Vietato difendere il «sesso biologico». Vietato argomentare, in un contesto accademico, che esso è una «categoria analitica necessaria». Non si può fare, non si può dire. Se no si offendono persone trans e Lgbtqi.
L’hanno messo nero su bianco, in una breve lettera in inglese e in francese, l’American anthropological association e la Canadian anthropology society, le quali, dal 15 al 19 novembre, organizzeranno, in Ontario, un mega convegno dal titolo Transitions. È il tema del momento, no? Le transizioni – che poi sono i vecchi piani quinquennali, comparsi prima come tragedia e ora come farsa – digitale, ecologica e, magari, pure di genere.
Le due associazioni di antropologi del Nord America hanno cancellato un panel che avrebbe avanzato una proposta sensata: «Parliamo di sesso, baby: perché il sesso biologico rimane una categoria analitica necessaria nell’antropologia». Ragionevole: se la materia esamina i comportamenti dell’uomo all’interno delle società, com’è possibile che prescinda da elementari dati di natura? L’uomo ha un corpo, degli organi, nonché un apparato riproduttivo. E certe banalità, oltre a essere fattuali, rappresentano altresì la base sensibile sulla quale si innestano le elaborazioni culturali. Almeno, se ne discuta. Si dibatta. Ci si confronti.
Niente. Nella missiva inviata ai relatori e datata 25 settembre, le presidenti delle due società, Ramona Pérez e Monica Heller, scrivono che la presentazione è stata annullata «in uno spirito di rispetto per i nostri valori, la sicurezza e la dignità dei nostri membri e l’integrità scientifica del programma» della conferenza. Eccolo, lo stato dell’arte nelle più importanti assemblee che riuniscono i cattedratici. Suggerire che «maschio» e «femmina» siano due parole con un senso preciso significa nuocere nientemeno che ai valori della disciplina antropologica. Non solo: ciò metterebbe in pericolo addirittura la sicurezza e la dignità di trans, gay e lesbiche. E se non bastasse, arriva il suggello supremo: la scienza. Per motivi non proprio chiari, sarebbe antiscientifico discettare di sesso biologico. Non vorrete mica che pene, vagina e ormoni giochino un qualche ruolo nelle espressioni culturali del genere umano?
Dopodiché, per fingere un sincero attaccamento ai principi democratici, American anthropological association e Canadian anthropology society assicurano che la «voce» di «quelli che erano in disaccordo con tale decisione» è stata ascoltata. E parecchio. Certi pareri sono stati presi in così attenta considerazione, che le presidenti di Aaa e Casca avvisano: per il futuro, «intraprenderemo un’ampia revisione dei processi collegati alla selezione delle sessioni ai nostri meeting annuali e includeremo le nostre leadership in questa discussione». Tradotto: per evitare altri incidenti con la lobby arcobaleno, prenderemo in mano noi le procedure che portano a scegliere quali argomenti trattare. Ah, questi sì che sono i valori della comunità degli antropologi. Questo sì che è il modo di fare scienza.
Di sicuro, all’evento in Ontario, è considerato molto scientifico occuparsi di gender e minoranze etniche oppresse. Il convegno di novembre censura il panel sul sesso biologico, però lascia campo libero a una serie di interventi dedicati ad argomenti tipo gli «sconvolgimenti queer, diasporici, transnazionali nel cinema etnografico». Un momento di riflessione sul tentativo di «decentrare le prospettive americaniste e decolonizzare l’antropologia visuale». Si consigliano maschere antigas, per riuscire a respirare in mezzo alla fuffa.
Poi ci sono le «transizioni postrazziali», quelle per «i rifugiati queer in Nord Europa», nonché le meditazioni sulla «educazione negli spazi raziolinguistici transizionali». È l’etichetta sotto la quale finiscono le critiche alla presunta «egemonia» bianca nell’insegnamento di materie come la matematica, nella quale, ovviamente, i neri sarebbero «sottorappresentati». A causa del famigerato «razzismo sistemico», immaginiamo. Sarà lecito parlare di «giustizia riproduttiva» e, naturalmente, non potrà mancare una bella tavola rotonda sulla «giustizia ambientale», il dogma verde di quest’epoca nella quale il buon senso è diventato pietra dello scandalo.
Qualcuno predisse che, un giorno, sarebbe stato necessario sguainare spade per dimostrare che le foglie sono verdi d’estate. Per adesso, i gladi restano nel fodero. Intanto, a chi non si conforma al pensiero unico, spengono il microfono.
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