- Tre anni e 4 mesi a Emilio Coveri (Exit): nel 2019 spinse all’eutanasia una donna che, secondo i giudici, aveva «patologie non irreversibili». Così la Corte d’assise d’appello di Catania ribalta l’assoluzione in primo grado.
- Trovato a Roma in un carrello della spesa il corpo di una sedicenne uccisa con molte coltellate. Interrogato un suo coetaneo.
Lo speciale contiene due articoli.
L’ultimo viaggio di Alessandra diventa un caso giudiziario senza precedenti. Dopo essere stato assolto in primo grado, Emilio Coveri, presidente di Exit Italia, associazione che promuove l’eutanasia, è stato condannato in appello a tre anni e quattro mesi per l’istigazione al suicidio di un’insegnante siciliana: Alessandra Giordano. È morta il 27 marzo 2019, dopo aver bevuto un intruglio a base di sodio pentobarbitale nella clinica Dignitas, a Zurigo. La stessa scelta, a febbraio 2017, da Dj Fabo, cieco e tetraplegico. Era stato accompagnato in Svizzera da Marco Cappato, il radicale che da sempre raccoglie firme per il suicidio assistito, diventato nel frattempo una bandiera del Pd di Elly Schlein. Solo che la storia della quarantasettenne di Paternò è ben diversa da quella del musicista milanese: lei non era una malata terminale. Soffriva di una nevralgia: la sindrome di Eagle. Ma era, soprattutto, depressa.
Sentenza ribaltata, dunque. I giudici catanesi dispongono anche, come pena accessoria, l’interdizione di Coveri dai pubblici uffici per cinque anni. Nonché il risarcimento dei danni per le parti civili costituite in giudizio: i cinque familiari della donna che, con la loro denuncia, avevano fatto partire le indagini. Un’inchiesta clamorosa. Svelata, per la prima volta, dalla Verità e da Panorama. E seguita, nel silenzio generale, un’esclusiva dopo l’altra. Fino all’assoluzione di Coveri, il 10 novembre del 2021, nel processo celebrato con rito abbreviato: «Il fatto non sussiste».
Una sentenza contro cui si erano opposti il procuratore aggiunto di Catania, Ignazio Fonzo, e il suo sostituto, Angelo Brugaletta: «Coveri ha contribuito in maniera assolutamente decisiva e consapevole alla scelta della Giordano, determinandone o comunque rafforzandone irrimediabilmente il proposito suicidiario» scrivevano il 7 marzo del 2022 nella richiesta d’appello «fornendole consigli, tranquillizzandola, aiutandola a superare le proprie titubanze anche religiose, prospettandole la scelta del suicidio assistito come eticamente percorribile, intrattenendo un rapporto prolungatosi nel tempo e ponendosi quindi quale punto di riferimento nella maturazione definitiva della sua opzione».
Adesso la Corte d’assise d’appello di Catania conferma platealmente la loro tesi, dopo che la Procura generale aveva chiesto la riapertura dell’istruttoria, con la deposizione di familiari e consulenti. Coveri viene, così, condannato a cinque anni di reclusione, ridotti a tre anni e quattro mesi solo grazie allo sconto di un terzo della pena concesso dal rito abbreviato.
L’inchiesta, coordinata da Fonzo, era partita nella primavera 2019. I magistrati, in sette mesi, raccolgono documenti e corrispondenza, rivelati poi dalla Verità e da Panorama. In particolare, i pm riescono a ricostruire il fitto scambio di telefonate tra l’insegnante siciliana e Coveri, che «determinava o comunque rafforzava il proposito suicida» della donna. Un rapporto durato dal 2017 al 2019: «Condotte» accusano allora i magistrati «accompagnate da sollecitazioni e argomentazioni in ordine alla legittimità, anche etica, della scelta suicidiaria».
Viene disposta pure una consulenza psichiatrica e medico legale. Gli specialisti concludono: Alessandra aveva una «depressione maggiore con caratteristiche miste», non incurabile e neppure irreversibile. Così come la sua sindrome di Eagle: diventata «un’ideazione ossessiva, centrata sul persistente dolore invalidante».
Lei invece, a marzo 2019, raggiunge all’insaputa di tutti la Dignitas di Zurigo. I familiari si precipitano in Svizzera. Chiedono alla polizia cantonale di intervenire. Scongiurano la clinica di fermarsi. Alessandra, però, è già morta. Partono le indagini. I magistrati scavano. Spunta un articolo pubblicato sulla newsletter di Exit e inviato ai soci a fine 2017. È il dettagliato racconto, scritto dallo stesso Coveri, del primo contatto con Alessandra. «Ha una malattia, e ultimamente ha dovuto smettere di lavorare» annota l’uomo. «Andiamo avanti a parlare per tre quarti d’ora, dopo mi permette di spiegarle che cosa deve fare, appunto, per andare in Svizzera a morire in esilio, ma con estrema dignità». La donna, che è credente, appare però perplessa. «Sono felice quando metto giù la cornetta», conclude Coveri. «Sento che, ancora una volta, ha prevalso la mia teoria: quella che la vita è nostra, di nessun altro. Tantomeno di quel Dio che vuole farci soffrire inutilmente e di tutta la sua banda».
Dopo l’iscrizione a Exit, Alessandra matura la sua decisione. Contatta Dignitas. Comincia a mettere assieme i documenti medici necessari. «Emilio, stavolta ci sono riuscita! Il certificato è completo» gli scrive il 24 luglio 2018. Il giorno seguente, un altro sms: «Emilio, Dignitas mi ha risposto. Mi faranno sapere al più presto! Io voglio essere positiva. Adesso si riuniranno e decideranno. Speriamo bene. Ciao». E ancora: «Grazie comunque per il sostegno e consigli che mi hai dato». Seguono altre mail e diversi sms.
L’insegnante, se ci sono degli intoppi, contatta sempre Coveri. Ma lui, davanti ai pm, sminuisce ogni ruolo: «Io le ho dato solo informazioni sul testamento biologico. Lei m’informava sulla sua salute. Ma non sono mai intervenuto per convincerla a porre fine alle sue sofferenze». Per i magistrati catanesi, invece, sarebbe stato proprio il paladino dell’eutanasia a suggerirle la clinica svizzera. Lui s’è sempre limitato ad ammettere che, dal 1996 a oggi, molti suoi associati hanno scelto la clinica della morte. Destinazione Zurigo. Come l’ultimo viaggio di Alessandra. Solo andata. E nessun ripensamento.
Così, nell’arringa finale dell’ultima udienza, nel processo che lei mai avrebbe immaginato, il pm Brugaletta pone alla Corte il decisivo dubbio giuridico ed etico: «Se noi riteniamo che sia lecito proporre alle persone che non versano in condizioni di patologia irreversibile, magari soltanto depresse, il suicidio come unico rimedio ai propri mali, che tipo di società siamo? Siamo una società più evoluta o una società più meschina? Incitiamo alla vita o alla morte? Tuteliamo la vita o la morte?». I giudici catanesi hanno sciolto il dilemma.
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