- Nonostante la Delta sia al 95%, rallenta l’impennata dei casi. Reparti ordinari, rianimazioni e vittime restano ancora stabili.
- Salgono lievemente Rt e posti letto occupati. Tra i morti di ieri (18), otto risalgono a mesi fa.
Lo speciale contiene due articoli.
Il buon senso dovrebbe suggerire prudenza nel diffondere dati allarmistici sulla quarta ondata, invece di generare panico per autolimitarci di nuovo in tutto. Con il timore delle varianti pronte ad aggredire, in una psicosi da pandemia senza fine. Ogni giorno siamo martellati dai consueti bollettini Covid, praticamente immutati da un anno e mezzo a questa parte mentre la situazione è profondamente cambiata malgrado gli annunci contradditori del ministero della Salute, dei virologi, dei giornaloni. Ormai è chiaro che anche in Italia la variante Delta, al 94,8%, ha sostituito l’Alfa ed è dominante in attesa di altre mutazioni, ma se sale l’indice Rt, che nell’ultimo monitoraggio segna 1,57 contro l’1,26 della scorsa settimana e aumenta l’incidenza settimanale, che passa da 40 a 58 casi per 100.000 abitanti, nessuna Regione e Provincia autonoma supera la soglia critica di in terapia intensiva o area medica. Non c’è il peggioramento tanto strombazzato.
«L’occupazione dei posti letto ospedalieri segna una crescita ma contenuta», dichiarava ieri il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, Silvio Brusaferro e se questi dati non preoccupano, non si capisce perché non possiamo convivere con la Delta forniti di green pass, mascherine e di tutte le limitazioni che il governo si è premurato di fornire. Invece dall’Iss insistono: «La diffusione di varianti a maggiore trasmissibilità può avere un impatto rilevante», ricordando che l’indiana «è caratterizzata da una trasmissibilità dal 40 al 60% più elevata rispetto alla variante Alfa, ed è associata ad un rischio relativamente più elevato di infezione in soggetti non vaccinati o parzialmente vaccinati». Brusaferro ieri era particolarmente cupo nelle sue previsioni: «In tutte le Regioni, confrontando due periodi a 15 giorni, c’è una ricrescita dei nuovi casi e anche il colore dell’Italia si scurisce», annunciava in conferenza stampa, lasciano presagire nuovi cortei di bare forse già prima della fine dell’estate.
Nulla, in confronto alle allegre profezie del solito imperante virologo Fabrizio Pregliasco, che sulla Stampa si è divertito a parlare di «almeno 10.000 casi al giorno» che vede nella sua sfera di cristallo. Si elencano i nuovi positivi, 34.514 su base nazionale nell’ultima settimana, 6.619 ieri (+28,7%), così pure dei morti, + 18 con un incremento del 5,9% in sette giorni, ma nessun risalto viene dato al numero dei guariti: il 30 luglio ce ne sono stati altri 2.117 (+ 70,9%). Rispetto ai 32 decessi per Covid del primo luglio, le cifre hanno continuato a calare con una cadenza giornaliera che oscillava tra gli 11 e i 26 casi. L’11 luglio si registrarono 18 morti, esattamente un mese prima furono 73 quando la variante indiana ancora non era predominante.
Abbiamo trascorso questo ultimo mese con un bollettino sulla mortalità Covid che era vergognoso rispetto ai numeri ingigantiti dal ministero della Salute. Per giorni ci sono state Regioni che registravano zero decessi (per fortuna) come il 4 luglio, quando non ci sono stati morti per coronavirus in Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Abruzzo, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, mentre a massimo se ne contavano due in Puglia, Calabria, Sicilia e nel Lazio. Situazione molto simile il 12 luglio, con zero decessi in dodici Regioni e il numero più alto, 3 morti, in Campania. Il 21 luglio erano 11 le Regioni che non avevano decessi dovuti al coronavirus, le altre oscillavano fra 1 e 3 con le eccezioni di Sicilia (9), Puglia (5) e Lombardia (3).
Il 29 luglio, quindi tre giorni fa, erano sempre undici le Regioni a mortalità zero per Covid, pochissimi i casi in altre parti d’Italia con le sole eccezioni di Veneto (7 morti), Lazio e Sicilia con 3. Ma se verificassimo bene anche questi decessi, magari salterebbe fuori che non erano del 29 luglio ma di mesi fa e che forse le cause erano da imputarsi ad altre patologie concomitanti. E poi c’è sempre la scarsa chiarezza sulle date del decesso: ieri la Regione Campania comunicava che quattro delle cinque morti dichiarate «risalgono a un periodo compreso tra novembre 2020 e maggio 2021». Quindi già cinque decessi per Covid non sono «molti», se li potessimo accostare a quelli per infarti, ictus, incidenti stradali tumori e altro che saranno avvenuti in Campania (come in altre Regioni) ma che nessuno si preoccupa di rendere noti. Se poi nemmeno erano relativi al 30 luglio ma a parecchi mesi prima, l’allarme è ancora di più ingiustificato.
Il 29 luglio il saldo dei ricoveri era 45, quello delle terapie intensive 11 con una media settimanale di 5. I nuovi casi di Covid questa settimana sono stati 26.125, la scorsa 20.089, quindici giorni fa erano 9.928, tre settimane fa 5.181, quattro settimane fa 3.520 ma il trend di crescita non è allarmante come indicano le percentuali riportate in tabella. Vogliamo dare un’occhiata al carico sanitario di alcune Regioni? In Veneto le terapie intensive sono occupate all’1,6%, in Piemonte allo 0,6%, in Lombardia al 2,1%, in Emilia Romagna all’1,7%, nel Lazio al 4,1%, in Liguria al 3,3%, in Campania al 2% (dati al 29 luglio). Non c’è nemmeno da lontano il pericolo di una saturazione.
«Dobbiamo porre molta attenzione anche a sequenziare e a guardare la possibilità di nuove varianti» che dovessero emergere, faceva sapere ieri il presidente dell’Iss. Già, perché se sono state somministrate il 95% delle dosi e continua a essere incalzante la campagna vaccinale, non possiamo permetterci di vivere nel terrore della prossima mutazione. Magari pronta a sbarcare da qualche barcone, visto che sono moltissimi i Paesi dove il siero anti Covid circola pochissimo.
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