L’hai sentita chissà quante volte a teatro e non solo, ma la sua voce al telefono ha dentro una novità assoluta e ti chiedi subito perché. «Sono Umberto Orsini», conferma sentendo un’incertezza. «Facciamola adesso, questa intervista». Lui lo sa, il perché, e poi ti spiegherà questo mistero della sua voce. Della quale ha fatto un mestiere. Usarla come sa fare lui lo ha consacrato uno degli artisti che hanno scritto la storia del teatro italiano.
Difficile definire un attore come Orsini, impossibile raccontare tutto quel che ha fatto. Anche perché alle lusinghe, si capisce dal tono sbrigativo con cui liquida i complimenti, non è interessato. Nel conversare va dritto su ciò che lo appassiona, e presta il suo tempo ma poi ti lascia: «Abbiamo detto abbastanza», salutando con cortesia e fermezza.
Classe 1934, si è formato all’Accademia nazionale d’arte drammatica, e ha esordito in teatro a 23 anni. È stato per 18 anni direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma. Una delle sue passioni sono gli antieroi del repertorio contemporaneo. La sua prima volta in un set cinematografico è stata con La dolce vita di Fellini. Ha interpretato ruoli sul grande schermo anche per Luchino Visconti.
Dopo il successo di Roma, Milano e altri teatri, la scorsa settimana ha portato in scena a Savona le repliche de Le memorie di Ivan Karamazov, una sua rilettura – con il regista Luca Micheletti – del personaggio di Dostoevskij. Che ha affrontato per la terza volta in carriera. E ora, anziano, ha scelto di mettere sul banco degli imputati.
Settanta intensi minuti e al termine il pubblico si alza sempre in piedi: standing ovation. Fa ancora effetto, dopo quasi 66 anni di carriera?
«È sempre emozionante, e ogni volta mi incuriosisce la reazione degli spettatori. Forse offrono un tributo alla mia carriera, forse al testo, forse alla recitazione… è una somma di elementi. A questo spettacolo mi sono molto affezionato e l’ho pensato come coinvolgente, non è certo un monologo comune».
Faticoso, no?
«Abbastanza, sì, ma lo è di più il cinema. Sono reduce da due settimane di set nelle Langhe per girare Trifole, che vede protagonista anche Margherita Buy e la giovane Ydalie Turk, regia di Gabriele Fabbro. Poche luci naturali, movimenti di macchina giusti e ambiziosi: insomma, un lavoro ben fatto. E ai film io mi affeziono, ma girare per 15 giorni per tutte quelle ore, spesso all’aria aperta, è davvero stancante, molto più del teatro».
Ma a un attore come lei, non basterebbe oggi un leggio per fare il tutto esaurito nei teatri?
«Degli spettacoli strutturati della mia compagnia – che ho fondato sette anni fa – ne faccio invece un vanto. L’ho messa in piedi in un momento di crisi economica, andando in controtendenza, proprio perché so che dai momenti di crisi può nascere una spinta verso il nuovo. L’avevo premesso: non propongo niente di rivoluzionario o inedito, ma voglio lavorare con passione, esperienza, ricerca e qualità. Per portare in giro per l’Italia quest’ultimo spettacolo su Ivan Karamazov giriamo con un tir da 13 metri, e l’allestimento è pensato con tutti i crismi, dalle luci alla scenografia».
Costoso.
«Non vedo perché alla fine della mia carriera dovrei cedere a proporre qualcosa di qualità inferiore».
Ha detto «a fine carriera», ho sentito bene?
«Per me è sempre fine carriera. Le avrei detto la stessa cosa se mi avesse intervistato quando avevo trent’anni. Vivo nell’attesa del meglio, naturalmente, ma anche in previsione del peggio. Da sempre. Ho le stesse attese e le stesse paure di quando ero giovane. Il timore di non farcela».
Che però… la rilancia?
«Pedalo, sempre. Uso spesso la metafora di un traguardo già lasciato alle spalle, di cui però non mi sono accorto. Vado avanti, anche se in salita, sperando di trovare presto una discesa. Mi piace affaticarmi».
È questo il suo segreto? Amare la fatica?
«Non so se sia un segreto. So che la fatica mi mantiene in vita. Ho sempre concepito il teatro come scontro fisico, in qualche modo, oltre che scontro di parola. Per salire sul palco devo sentirmi bene fisicamente, in salute, magari proprio per nascondere la mia energia, quando e se occorre. E per tirarla poi fuori, e sorprendere».
