«Vaccinazioni frequenti indeboliscono l’organismo. Effetti avversi in crescita»
Nel riquadro, Mauro Mantovani
Il biologo Mauro Mantovani: «Gli anticorpi post iniezione lasciano circolare la Spike per mesi: è pericoloso. Cure costose per chi è danneggiato».

«Penso che sia necessaria un po’ di chiarezza, dopo due anni di pandemia è tornata la politica del terrore, sembra che la Cina stia ricominciando ad infettare il mondo e così ecco arrivare restrizioni inutili imposte senza neanche aver valutato bene cosa stia accadendo davvero». Ci accoglie così il dottor Mauro Mantovani, biologo-ricercatore specializzato nel sistema immunitario. Nel suo laboratorio a Milano, sta studiando anche gli effetti della proteina Spike nell’organismo, per riuscire a trovare cure e terapie per chi ha sviluppato effetti avversi al vaccino contro il Covid.

Dottor Mantovani, questa attenzione per le varianti cinesi è solo un falso allarme?

«Prima di tutto bisognerebbe considerare i numeri e le diverse grandezze. La Cina ha un territorio che è quasi due volte più esteso dell’Europa intera, ha 1,5 miliardi di abitanti, è ovvio che i contagi siano nettamente maggiori. E poi c’è tutto quello che riguarda la trasparenza. Non è un segreto che le informazioni che ci arrivano da lì sono spesso confuse e frammentate».

Il vaccino cinese, il Sinovac, è davvero inefficace?

«Il vero problema è nella definizione di efficacia. Se un individuo è stato per così dire “vaccinato” e poi ha ripreso l’infezione, il vaccino ha di fatto fallito. Almeno così sono sempre stati valutati i vaccini. Mentre se la puntura serve solo per limitare l’ospedalizzazione attenuando i sintomi della malattia o evitando il decesso, non si può più chiamare “vaccino” nell’accezione classica del termine, ma bisogna parlare di “farmaco”. E tra “farmaco” e “vaccino” cambia tutta la procedura di autorizzazione all’immissione in commercio e i test richiesti. Se si parla di “efficacia” è solo per propaganda, senza un minimo di cultura scientifica».

Quindi non ha senso dire che la causa di questa nuova epidemia in Cina sia Sinovac?

«Non ha alcun senso. Il Sinovac è simile ad altri vaccini “tradizionali” e quindi è diverso da Pfizer o Moderna perché utilizza il virus inattivato, che non si può replicare, per utilizzare termini più semplici. Come accade per il vaccino del morbillo o della varicella. E poi ci sono diversi studi che sostengono la validità del Sinovac, pubblicati nelle riviste più prestigiose, come Lancet».

Crede che queste nuove varianti siano pericolose?

«Fino a quando il virus non raggiunge un livello tale per cui si instaura una tolleranza immunologica con l’essere umano, continuerà a produrre varianti. In termini più semplici il virus sta cercando di farsi “accettare” dal nostro organismo creandosi un posto di privilegio nella specie più diffusa e resistente del pianeta: l’uomo. È già stato appurato che entra di fatto nel nostro genoma come tantissimi altri virus “erpetici” che accompagnano il 98% circa degli esseri umani. Le faccio un esempio: l’herpes simplex, quello che comunemente fuoriesce dalle labbra, non va più via dall’organismo e può manifestarsi in altre forme».

I vaccini aggiornati per le nuove varianti sono utili?

«Il problema è uno: il funzionamento del vaccino. Le spiego: il vaccino produce un antigene che induce lo sviluppo di anticorpi specifici per quell’antigene. Quindi è ovvio che se si viene a contatto con una variante che ha diverse mutazioni nell’antigene per cui il vaccino è stato progettato, quella dose non serve a nulla. Bisognerebbe continuare ad aggiornare il vaccino inseguendo il virus costantemente, ma continuare a vaccinare ha i suoi effetti negativi».

Si riferisce agli effetti avversi?

«Non solo. Recenti pubblicazioni sulla rivista The Lancet e anche altri studi indipendenti, hanno mostrato che continuando con le vaccinazioni ravvicinate non solo non si previene il contagio e/o l’infezione, ma ci si può ritrovare in una situazione paradosso in cui si sovraccarica il sistema immunitario e si possono sviluppare delle malattie auto-immuni. L’assurdità di questo sistema di aggiungere dosi su dosi è che ci si dimentica che il sistema immunitario dovrebbe essere in grado (se in salute) di organizzarsi da solo per un agente infettivo. In pratica sa benissimo cosa fare e quando farlo. Non siamo certo noi a doverglielo insegnare. I virus più ancestrali hanno un vissuto di circa 3,5 miliardi di anni e il sistema immunitario innato si è formato centinaia di milioni di anni fa».

Viene da chiedersi se ha senso vaccinare i guariti.

«Un paio di settimane fa sono stato da una collega in Svizzera e mi ha detto che lì chi era risultato positivo all’infezione non veniva vaccinato. Ovviamente dopo un test per misurare la presenza di Igg, che semplicisticamente si possono definire anticorpi. C’è da aggiungere altro? I guariti sono sempre stati una risorsa incommensurabile. Come ho accennato prima, il sistema immunitario gode di memoria e si adatta, per cui anche le varianti virali vengono riconosciute e intercettate in maniera magistrale, non c’è bisogno di produrre vaccini per le varianti, basta lasciar fare al sistema immunitario».

C’è differenza tra anticorpi da guarigione e da vaccino?

«Eccome se c’è! Proprio in una nostra indagine è emerso che molte persone hanno anticorpi post vaccino in quantità elevatissima, ma hanno ancora dopo mesi la Spike del virus che circola. Una situazione mai vista prima. Se è la proteina Spike a creare danni, un vaccino che non la blocca, ma anzi che la lascia circolare per mesi nel corpo, funziona in una maniera davvero strana. È una cosa che stiamo ancora studiando, perché non ci è mai capitato prima».

Lei si occupa anche di reazioni avverse ai vaccini mRna: si riscontrano molti casi?

«È normale che in ambulatorio arrivino persone che non stanno bene. Tra queste persone c’è anche chi ha avuto effetti avversi da vaccinazione. Anzi, purtroppo oramai da circa un anno e mezzo vediamo solo loro. Raccontano vicissitudini e storie che hanno dell’incredibile e che mai, e dico mai, ci si potrebbe aspettare da un servizio sanitario che dovrebbe essere al servizio del cittadino, soprattutto dopo una pratica voluta a tutti i costi proprio dallo Stato e persino resa obbligatoria».

Siete riusciti ad arrivare a delle diagnosi? A delle cure?

«Il vero problema è che manca un coordinamento nazionale, è lo Stato che dovrebbe prendersi in carico delle persone che, da sane, si sono ritrovate malate. Per capire di cosa soffrono bisogna svolgere degli esami molto approfonditi e costosi perché ultra-specialistici. Molti addirittura non vengono fatti in Italia. E non tutti hanno la capacità economica, alcuni chiedono persino dei finanziamenti. Noi stiamo studiando, siamo arrivati a conclusioni che pubblicheremo, ma ci vuole l’aiuto di tutti. Medici, ricercatori e sanitari con esperienza dovrebbero lavorare all’unisono. Probabilmente non esiste una cura per tutti, ma va modulata per ciascuna persona. È un lavoro enorme e interdisciplinare, ma che va fatto per cercare di ridare una vita normale a queste persone dimenticate».

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