Una ne fa e cento ne pensa, Rocco Casalino. Lo spin doctor del premier Giuseppe Conte, viste le difficoltà che il premier sta incontrando in queste settimane, tra manovra finanziaria, attacchi di Matteo Renzi e spifferi al veleno sul ruolo del suo governo nel Russiagate, ha deciso di calcare la mano sul gradimento personale di cui godrebbe ancora l’ex avvocato del popolo. Il problema, però, è che a Casalino ieri è scappata la frizione: nel corso di una lunga intervista concessa al Corriere della Sera, infatti, Conte si è lasciato andare a una autoesaltazione che ha qualcosa di comico: «Avete sentito», ha detto Conte, «cosa chiedono i cittadini? Vogliono la soluzione ai loro problemi. Ogni volta che li incontro sono affettuosi, sono carini. C’è una investitura anche affettiva della gente. Le persone vogliono credere». Non ce ne vorrà, Casalino, pardon Conte, ma l’«investitura affettiva» da parte dei «cittadini così carini», sembra una copia sbiadita dell’«Unto del Signore» di berlusconiana memoria: «Chi è scelto dalla gente», disse Silvio Berlusconi, nel 1994, durante il suo primo mandato come presidente del Consiglio, «è come unto dal Signore: c’è del divino nel cittadino che sceglie il suo leader». L’affetto che Conte dice di sentire nei suoi confronti da parte dei «cittadini carini»non regge il confronto.
In realtà, le cose per Conte si mettono male, anzi malissimo, e non c’è artificio retorico che possa trasformare la realtà. Il filone italiano del Russiagate, infatti, incombe come una tagliola sul ciuffo (tinto, secondo Matteo Salvini) del premier (finto, secondo Matteo Salvini). Ieri il leader della Lega è tornato a fare barba e capelli all’ex amico Giuseppi: «L’avvocato del ciuffo», ha azzannato il leader del Carroccio, «verrà a chiarire come ha usato i servizi segreti, e se nel suo passato professionale è tutto chiaro o c’è qualcosa da chiarire. Penso sia vera la seconda. Puoi scappare per un po’ dalla verità, ma non all’infinito. E poi cercano soldi dalla Russia che nessuno ha chiesto e visto». Nel corso di una pirotecnica (più del solito) diretta Facebook, Salvini ha fatto a pezzettini il premier con ciuffo: «Giuseppe Conte», ha maramaldeggiato Salvini, «è avvocato di sé stesso, e della sua poltrona, ma deve rispondere sulle sue parcelle da avvocato e sulla gestione dei servizi segreti. Conte inizia a essere preoccupato», ha aggiunto l’ex vicepremier, «dice che il voto in Umbria è importante ma non tanto? Te ne accorgerai, avvocato di te stesso e della tua poltrona. Tra l’altro ci sono interrogazioni parlamentari sul suo passato professionale, su alcune sue parcelle… Non risponde, ride, dice che la gente gli vuole bene. Eh, eh», ha sghignazzato Salvini, «il tempo è galantuomo, te ne accorgerai. Cercano soldi dalla Russia che nessuno ha chiesto e visto, quando il problema ce l’hanno loro, grosso come una casa, sulla loro scrivania».
Alle critiche di Salvini, all’invito a riferire in parlamento sul Russiagate arrivato nei giorni scorsi dai capigruppo della Lega alla Camera e al Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo, Conte ha risposto attraverso una intervista a Avvenire: «Non stento affatto», ha detto Conte, «a intervenire pubblicamente. Io sono responsabile per legge dei servizi di intelligence: di fronte a una questione che monta dal punto di vista giornalistico non è che faccio interviste, vado prima al Copasir. A quel comitato mancava un componente, altrimenti avrei già chiesto di andare io ad essere ascoltato. Vi anticipo», ha aggiunto il premier col ciuffo, «che quando chiarirò al Copasir resterete molto delusi rispetto alle fantasie che stanno circolando. È successo qualcosa di molto ordinario, di abbastanza conforme alle prassi. Subito dopo farò la conferenza stampa e vi darò tutte le soddisfazioni che volete. Il presidente del Consiglio non fa un uso personale dei servizi segreti, è gravissimo dirlo, è segno ancora una volta di una cultura politica priva di sensibilità istituzionale e priva del senso delle regole. Chi ha usato quel linguaggio», ha concluso Conte, «ha rivelato la deformazione della politica che ha nella propria testa».
Dunque, la linea di Casalino e Conte è quella di minimizzare, resistere, affidarsi al presunto affetto della gente evitando di affrontare i mille nodi irrisolti di questa sua seconda esperienza a palazzo Chigi, assai più burrascosa della prima. La sbandata comunicativa, quella frase sull’ «investitura affettiva» da parte dei «cittadini carini», rivela il disagio del premier col ciuffo rispetto a un dato di fatto incontrovertibile: Conte non ha mai preso un solo voto popolare. Non si è mai presentato alle elezioni, e prima del maggio 2018 nessuno, tranne gli addetti ai lavori, sapeva neanche chi fosse. La sua permanenza a Palazzo Chigi dipende non solo e non tanto dalla stabilità della sua nuova maggioranza, ma dalla solerzia con la quale Conte esegue ed eseguirà i compiti che gli vengono affidati dall’Unione europea e dalle cancellerie straniere. E proprio dall’estero potrebbe arrivare, infine, la mazzata finale.
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