L'accoglienza di Giorgia Meloni al primo ministro dell'India Narendra Modi a Villa Doria Pamphili (Ansa)
La visita di Narendra Modi a Roma non è stata una tappa di cortesia. È il segnale che l’Italia ha capito dove si sta spostando il baricentro del mondo.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
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Ansa
Nuovo piano industriale, Fiat sarà uno dei quattro marchi globali. Sforbiciata alla produzione europea, non ai livelli occupazionali.
Tanta Cina, tanti Stati Uniti, un po’ di Europa e poca Italia. Investimenti per 60 miliardi di euro entro il 2030 ma riduzione della capacità produttiva in Europa pari a 800.0000 auto in meno. Priorità a quattro marchi chiave del gruppo (Jeep, Ram, Peugeot e Fiat) e lancio di una nuova piattaforma modulare per oltre 30 modelli, che ridurrà i costi del 20%. A proposito di costi, si dovrà arrivare a una riduzione di quelli annui pari a 6 miliardi di euro entro il 2028. Infine, avanti tutta con le partnership con Leapmotor, Dongfeng e il gruppo Tata-Jaguar-Land Rover.
Sono questi i principali pilastri del piano industriale strategico quinquennale svelato ieri, durante l’Investor day, dal ceo di Stellantis, Antonio Filosa, ad Auburn Hills. Il piano al 2030 si poggia su investimenti pari a 60 miliardi di euro, 24 dei quali saranno dedicati a piattaforme, motori e tecnologie globali. La novità più significativa è il lancio, previsto per il 2027, di Stla One, un’architettura globale modulare progettata per riunire cinque diverse piattaforme «scalabili». In termini di prodotto, il gruppo prevede di lanciare 60 nuovi modelli entro la fine del decennio e di aggiornarne altri 50. Di questi nuovi modelli, 29 saranno completamente elettrici, 15 saranno dotati di tecnologie ibride plug-in o ibride a autonomia estesa e 39 includeranno motori a combustione o sistemi mild hybrid. Con questa strategia, Stellantis punta ad accorciare i cicli di sviluppo e ad avvicinarsi ai ritmi produttivi dei costruttori cinesi, in grado di immettere sul mercato nuovi modelli in meno di 24 mesi.
Ci sarà una vera e propria riorganizzazione dei marchi (numerosi) che sono nella pancia di Stellantis. E questo, come ha spiegato Filosa, per «evitare doppioni e massimizzare i rendimenti di ognuno». I marchi considerati «globali», e quindi sui quali il gruppo vuole puntare, sono quattro: Jeep, Ram, Peugeot e Fiat (che marchierà la 7 posti Grizzly e la Quattrolino, versione a quattro posti della Topolino). «Questi marchi, con una presenza multiregionale, sono la punta di diamante delle nostre iniziative globali di prodotto», ha dichiarato Filosa. A questi sarà destinato il 70% degli investimenti totali. Chrysler, Dodge, Citroën, Opel e Alfa Romeo, invece, sono stati considerati marchi «regionali»: sfrutteranno, cioè, le piattaforme globali esistenti, adattandole alle esigenze specifiche dei loro clienti per rafforzare il posizionamento e la differenziazione sul mercato. La gestione di Ds e Lancia, presenti maggiormente in Francia e Italia, sarà affidata rispettivamente a Citroën e Fiat e saranno sviluppati come marchi specializzati all’interno del gruppo. Capitolo a parte per Maserati: la gamma sarà ampliata con due nuovi modelli, del segmento «E», che arriveranno nei prossimi anni. Sarà un brand sempre più del lusso ma, per avere maggiori dettagli, si dovrà aspettare dicembre, quando ci sarà un focus di Stellantis dedicato esclusivamente al marchio del Tridente.
Da una parte, investe. Ma dall’altra, Stellantis taglia. E non poco. Il gruppo punta a ridurre il potenziale volume di produzione in Europa di 800.000 unità, passando dai 4,65 milioni di veicoli previsti per il 2025 a 3,85 milioni nel 2030 ma «con l’obiettivo di preservare i livelli occupazionali nel settore manifatturiero». La riorganizzazione che sarà attuata nei numerosi stabilimenti sparsi nel Vecchio continente è già chiara a Poissy, in Francia, dove terminerà la produzione di vetture e la fabbrica sarà convertita in un centro specializzato nella produzione di componenti e nello smantellamento di veicoli. Sugli impianti di Madrid e Saragozza in Spagna o di Rennes, sempre in Francia, si «giocherà» con le partnership annunciate per non perdere occupazione. In altre regioni, come negli Stati Uniti, il piano prevede che l’aumento della produzione consentirà di raggiungere l’80% di utilizzo della capacità industriale entro il 2030. Nel frattempo, in Medio Oriente e in Africa, la strategia mira a rafforzare la localizzazione della produzione, con l’obiettivo di raggiungere il pieno utilizzo della capacità produttiva entro lo stesso arco temporale.
