Il Covid, il lockdown e la gestione della pandemia targata Speranza hanno lasciato segni indelebili nel tessuto sociale italiano. Le cicatrici psicologiche saranno visibili fra un po’ di anni. Sopratutto quelle che hanno colpito i bambini e i ragazzi. Mentre quelle economiche sono già palpabili. Nei momenti più difficili il governo Conte approcciò le partite Iva con lo schema dell’elemosina. A chi chiedeva di rimanere aperto, i giallorossi hanno offerto bonus e aiuti, come fossero dipendenti pubblici e non piccoli imprenditori. Il risultato è stata una moria di esercizi commerciali.
A distanza di tre anni Confesercenti fa il punto della situazione. «In confronto al 2019, a fine 2023 si conteranno oltre 52.000 imprese del commercio in meno, per un declino complessivo del -7%», si legge nella nota diffusa dall’associazione di categoria assieme a Ipsos. Lo stesso studio stima che a questo tasso di moria da qui al 2030, al netto del ricambio, si perderanno 18 esercizi al giorno. «C’è un’accelerazione del processo di desertificazione su cui incide la doppia crisi vissuta dal comparto che, dopo lo stop imposto dalla pandemia, ha visto interrompersi la ripresa a causa degli effetti di inflazione e caro-energia», si legge sempre nello studio, «che hanno eroso la capacità di spesa delle famiglie». Nei primi tre mesi dell’anno le nuove aperture sono ancora del 18% inferiori a quelle registrate nello stesso periodo del 2019. Per far fronte al rischio desertificazione Confesercenti propone misure fiscali per ridurre la pressione delle imposte sulle famiglie, come «detassare gli aumenti contrattuali per il prossimo biennio: potrebbe generare 3 miliardi di euro di consumi aggiuntivi già a partire dalla prossima tornata contrattuale». Poi, «misure strutturali, con un pacchetto di formazione per gli imprenditori, sostegni all’innovazione, una fiscalità di vantaggio per le piccole imprese della distribuzione con fatturato inferiore ai 400.000 euro annui, e la cedolare secca per le locazioni commerciali». L’idea lanciata ieri dai commercianti ha molto senso. E si collega direttamente al tema del caro affitti. Riteniamo che non spetti mai allo Stato intervenire sul mercato per dare incentivi o calmierare i prezzi. Riteniamo anche che lo sviluppo dell’ecommerce vada per una propria strada e in ogni caso risponda alle esigenze del cliente. A chi governa spetta però anche fare valutazioni sociali. Spostare tutto sull’online e sui grandi poli di vendita o centri commerciali crea esattamente quell’effetto svuotamento che si ripercuote sulla sicurezza dei cittadini. Bar, locali, piccoli esercizi nei centri storici o nei quartieri delle grandi città facilitano il controllo del territorio. Riempiono le strade e di conseguenza riducono statisticamente i numeri della microcriminalità.
Se c’è per cui un settore da stimolare è proprio questo. Sostenere gli affitti dei piccoli serve proprio a questo. È chiaramente un discorso completamente diverso rispetto a chi chiede assurdi sostegni di cittadinanza per gli studenti o prezzi calmierati sul modello tedesco. Creare un percorso di agevolazioni fiscali per i piccoli esercizi avvia una leva positiva che già sul medio termine consente allo Stato di rientrare dell’investimento o per essere più precisi del mancato gettito. «Siamo convinti», prosegue Confesercenti, «che, con queste misure, sarebbe possibile ridurre l’erosione delle quote di mercato delle piccole superfici, recuperando 5,5 miliardi di euro di vendite, e salvando quasi 30.000 attività commerciali di vicinato dalla scomparsa nei prossimi sette anni». Insomma, se i calcoli dei commercianti sono correnti il crollo della capacità dei consumi delle famiglie italiane è corretto si impongono interventi di sostegno che però, al tempo stesso, non finiscano con l’aumentare l’inflazione. Puntare sugli affitti permette dunque da un lato ai piccoli negozianti di non scaricare gli aumenti sul consumatore finale e dall’altra parte ai proprietari di immobili di contenere il prezzo della locazione. Immaginare una cedolare secca ancora più vantaggiosa è un buon punto di partenza. Sempre ieri il vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, della Lega ha lanciato un disegno di legge: «In Italia esistono ancora circa 300 tra alberghi, ristoranti, pasticcerie, caffè storici. Moltissimi sono stati costretti a chiudere. Per questo, prevediamo la nascita di un fondo pari a 150 milioni di euro per aiutarli a pagare gli affitti, restaurare i locali, ottenere riduzioni o esenzioni da imposte o tributi». Si potrebbe usare lo stesso veicolo per avviare una strategie complessiva.
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