Al mercato dell’utero in affittoc’è pure il neonato di ricambio
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Ecco le offerte della clinica che ha tra gli omosessuali quasi la metà dei propri clienti: spazia dagli Usa all’Ucraina, propone pacchetti in cui si può scegliere anche il sesso del nascituro. E se qualcosa va storto…

Vogliono farci credere che l’utero in affitto è un «atto d’amore» (lo disse Dacia Maraini nel 2016). Che è un «percorso impegnativo», in cui la donna decide «in piena consapevolezza» e non si trova «in condizioni d’indigenza» (lo raccontano Ryan e Giuseppe, la coppia di uomini che hanno comprato un figlio in California, alla Stampa). Al limite, che è «una pratica abominevole», se implica lo sfruttamento di ragazze povere, ma tanto ormai gli omosessuali vanno in Canada, dove «è vietata qualsiasi transazione economica» (parola di Vladimir Luxuria). La cosiddetta surrogazione – il gergo parascientifico, con la sua parvenza asettica e politicamente corretta, serve a occultare la profonda immoralità dell’atto – sarebbe un errore anche se fosse gratuita: un bambino ha diritto a una mamma e un papà, ha diritto a non essere trattato come un pacchetto regalo. La realtà, però, è che nella maggior parte dei casi – e dei Paesi – la «gestazione per altri» non è un dono disinteressato. È un agghiacciante mercimonio.

Basta digitare su Google il nome della Gestlife. La società si sponsorizza come un servizio di «maternità surrogata per gay»: «Più del 45% dei nostri genitori», si legge sul sito, «sono uomini single, coppie gay o uomini gay single che, a un certo punto della loro vita, hanno sentito il bisogno di diventare genitori». Funziona così: il desiderio, il capriccio, diventano diritti. Basta pagare. È la verità che si apre oltre la cortina fumogena della retorica sui bambini da proteggere. In Italia, com’è ovvio, sono già protetti e persino il «genitore 2» può ricorrere all’adozione in casi particolari, che la Cassazione considera una tutela adeguata.

Non in tutti gli Stati per i quali l’associazione promette assistenza la procedura è consentita alle famiglie Lgbt. E sono moltissimi gli etero che ricorrono alla pratica. Il gruppo dichiara una sede a Barcellona e La Verità, a febbraio, aveva già scoperto che essa fa capo al network di Eliminalia. Ovvero, l’azienda di «spazzini del Web» con base in Spagna e filiali in mezzo mondo, che si occupa di ripulire la Rete da notizie sgradite ai suoi clienti, anche italiani, spesso implicati in vicende di riciclaggio, frode, bancarotta, sfruttamento della prostituzione e addirittura traffico di minori. Lo fa con metodi decisamente poco ortodossi: minacce legali o email spedite da indirizzi farlocchi, all’apparenza appartenenti all’Ue.

Gestlife indica diverse mete per il completamento della procedura. Una delle più ghiotte – benché riservata agli etero – è l’Ucraina. Oggi inaccessibile a causa della guerra, ma gettonatissima prima del 24 febbraio 2022. Il pacchetto proposto è una sorta di all inclusive: si può selezionare il sesso del nascituro, è offerta assistenza legale per la registrazione del neonato, vengono forniti babysitter, carrozzine e persino corredini. Il dettaglio veramente aberrante, però, è un altro: Gestlife si vanta di concedere «garanzie esclusive che coprono imprevisti che nessun’altra azienda copre: perdita o deterioramento degli embrioni durante il trasporto, cambio di donatrice senza costi aggiuntivi», qualora l’impianto andasse a vuoto e – reggetevi forte – «riavvio gratuito del programma in caso di morte del bambino nei primi due anni di vita», oppure «in caso di aborto spontaneo», o ancora, di decesso «della gestante o della donatrice». In pratica, per chi opta per i programmi «standard plus» o «premium», è previsto, alla bisogna, un neonato di ricambio. Come un elettrodomestico che non funziona: si butta via e si ottiene l’articolo sostitutivo. Manca soltanto il diritto di recesso, in caso i presunti genitori cambino idea.

I costi oscillano tra 50.000 e 60.000 euro, però la società conta su una squadra di 50 persone che si occupano di «controllo e monitoraggio» delle procedure e giura di accorciare i tempi di attesa da tre-quattro mesi a quattro settimane.

La nazione candidata a sostituire l’Ucraina, dove il business è bloccato dal conflitto, è la Georgia: anche in questo caso, il procedimento è un’esclusiva degli etero. E i prezzi partono da 58.000 euro. Tuttavia, la normativa di Tblisi è più rigida di quella di Kiev e portare i bimbi in Italia è complicato. Sono persino state aperte alcune inchieste per la consegna, ai genitori-clienti, di figli che biologicamente non appartenevano loro.

I costi salgono negli altri Paesi. La Grecia parte da 78.000 euro. Qui, il problema è che gli autoctoni «spesso chiedono importi non in linea con la legge». Quindi, bisogna ricorrere a surrogate georgiane o ucraine. In Albania, il prezzo oscilla tra i 61.000 e gli 80.000 euro. Le donatrici sono «donne sane tra i 18 e i 26 anni».

Il luogo deluxe sono gli Usa: lì, stando alla brochure di Gestlife, «devi avere un budget, per cominciare, tra i 120.000 e i 160.000 euro per un bambino». La somma «può superare i 200.000 euro se ci sono due bambini (perché sono sempre nati prematuri, trattandosi di un parto gemellare, e sono necessarie incubatrice e spese mediche). Certo, «tutti i procedimenti di maternità surrogata devono passare attraverso il controllo di un tribunale». Tuttavia, c’è il via libera agli omosessuali, uniti civilmente, conviventi e single. E il nascituro acquisirà automaticamente la cittadinanza americana, con annessi e connessi.

Poi, ovviamente, ci sono i compensi per le gestanti, che illustra nell’editoriale il direttore Maurizio Belpietro. Alla faccia dell’atto d’amore, del gesto disinteressato. Alla fine, in questo avvilente mercato, c’è una sola cosa che il denaro non può comprare: la dignità.

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