Capitolo partnership: saranno rafforzate quelle con Leapmotor (di cui Stellantis detiene il 51%) per la distribuzione globale e la produzione in Spagna, la joint venture con Dongfeng per il mercato cinese ed europeo (produzione di modelli Jeep e Peugeot in Cina), e si stanno per concretizzare delle sinergie con Tata-Jaguar-Land Rover negli Stati Uniti. In Nord America, l’azienda punta ad aumentare il fatturato del 25% mentre nell’area dell’Europa allargata, il gruppo prevede una crescita del fatturato del 15%.
In tutto questo, nel nuovo piano industriale l’Italia si vede poco. Buone notizie arrivano per la fabbrica di Pomigliano d’Arco, dove è stato inoltre ribadito quanto annunciato, vale a dire la produzione di una nuova E-car che sarà in vendita a meno di 15.000 euro, in aggiunta alla Pandina. Melfi con la nuova C-Suv Alfa Romeo e l’impianto di Atessa, con il lancio produttivo della nuova generazione di Ducato, non dovrebbero avere problemi. Per Cassino (che chiuderà per ferie dal 3 al 16 agosto: lo stop interesserà per la prima volta anche i reparti Presse e Plastiche che, in genere, non erano interessati dal fermo della produzione), Termoli e Mirafiori c’è apprensione.
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Ansa
Dall’islam all’ebraismo, tutte le confessioni nel mondo stanno crescendo. Compreso il cristianesimo che, sebbene in Europa viva un periodo di crisi (non privo di risvegli), si espande a ritmi mai visti nelle periferie tanto care a Francesco, in particolare in Africa.
Dio non è morto nel Vicino e Medio Oriente, non è morto in Israele, dove l’elemento religioso (l’ebraismo) si sta confondendo sempre di più con lo Stato di Israele, con la sovrapposizione ormai implicita di antisemitismo e antisionismo, arrecando di conseguenza danni enormi al dialogo anche con la Chiesa cattolica. Dopo il pogrom del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, le relazioni fra la Santa Sede e Israele e fra le gerarchie romane e gli esponenti religiosi ebrei si sono fatte complicate, segnando un ritorno indietro di decenni nel superamento dei vecchi e gravi screzi e stereotipi. E Dio è più vivo che mai nelle periferie della fede care a Papa Francesco, dall’Africa all’Asia, dove i numeri raccontano di una crescita del cattolicesimo come mai s’era vista prima d’ora.
Non è morto in Iran, teocrazia sciita più politicamente rilevante della regione, benché ammaccata dai danni subiti dalla propria diramazione libanese, con la decapitazione dei vertici di Hezbollah, e da quella siriana. Prevedere cosa accadrà in futuro, azzardare tendenze e realizzare proiezioni, è questione delicata e complessa. Bisogna tener conto dei fenomeni migratori e, soprattutto, dei trend demografici. Tutti i maggiori centri di studio concordano sulla crescita significativa dell’islam, del resto già evidente nelle nostre città piccole o grandi. Il Pew Research Center, autorità massima in materia, osserva che la religione islamica crescerà a un tasso maggiore rispetto a tutte le altre e ciò è dovuto ai tassi di natalità assai più elevati in Medio Oriente, Asia meridionale e Africa. Entrando nel dettaglio, si prospetta che la popolazione musulmana passerà dal 24,9 per cento del 2010 al 29,7 per cento del 2050.
Più complicato il discorso relativo al cristianesimo, la cui crescita rallenta in Europa e America settentrionale, ma aumenta - e non di poco - in alcune parti dell’Asia e soprattutto in Africa. Dato tale quadro, si prevede che se nel 2010 i cristiani nel mondo erano il 31,2 per cento della popolazione, saranno il 31,4 nel 2050. Una prova di «resistenza», insomma, dovuta essenzialmente alla crescita africana. Un discorso a parte lo merita l’induismo, che cresce, sì, ma è anche circoscritto geograficamente al subcontinente indiano. Stando agli attuali trend demografici, dovrebbe passare dal 15 per cento del 2010 al 15,2 del 2050, rimanendo stabile. Un processo simile vale per il buddismo, che però dovrebbe far registrare una contrazione, dal 6,9 al 6,2 per cento. Stabile l’ebraismo, condizione dovuta principalmente ai trend demografici in Israele.
