle visite ufficiali a Rabat. E probabilmente è lui il «collaboratore» di Panzeri che nel 2013 si fa portatore di un messaggio dell’europarlamentare per il governo di Rabat. Una rassicurazione al Marocco alla vigilia di una missione in Algeria, che porterà i parlamentari europei anche nei campi profughi saharawi, ovvero nel cuore delle tensioni tra le due potenze regionali. Nel suo cablo – noti grazie alla diffusione, nel 2015, di una serie di documenti classificati marocchini -, l’ambasciatore del Marocco spiega che le motivazioni del viaggio sono da ricercare nella necessità di Panzeri di non apparire troppo «filo marocchino» agli occhi degli algerini e dei saharawi, che vantano tra l’altro uno storico rapporto con l’ala sinistra dell’europarlamento. Lo stesso ambasciatore parla di Panzeri come il portatore di una «agenda politica di lungo periodo», portata avanti «in maniera volontaria, a volte pericolosa, ma sempre con tatto e maestria». Ricorda la fiducia conquistata dal parlamentare con i suoi interlocutori marocchini e «il suo prezioso sostegno al Parlamento europeo». A Panzeri riconosce anche di avere «una continuità» nella sua linea politica «raramente osservata presso altri» europarlamentari. E conclude invitando il governo a «istruire» il parlamentare prima della visita in Algeria, quando è prevista una missione a Rabat. E in quella occasione di briffarlo «in maniera appropriata» sulla questione del Sahara occidentale, vitale per la politica estera del Marocco.
Il cablo è firmato da Mansour Alem, a lungo rappresentate del Marocco presso la Ue e considerato l’architetto delle relazioni tra Rabat e Bruxelles. Scomparso prematuramente nell’estate del 2017, nei suoi resoconti riservati a Rabat parla più volte di Panzeri. Dai quali traspare un rapporto che nel tempo ha una evoluzione. La visita in Algeria, nel novembre del 2013, non va come sperato dai marocchini. Panzeri fa una serie di dichiarazioni di ordine opposto agli interessi di Rabat proprio sulla questione del Sahara occidentale e dei profughi saharawi. Alem scrive a Rabat della sua sorpresa, e del fatto che ha già fissato un incontro con Panzeri per il giorno successivo per avere «chiarimenti».
Negli stessi documenti, noti come Marocco Leak, c’è un altro cablo dello stesso ambasciatore che forse descrive meglio di tutti i rapporti di Panzeri con il regno di Rabat. A Bruxelles si discute di un tema centrale per il Marocco: l’accordo per la pesca. Dopo una lungo lavoro, nel 2013 si arriva a un accordo che soddisfa i marocchini. Il Parlamento deve dare il suo via libera in plenaria, ma non tutti sono convinti. L’ambasciatore di dà da fare per contattare i reticenti, tra i quali figurano alcuni italiani del Ppe, il Partito popolare europeo (centrodestra). La sua relazione a Rabat si chiude così: «Ho avuto dei contatti con Panzeri, invitandolo a sensibilizzare i parlamentari italiani per un voto positivo sul protocollo».
Che l’«eredità» lasciata da Panzeri a Cozzolino sia qualcosa in più di una poltrona e un assistente è oggetto degli approfondimenti della magistratura belga che indaga sullo scandalo della corruzione. Il poco trapelato finora riguarda i «sospetti» dello stesso Giorgi. Nei suoi interrogatori, il funzionario ha parlato della possibilità che parte dei soldi fossero proprio per Cozzolino. Il parlamentare, che al momento non risulta destinatario di provvedimenti delle autorità belghe, nega tutto e si dice «frastornato». Il Pd lo ha «sospeso cautelativamente» da tutti gli incarico nel partito. In attesa di chiarimenti sui «sospetti» di Giorgi, che arriveranno dalla magistratura belga forse già nella prossime ore.
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