Cesare Pavese, il comunista libero che sapeva andare oltre l’ideologia
Si avvicina il settantesimo anniversario della morte del grande scrittore piemontese e sono già iniziate le celebrazioni. Ma merita di essere ricordato soprattutto il coraggio con cui guardò «dall’altra parte».

Il 27 agosto del 1950, dopo aver ingerito una decina di bustine di sonnifero, Cesare Pavese morì all’albergo Roma di Torino. All’avvicinarsi del settantesimo anniversario della scomparsa del grande autore piemontese, le celebrazioni sono già cominciate. La copertina del Venerdì di Repubblica, saggi biografici, e poi la riedizione completa dei suoi classici nei tascabili, ogni volume corredato da una nuova prefazione firmata da uno dei «principali scrittori contemporanei della scuderia di via Biancamano». Si sprecano già le parole e le ricostruzioni, e ovviamente si ripesca l’impegno politico: il confino impostogli dal fascismo nel 1935, la militanza nel Pci. Tutto certificato, tutto importante.

C’è, tuttavia, un lato leggermente meno indagato della biografia e del lavoro culturale di Pavese che, oggi, vale la pena di ricordare. Forse perché è il più attuale di tutti, quello che più di ogni altro può dirci qualcosa che non sappiamo, e aprirci lo sguardo a un orizzonte che tendiamo a trascurare. Ha a che fare con la sensibilità profonda di questo scrittore segaligno e terragno, con la sua libertà di pensiero da cui ancora adesso restiamo abbagliati. Come ricorda Maurizio Crosetti sul Venerdì, Pavese fu, all’Einaudi, anche «un fondamentale e infaticabile redattore». Gian Carlo Ferretti nel bel saggio L’editore Cesare Pavese fornisce preziosi dettagli su quel lavoro in casa editrice. «Io lavoro come uno schiavo egizio», scrive Pavese già nel 1939, e forse le condizioni di alcuni redattori odierni non sono molto dissimili da quelle d’allora. Dieci anni dopo, Pavese rincara la dose: «Io lavoro come un cane e ho spesso mal di testa, come succede alle lavandaie che hanno male alle ginocchia». Giulio Einaudi, a quanto pare, i suoi purosangue sapeva come spremerli.

Mentre scriveva queste parole, nel 1949, Pavese portava sulle spalle altri pesi robusti, ed è qui che la sua vicenda ci riporta con prepotenza ai giorni nostri. In quegli anni, lo scrittore entrò in tensione con il Pci, e gli intellettuali d’area presero ad attaccarlo. Carlo Muscetta gli faceva sapere, feroce: «Scrivi troppo, e sempre di amorazzi. Lascia riposare un po’ la mano e proponiti nuovi contenuti degni del secolo!». Come nota Ferretti, piovevano critiche persino dall’Unità sulla Antologia Einaudi del 1948, a cui Pavese reagì piccato: «Maialetti. Il tono è pretino».

Si avvertiva, insomma, il montare di un fastidio d’impronta ideologica nei confronti dell’autore piemontese, a cui nel 1950 non verrà rinnovata la tessera del Pci. Anche lui – come tanti – fece le spese del clima plumbeo che dominava il bel mondo intellettuale italico. Non che oggi sia cambiato granché: semplicemente si è abbassato il livello dei censori.

Parte della grandezza di Pavese risiedeva proprio nella capacità di andare oltre il filo spinato dell’ideologia. Lo dimostra il suo lavoro sulla celeberrima «collana viola» dell’Einaudi, dedicata all’antropologia, agli studi sul sacro e la religione. Temi che il culturame ufficiale non vedeva di buon occhio. Sui nomi degli autori da pubblicare ci furono scontri brutali, Pavese ebbe da combattere anche con l’altro curatore della collana, Ernesto De Martino. Motivo? Tra le opere che Cesare avrebbe voluto stampare c’erano quelle di intellettuali in odore di irrazionalismo e, soprattutto, di fascismo. A partire dal romeno Mircea Eliade. Ed è qui che emerge con prepotenza la libertà intellettuale di Pavese. Il quale, nel giugno del 1949, scrive a De Martino: «Che l’Eliade abbia fama di nazista fuggiasco non ci deve spaventare». E poco dopo, in un’altra lettera: «Non c’è passato per la mente di esaminare la fedina penale dell’Autore, in quanto non si tratta di opere di politica o di pubblicistica. Qualunque cosa faccia l’Eliade, come fuoriuscito, non può ledere il valore scientifico della sua opera».

Oggi vediamo autori censurati perché accusati di razzismo, di omofobia, di «etnonazionalismo». Quanto avremmo bisogno di un Pavese pronto a opporsi ai firmatori professionisti d’appelli, come quell’Ambrogio Donini che invitava i «nostri compagni a non comperare il libro» di Eliade.

Di questo coraggio pavesiano – unito a una straordinaria umanità – abbiamo numerose altre prove. La più stupefacente l’ha recuperata Marcello Veneziani, che a Pavese ha dedicato pagine bellissime già sullo Stato, commentando estratti del «Taccuino segreto». In quel manoscritto, Pavese esprimeva simpatie inaccettabili, opinioni inammissibili sul fascismo e la Repubblica sociale. Sempre a Veneziani il merito di aver insistito su una stazione citazione da La casa in collina, in cui Pavese scrive: «Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura di scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi lo ha sparso. Guardare certe morti è umiliante. Non sono più faccende altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi».

Chi sarebbe capace, oggi, di una libertà così scandalosa?

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