I numeri spesso dicono poco se decontestualizzati o analizzati in modo freddo. A volte, però, danno luogo a paradossi che inducono ad ampliare lo spettro con cui si guardano i fenomeni. Nonostante la nostra prospettiva occidentale sia portata a vedere pressoché ovunque i segni della secolarizzazione e di un sempre maggiore disinteresse nei confronti del fenomeno religioso, stando alle statistiche e alle relative proiezioni si scopre che la percentuale di quanti si dichiarano atei o agnostici è destinata a diminuire, passando dal 16 per cento del 2010 al 13 per cento del 2050. E questo perché, nel le aree da noi più lontane - quelle con tassi di natalità più alti -, cresce il numero di chi è per così dire affiliato a una religione. Rodney Stark ha scritto fino all’ultimo che mai il mondo è stato più religioso di com’è ora, smentendo i luoghi comuni su un Medioevo fatto di chiese stracolme di credenti e di orante devozione popolare. Non era così: Stark prese le misure della superficie calpestabile delle chiese medievali - almeno, delle grandi cattedrali - e dimostrò che i numeri a lungo diffusi erano calcolati all’eccesso.
Mai come in quest’epoca, la fede segna il dibattito pubblico e la religiosità aumenta in territori dove fino a un secolo fa la presenza cristiana era rappresentata solo da qualche sparuta missione. Il filosofo e sociologo Hans Joas osservava in La fede come opzione. Possibilità di futuro per il cristianesimo che «in un’ottica globale non c’è perciò alcun motivo per guardare con scetticismo alle possibilità di sopravvivenza del cristianesimo. La situazione sembra essere piuttosto la seguente: quella che stiamo vivendo oggi è una delle fasi più intense di diffusione del cristianesimo che si siano mai registra te nella storia. Questi sviluppi avranno molteplici conseguenze per i cristiani in Europa. Probabilmente, per quel che riguarda la Chiesa cattolica, siamo alla vigilia di uno spostamento fondamentale delle forze».
Lo storico Philip Jenkins, già un ventennio fa, avvertiva di stare in guardia dalle prefiche e dai canti mesti che profetizzavano la fine del senso religioso. Nel suo La terza Chiesa, notava infatti che la Chiesa non solo non è numericamente in crisi, ma può contare su una diffusione a ritmo sostenuto nel cosiddetto «Sud del pianeta». Un fenomeno - osservava già allora - «di cui gli occidentali non sembrano sufficientemente consapevo li». Individuava, lo studioso, un progressivo sposta mento del baricentro del cristianesimo verso l’Africa, l’Asia e l’America latina. Verso, insomma, quelle peri ferie care alla predicazione di Papa Francesco. Un Sud cristiano che agli albori del millennio appariva assai più conservatore e «tradizionalista» rispetto al Nord, «dalle forti inclinazioni mistiche e dal rigido puritane simo sessuale».
La lettura di Jenkins si è dimostrata parzialmente corretta: se è vero infatti che il grande «serbatoio» di fede cristiana è situato a Sud, è altrettanto vero che l’inclinazione fortemente conservatrice è individuabile in Africa, ma non di certo in America latina, dove le tendenze - per quanto riguarda il cattolicesimo - sono più legate a forme di teologia popolare che non di rado si richiamano alla teologia della liberazione, a volte mischiandosi con essa e rendendo non facilmente intellegibile il sentiero che si presenta da vanti allo studioso. In ogni caso, pur individuando il trasferimento del cuore cristiano a sud dell’equatore, Jenkins da sempre rifiuta l’assunto di un’Europa senza fede: «Al di là della partecipazione al culto, l’Europa odierna presenta una fedeltà religiosa difficile da comprendere se si pensa che la fede cristiana sia completamente morta» diceva in un’intervista ad Avvenire nel 2008. Senza dubbio, però, tutti concordano che è l’Africa il bacino che vedrà crescere esponenzialmente il numero dei cristiani: sempre secondo il Pew Research Center, la popolazione cristiana nel l’Africa subsahariana è destinata a raddoppiare en tro il 2050, arrivando a toccare la soglia del miliardo e cento milioni di persone. Fra vent’anni, insomma, il 40 per cento dei cristiani di tutto il mondo potrebbe trovarsi nel continente africano. E non si tratta di un’adesione formale o «culturale», come va di moda in Occidente: no, in Africa il 75 per cento dei fedeli ritiene la propria appartenenza religiosa importante, quasi decisiva per la propria esistenza.
[…] Non è un caso che Benedetto XVI, durante il suo viaggio in Africa del 2009, avesse sì lodato quelle terre, definite «un immenso polmone spirituale per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza», ma al contempo avesse aggiunto che «anche questo polmone può ammalarsi» di due «pericolose patologie che oggi lo stanno intaccando: il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista». Analisi condivisa da uno degli esponenti di punta del cattolicesimo africano, il cardinale guineano Robert Sarah, che osservava come «i problemi della Chiesa africana vengono proprio dal suo essere giovane».