Lei recita senza microfono.
«Uno dei pochi rimasti in Europa, temo. Di recente sono stato a Roma a vedere Isabelle Huppert: ho trovato scandaloso che utilizzassero il microfono. Per una commedia borghese, poi. Perché? È come se la Callas fosse entrata in scena microfonata, senza senso».
Non sarà troppo duro? Ogni scricchiolio di poltrona rischia forse di privare lo spettatore della comprensione?
«Anzi, è il contrario. Spinge alla concentrazione. Alla vera attenzione. Altrimenti tanto vale che si resti a casa a guardare la televisione sul divano. Una volta ci dicevano, dalle ultime file: “voce”. Ora dicono “volume”, come se stessimo pure noi dentro una scatola».
E invece…
«E invece teatro è verità sulla scena. Sputi, sudore, inciampi. È vita. E il microfono toglie parte di questa vita. Certo, lo so che Carmelo Bene ne fece un cavallo di battaglia. D’altra parte avrebbe avuto, senza, una voce piuttosto chioccia».
Al contrario della sua…
«Sia chiaro: è la responsabilità principe dell’attore avere una voce così educata al teatro da farsi sentire anche in ultima fila pure con un sussurro. L’arte del mio mestiere è proprio quella. Non ha alcun senso aggirare il palco. Ma ormai siamo una specie di avanguardia, noi che la pensiamo così. È un’arte dimenticata. Anzi, recitare senza microfono è ormai avanguardia vera, contro l’establishment. Rende quel che facciamo sempre nuovo. Mai vecchio. Contro questo andazzo terribile dei microfonati».
Le sarà capitato di utilizzarne uno, di microfono.
«Per il monologo con leggio sì. Un paio di mesi fa, ad esempio, ho letto allo Strehler il racconto di Giovanni Testori di Luchino Visconti. Una lettura che a gennaio – le anticipo – porterò anche a Parigi, all’Istituto di cultura italiana. Beh, sa che è successo? Che c’è stato una sorta di delirio, in sala. Persone che mi dicevano che nonostante mi abbiano ascoltato tante volte e pensavano di conoscere la mia voce sono rimaste stupite».
Come me al suo «pronto», al telefono.
«Il microfono dà timbri diversi rispetto a quelli della scena. Non è una fissazione per un dettaglio, la mia. È un cambiamento sostanziale».
Prossimi progetti, oltre a Parigi?
«Fra 20 giorni riprendo le prove di uno spettacolo con Franco Branciaroli, che è quasi pronto. Con la preziosa regia di Massimo Popolizio, e una coproduzione della mia compagnia e quella degli Incamminati, debutteremo allo Strehler a Milano dal 12 gennaio con I ragazzi irresistibili di Neil Simon. Una commedia divertente».
Non è la prima commedia con Branciaroli.
«Simon è un genio del teatro americano e ci siamo voluti cimentare perché siamo due attori che non vengono associati idealmente alla commedia. Molto divertente, per noi. Saremo spiritosi. Con la cura che ci contraddistingue: una missione, per come la intendo io, nel teatro privato».
Una missione pubblica?
«In un’Italia senza una capitale del teatro – beh, forse Milano potrebbe esserla – andare in replica nei cento teatri nostrani di valore è una missione pubblica, sì. Un teatro di grande fattura e di grande professionismo. Ho sempre voluto portare spettacoli di questo genere in provincia. D’altra parte fu in provincia, che mi innamorai di questo mestiere».
Natali a Novara…
«È trascorso mezzo secolo e potrei pure sbagliarmi, ma direi che a Novara fu Tutto per bene di Pirandello, il primo testo ad affascinarmi. Da lì, presi una valigia e partii. Occorre viaggiare, per fare l’attore. I giovani non lo capiscono: pensano che basti una fiction per avere una notorietà rapida. Ma ti ricordi del personaggio, e non del loro nome. Pure io di Zingaretti e Gassman mi ricordo bene, di altri faticherei a dire come si chiamino».
In tanti poi si cimentano con il teatro.
«Sì, e lì si misura la loro bravura per davvero».
È l’arte più nobile?
«Non la più nobile, e nemmeno la più difficile. Semplicemente diversa. Non ci si può improvvisare attori di teatro. Ad esempio, alzato il sipario non ci sono primi piani. Ma bisogna saperli creare, anche a figura intera. Portando l’attenzione sul viso. Con un gesto che da solo può essere più importante di altri mille».
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