Nella lotta tra i dem per l’autodistruzione Sanders inciampa sulla mina dell’aborto
Il socialista vince in New Hampshire e si rilancia. Ma il suo tifo per l’interruzione di gravidanza irrita il 30% della base elettorale.

Prosegue la confusa corsa verso la nomination del Partito democratico. Le primarie del New Hampshire hanno visto prevalere Bernie Sanders con il 26% dei voti, tallonato da Pete Buttigieg al 24%. Al terzo posto è arrivata la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar, mentre in quarta posizione è finita la sua collega del Massachusetts, Elizabeth Warren. Serata nerissima per l’ex vicepresidente Joe Biden, scivolato in un’umiliante quinta posizione. Nel frattempo, alcuni dei candidati minori e senza speranza hanno annunciato il proprio ritiro: si tratta dell’imprenditore, Andrew Yang, del senatore, Michael Bennet, e dell’ex governatore Deval Patrick.

I dati interessanti che arrivano da queste primarie sono molteplici. In primo luogo, va rilevato che ad emergere siano – come in Iowa – Sanders e Buttigieg: candidati che, per quanto differenti sul piano della proposta politica, risultano entrambi degli outsider. Si tratta di un fattore significativo, che evidenzia la progressiva disaffezione degli elettori democratici verso l’apparato del proprio partito. In secondo luogo, bisogna constatare che l’ala sinistra dell’asinello inizi a fare finalmente chiarezza: forte dei risultati ottenuti in Iowa e New Hampshire, Sanders sta sempre più emergendo come punto di riferimento per quest’area, laddove Elizabeth Warren riscontra una crescente difficoltà. In terzo luogo, va invece evidenziato come al centro si stia registrando non poca confusione. Se è vero che Buttigieg appaia al momento in grande spolvero, è altrettanto indubbio che il voto moderato – insieme a lui – se lo stiano contendendo Joe Biden, Mike Bloomberg ed Amy Klobuchar. Proprio l’exploit della senatrice del Minnesota può rivelarsi preoccupante per l’ex sindaco di South Bend, visto che i due sono da mesi ferocemente ai ferri corti.

Un discorso in parte analogo vale per Bloomberg: il miliardario si confronterà con il voto soltanto a partire dal Super Martedì del 3 marzo. Ma, qualora dovesse ottenere buoni risultati, potrebbe insidiare pesantemente Buttigieg. Tanto più che molti elettori afroamericani starebbero negli ultimi giorni abbandonando Biden per passare a sostenere l’ex primo cittadino di New York. Buttigieg deve quindi fare attenzione, perché ha molti avversari che puntano a spolparlo. E, tra questi avversari, oggi il meno pericoloso appare proprio Biden, che è uscito pesantemente sconfitto sia in Iowa che in New Hampshire. L’ex vicepresidente è in serissima difficoltà e sta puntando tutto sulle primarie del South Carolina, dove spera di ottenere il fondamentale appoggio delle minoranze etniche. Appoggio tuttavia che – come abbiamo visto – sembra adesso vacillare. Con il risultato che Biden vede ormai ridotte al lumicino le speranze di arrivare allo studio ovale. Donald Trump, dal canto suo, per ora gongola: in New Hampshire, ha ottenuto l’86% dei voti (più di Barack Obama nel 2012 e di George W. Bush nel 2004). Il presidente sta facendo campagna elettorale puntando sugli ottimi dati registrati dall’economia americana, additando non senza efficacia l’asinello come un partito caotico e ostaggio degli estremisti: una strategia similare a quella adottata con successo da Nixon alle presidenziali del 1972 contro McGovern. Trump deve comunque evitare di addormentarsi sugli allori, perché la strada è ancora lunga e le insidie sul suo cammino non saranno prevedibilmente poche.

Un punto significativo da sottolineare è che, tra i numerosi temi di questa campagna elettorale, un ruolo importante verrà giocato dalla questione dell’aborto.

Appena pochi giorni fa, proprio Sanders ha dichiarato che sia «essenziale» per un democratico essere pro-choice. Il senatore (che – per inciso – non è un democratico ma un indipendente) è del resto sempre stato un sostenitore dell’interruzione di gravidanza. La stessa Warren aveva annoverato a novembre l’aborto tra i diritti umani. Che si registri un’insanabile frattura con Trump è scontato: non solo il presidente ha partecipato alla marcia antiabortista di Washington il mese scorso, ottenendo per questo il plauso di organizzazioni cattoliche ed evangeliche. Ma non bisogna neppure trascurare che – elettoralmente parlando – i repubblicani abortisti non abbiano vita facile (si pensi a Rudy Giuliani nel 2008). La battaglia ideologica della sinistra dem sull’aborto rischia quindi semmai di avere delle ripercussioni in seno allo stesso asinello. Non dimentichiamoci infatti che, soprattutto negli Stati meridionali, vi siano dei democratici di stampo conservatore e non particolarmente bendisposti verso l’interruzione di gravidanza. Si pensi soltanto all’attuale governatore della Louisiana – recentemente rieletto – John Bel Edwards che – nel 2018 e nel 2019 – ha siglato una serie di leggi fortemente restrittive in tema di aborto, suscitando il risentimento delle frange progressiste del partito. Lo stesso (cattolico) Biden, lo scorso giugno, fu costretto dalla sinistra a sconfessare il suo storico sostegno all’emendamento Hyde: un dispositivo legislativo volto a limitare l’interruzione di gravidanza. Tutto questo, senza trascurare che – secondo Gallup – il 29% degli elettori dem si dichiari oggi pro-life. Insomma, sull’aborto i democratici rischiano l’ennesima faida intestina.

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