[…] L’Africa, così snobbata per secoli e buona parte del Novecento, assumerà sempre più importanza nei prossimi decenni non solo perché rappresenterà il cuore di un nuovo e dinamico cattolicesimo, ma anche per ché è lì che si avvertiranno le conseguenze dell’incontro-scontro fra cristianesimo e islam. Appena al di sotto del Sahara s’avverte da tempo la crisi: secondo l’organizzazione umanitaria Open Doors, dei 4.998 cristiani uccisi in odio alla fede nel 2024 in tutto il mondo, 4.606 risiedevano in questa regione. Cristiani presi di mira intenzionalmente, segnalava il rapporto, da elementi riconducibili alla galassia islamista radicale e ai regimi autocratici. Almeno 16,2 milioni di cristiani, dal 2022 al 2024, sono stati costretti ad abbandonare le proprie terre e le proprie case perché minacciati.
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Leone XIV (Ansa)
Il Papa: «Tutti i movimenti restino in comunione con Roma». I tradizionalisti non mollano, il Cammino sinodale invece rallenta.
Papa Leone XIV ha indicato ancora una volta la comunione ecclesiale come uno dei pilastri del suo pontificato. Lo ha fatto ieri, incontrando i moderatori dei movimenti e delle nuove comunità, pronunciando un discorso programmatico contro ogni deriva settaria o autoreferenziale. Il governo nella Chiesa, ha spiegato, non è un fatto tecnico ma un dono dello Spirito finalizzato al bene spirituale dei fedeli, che deve rifuggire dal consolidamento di apparati di potere.
Il cuore dell’intervento è stato un richiamo netto contro l’isolamento: «Tante volte troviamo gruppi che si chiudono in sé stessi e pensano che la loro realtà specifica è l’unica o è la Chiesa», ha ammonito Leone XIV. Parlando a braccio, il Papa ha stigmatizzato l’atteggiamento di chi mette in discussione l’autorità locale: «Se un gruppo dice: «“No, con quel vescovo non siamo in comunione, ne vogliamo un altro”, non va bene». Per il pontefice, è essenziale vivere la comunione sia a livello diocesano che universale, riconoscendo nel vescovo una figura di riferimento imprescindibile. Nessuna realtà può considerarsi una «zona franca» rispetto al discernimento dei pastori. Questo desiderio di unità di Leone XIV si scontro con alcune tensioni che restano profonde.
Sul fronte tedesco, il Cammino sinodale sembra aver imboccato una fase di «scisma ibernato». Infatti, il nuovo presidente della Conferenza episcopale, monsignor Heiner Wilmer, sta agendo con cautela diplomatica, forse anche per conquistare la fiducia di Roma. Da una parte rassicura il sinodo per le sue spinte in avanti, ma nello stesso tempo avverte che permangono ostacoli sul percorso e precisa che la Synodalkonferenz non si riunirà a novembre, per via dei disaccordi con la Curia. La tensione resta alta con il Comitato centrale dei cattolici tedeschi (ZdK), che spinge per riforme radicali e critica i vescovi conservatori contrari al progetto di un Consiglio sinodale paritario tra laici e vescovi. La Santa Sede osserva con riserva questa struttura, che rischierebbe di esautorare l’autorità episcopale prevista dal diritto canonico.
Mentre in Germania si frena un po’, sul versante tradizionalista lo scontro prosegue. La Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) - i seguaci di monsignor Marcel Lefebvre - ha annunciato per il 1° luglio la consacrazione di nuovi vescovi senza mandato papale, atto che il cardinale Víctor Manuel Fernández ha già indicato come motivo di scomunica latae sententiae. In questo contesto, monsignor Athanasius Schneider ha chiesto al Papa «misericordia pastorale», definendo un’eventuale scomunica un «enorme errore storico di rigidità». Schneider ha duramente criticato i recenti documenti sinodali, definendoli propaganda Lgbt «non cristiana» e denunciando così un doppio standard vaticano: inclusività verso i progressisti tedeschi e pugno di ferro verso chi vuole trasmettere la «fede di sempre».
Ma il canonista francese don Albert Jacquemin, ex membro della FSSPX e presidente del Tribunale penale canonico nazionale della Conferenza episcopale transalpina, respinge l’argomento dello «stato di necessità» invocato dai lefebvriani: il diritto della Chiesa non permette mai di agire contro la volontà esplicita del Papa. Procedere con le consacrazioni significherebbe la «consumazione di uno scisma di fatto», spostando l’autorità reale verso una struttura parallela. Rispetto a chi lamenta un doppio standard, il canonista francese dice che in realtà si tratta di cose diverse, una consacrazione episcopale senza il permesso pontificio costituisce immediatamente una rottura pubblica della comunione gerarchica, le deviazioni dottrinali richiedono processi diversi e un discernimento progressivo da parte di Roma.
Le sfide che arrivano dalla Germania e dalla FSSPX sono due prove cruciali per verificare la tenuta dell’unità della Chiesa che il Papa predica senza posa.







