Proteggere i raccolti dalle alluvioni come quelle che hanno devastato l’Emilia-Romagna in questi giorni può non essere cosa facile, ma è pur sempre possibile salvare l’agricoltura e l’economia italiana senza stigmatizzare i fitofarmaci, meglio noti come pesticidi.
All’interno della prima versione del rapporto dell’Europarlamento sulla proposta di regolamento sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, l’Ue chiede infatti di aumentare l’obiettivo di riduzione delle sostanze più rischiose per il terreno dal 50 all’80% entro 2030. Peccato che, con queste tempistiche, l’unico risultato certo sarebbe quello di ammazzare letteralmente il giro d’affari dell’agricoltura italiana e favorire l’importazione di prodotti in arrivo da Paesi che di sicuro non hanno standard igienici e di qualità cui siamo abituati in Europa. Un comparto, quello dell’agroalimentare, che in tema di utilizzo dei pesticidi è già molto avanti rispetto a molti Paesi europei.
«In merito alla bozza europea, devo prima di tutto ricordare che l’Ue deve mettere gli agricoltori europei nella condizione di far fronte alla importante domanda di cibo che vedremo da qui al 2050», dice a La Verità, Riccardo Vanelli, presidente di Agrofarma-Federchimica. «Diversamente, il pericolo è quello di essere sempre più dipendenti da produzioni straniere che non hanno gli stessi vincoli in termini di utilizzo di agrofarmaci. Questo porterebbe a una sorta di delocalizzazione mettendo a rischio il conto economico delle aziende agricole e gli standard di sicurezza alimentare. I tempi tecnici in termini di innovazione per introdurre nuovi agrofarmaci sono lunghi. In media ci vogliono circa dieci anni per introdurne di nuovi, sia per quelli di sintesi che per quelli di origine naturale» spiega. «Per entrambi, infatti, il processo normativo è il medesimo e questo non aiuta. A livello europeo sono stati investiti circa 4 miliardi di euro in questo senso da qui al 2030 e altri 10 miliardi di investimenti sono previsti, sempre entro il 2030, per lo sviluppo dell’agricoltura digitale. Ma resta il fatto che i tempi attuali mal si conciliano con le richieste europee. Un allungamento dei tempi può sicuramente essere d’aiuto», evidenzia. «Quello che è certo è che, come Agrofarma, abbiamo fatto una valutazione in collaborazione con la Cattolica di Piacenza, secondo cui una abolizione del 100% degli agrofarmaci, quindi un caso più estremo di quanto allo studio, impatterebbe sulla produttività delle filiere italiane di circa il 60-70%, ma tutte le culture soffrirebbero con tagli di almeno il 50%. Quindi anche una riduzione parziale degli agrofarmaci avrebbe un impatto molto importante sulla produttività e sul made in Italy».
Come, infatti, spiega Agrofarma-Federchimica, l’associazione nazione delle imprese degli agrofarmaci, per quanto concerne l’evoluzione dello stato di salute ambientale dell’agricoltura italiana dai primi anni 2000, i dati mostrano un chiaro percorso di miglioramento in atto. Al crescere del valore aggiunto dell’agricoltura, si è accompagnato, infatti, un costante calo delle principali emissioni inquinanti e dell’impiego di energia, a conferma di una aumentata efficienza produttiva. Le emissioni di ammoniaca, uno dei principali inquinanti derivanti dall’attività agricola in Italia, si sono ridotte in maniera costante a partire dal 1990 (-24% al 2020), così come le emissioni di monossido di carbonio da parte dei macchinari agricoli, diminuite del 17% circa tra il 2011 ed il 2020.
In particolare, le vendite di agrofarmaci in Italia si sono ridotte complessivamente del 17% tra il triennio 2010-12 e quello 2019-21, passando da circa 140.000 a circa 115.000 tonnellate. La riduzione dei quantitativi commercializzati è stata più marcata per i fungicidi e per gli insetticidi/acaricidi (-21% per entrambe le tipologie). In un confronto con Francia, Germania e Spagna, l’Italia ha registrato la maggior contrazione nelle vendite di prodotti fitosanitari tra il 2016 e il 2021 (tasso annuo di crescita composto nel periodo 2016-21 -3,5% in Italia rispetto al -0,7% della Francia, -0,2% della Spagna e +0,8% della Germania).
«In Italia, rispetto alla media europea, siamo messi molto meglio se pensiamo alle analisi che vengono fatte sui campioni alimentari», dice a La Verità il presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti. «Nel nostro Paese già oggi abbiamo il 99,6% dei campioni che non presenta residui di pesticidi contro una media europea del 95%. Rispetto alla proposta della Commissione europea, è evidente che questa genererà, secondo diversi studi, una diminuzione della produzione di generi alimentari del 20%. È chiaro che se noi europei ridurremo la quota di generi alimentari, ci saranno altri che ne avranno benefici importando nel Vecchio Continente prodotti che non necessariamente avranno gli standard qualitativi e sanitari cui siamo abituati».
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