Donald Trump ha istituito una Giornata per la sacralità della vita, un concetto che abbraccia il contrasto all’eugenetica, all’eutanasia, alla guerra nucleare e soprattutto all’aborto. Una civiltà che uccide i propri figli esprime una cultura di morte, e noi siamo una cultura di morte, come è tragicamente rappresentato nella nostra letteratura fantastica, piena di zombie, vampiri, mostri.
La Terra di Mezzo circondata da tutte le parti, cerca i suoi cavalieri. La Giornata per la sacralità della vita è un primo segno che il decadimento forse può essere arrestato, forse può essere invertito. Il Comitato «Liberi in Veritate» promuove l’istituzione della prima Giornata mondiale contro l’aborto nella solennità della Natività di Maria, l’8 settembre. L’omicidio volontario chiede vendetta a Dio: questo è il motivo per cui la Chiesa ha istituito la scomunica per chi compia un aborto, lo favorisca o ci guadagni qualche cosa. La discussa figura di monsignor Vincenzo Paglia è stata scelta per la presidenza della Pontificia accademia per la vita. L’arcivescovo ha affermato che la legge 194 è «pilastro della nostra vita sociale». È innegabile che quella legge sia il pilastro che regge la vita di una nazione che si sta estinguendo per denatalità. È in questo clima che nasce la necessità della Giornata contro l’aborto.
Le nostre élite sono neo malthusiane. Come periodicamente ci spiegano, dovremmo essere molti di meno: non più di 3 miliardi, affermava il ministro Roberto Cingolani. Le élite amano appassionatamente l’aborto. Hanno dato alle donne il diritto di abortire. Nel frattempo sono stati tolti altri diritti: avere figli, poterli mantenere, trovare una casa, un lavoro, avere in cambio del lavoro una retribuzione sufficiente a mantenere una famiglia. Resta, unico e intoccabile, il diritto di aborto. Ogni donna che abortisce probabilmente rende felici le élite, i guerrieri del cambiamento climatico, l’Onu, l’Unione europea, il World economic forum di Davos. Per questo abortire è così facile, è così reclamizzato, così osannato, così pubblicizzato da attrici, giornaliste, influencer, e contemporaneamente è così difficile avere un figlio, un lavoro fisso, una casa. Lo ha spiegato chiaramente la fondatrice di Planned Parenthood: convinceremo e i poveri e coloro che non vogliamo sul pianeta ad abortire e loro saranno felici.
La 194 è un caposaldo della società e non è discussione, ci dice quello che in questo momento sembra la Chiesa cattolica. È possibile fermare l’aborto senza modificare la 194? C’è qualcosa che un governo possa fare? Sì. «L’utero è mio e me lo gestisco io», hanno dichiarato «le donne» (in realtà alcune donne, che hanno preso la parola per tutte) per chiarire il loro diritto a sopprimere i loro bimbi nel loro corpo con il denaro dello Stato. L’aborto è un atto violentemente antifisiologico che necessita di una società che fornisca denaro, cliniche, case farmaceutiche, quindi è corretto che anche la società possa dire la sua: la faccenda non riguarda solo le donne che abortiscono.
«L’utero è mio e me lo gestisco io» è una frase errata, ma possiamo renderla più verosimile. Nessuna «gestione» può essere fatta senza conoscenza. La donna deve gestire il suo aborto, quindi ha il dovere di ascoltare il battito del cuoricino e di assistere all’ecografia. Questo sarebbe più che sufficiente per far crollare il numero degli aborti del 90%, come è successo in Texas. La stragrande maggioranza delle donne probabilmente non si rende conto appieno di quello che sta facendo. Se ne rende conto dopo, quando il rimpianto arriva e le spacca il cuore. Si rende conto di aver causato la morte di un essere che si trovava nel luogo che dovrebbe essere il più sicuro al mondo, e di cui lei era la custode.
Non viola nessun articolo della 194 riempire le sale d’aspetto dove le donne attendono di abortire di foto di bimbi che sorridono con la scritta: se non puoi tenermi, regalami a un’altra madre. Se una donna non è in grado di allevare il suo bambino, è sufficiente che stringa i denti per sette mesi: per ogni piccolo non voluto ci sono sette coppie di aspiranti genitori adottivi in lista d’attesa. Perché non ricordarlo alla donna che vuole abortire? Per questo è così importante la Giornata contro l’aborto, che porta la benedizione di monsignor Carlo Maria Viganò: «Celebrare oggi la prima Giornata mondiale contro l’aborto è una scelta coraggiosa, perché si pone come antitetica a una visione orizzontale e utilitaristica della vita e del destino dell’uomo. […] Avete il diritto e il dovere di ricordare alle madri che quel bimbo non è un fastidioso contrattempo, né un grumo di cellule, né un produttore di anidride carbonica; ma che egli è una creatura di Dio, destinata a essere amata e a sua volta ad amare e rendere gloria al suo Creatore; che quel piccolo inerme merita almeno quella chance che non è stata negata alla madre: venire alla luce».
L’aborto è l’eclissi della ragione. E dopo queste prime «riforme» che non intaccherebbero la sacra legge 194, si potrebbe andare oltre, riconoscendo il diritto all’obiezione di coscienza non solo per i medici, ma anche per gli infermieri e per i contribuenti. Si potrebbe per esempio chiedere un piccolo ticket, 100 euro, per chi guadagna più di 14.000 euro l’anno. Un cifra piccola, che non spingerà nessuna donna in braccio all’aborto clandestino, ma che potrebbe essere sufficiente a ricordare che uccidere la piccola creatura non è un diritto (a ben vedere, la 194 non dichiara l’aborto un «diritto»).
L’aborto è una scelta: si dice «pro choice», a favore della scelta. Dunque non è una necessità e in teoria il sistema sanitario nazionale garantisce le necessità.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >