L’ombra di Hubert Humphrey aleggia su Joe Biden
Hubert Humphrey (Photo by Owen Franken/Corbis via Getty Images)
L’attuale campagna elettorale per le presidenziali del 2020 sta mostrando sempre più analogie con quella del 1968. Fu il repubblicano Richard Nixon a uscire vincitore da quella competizione, adottando una strategia fortemente securitaria, sintetizzata nello slogan “law and order”. Uno slogan che, non a caso, Donald Trump ha ampiamente rispolverato negli scorsi mesi. La situazione dell’epoca era, sotto alcuni aspetti, similare a quella odierna.

Come oggi, anche allora gli Stati Uniti erano attraversati dalle proteste, mentre la cosiddetta New Left si stava rafforzando sulla scia delle agitazioni contro la guerra in Vietnam, oltre che a causa dell’uccisione di Bob Kennedy e del reverendo Martin Luther King. Tuttavia, se il paragone tra Trump e Nixon è stato spesso sottolineato, molto meno sono state invece prese in considerazione le analogie con il campo politico democratico. E’ in tal senso che andrebbero messe in evidenza le somiglianze che Joe Biden intrattiene con il candidato dem di allora, Hubert Humphrey.

Vicepresidente in seno all’amministrazione di Lyndon Johnson, Humphrey era un centrista vicino all’establishment dell’asinello. Candidatosi alla nomination democratica troppo tardi per partecipare alle primarie, riuscì comunque a conquistarla, soprattutto dopo che – a causa dell’assassinio di Bob Kennedy nel giugno del 1968 – il partito era caduto in un profondo stato di caos intestino. Un partito che si ritrovava sempre più spaccato tra un’ala centrista (vicina alle politiche di Johnson) e una più a sinistra (molto critica della guerra in Vietnam). Se quest’ultima aveva trovato nel senatore del Minnesota Eugene McCarthy il proprio principale rappresentante, la prima si strinse invece attorno a Humphrey. Pur riuscito ad emergere come vincitore, il vicepresidente cercò senza troppo successo di presentarsi quale figura di mediazione in seno al partito. Humphrey era infatti considerato troppo vicino a Johnson e alla guerra in Vietnam per risultare attrattivo da parte della sinistra. Il clima infiammato di divisione fu del resto esemplificato dalle poderose proteste di strada che si consumarono a Chicago, proprio nel corso della Convention democratica.

Ora, è ovvio che ci siano delle differenze con allora. Humphrey era all’epoca vicepresidente di un’amministrazione ancora in carica, mentre Biden è – da ex vice di Barack Obama – lo sfidante di un presidente in cerca di riconferma. Tra l’altro nel 1968, ricordiamolo, era sceso in campo anche un terzo candidato di peso come George Wallace, che insidiava il Partito Democratico soprattutto negli Stati meridionali (e infatti alla fine ne espugnò ben cinque). Restano tuttavia due elementi inequivocabili: oggi – come allora – l’asinello è fortemente spaccato al suo interno e oggi – come allora – il partito si è affidato a un candidato dell’establishment incapace di creare una sintesi tra le varie correnti in lotta reciproca. E’ pur vero che, da quando si è conclusa l’ultima Convention nazionale del Partito Democratico, qualche commentatore abbia celebrato l’unità ritrovata dell’asinello. Si tratta tuttavia di una mera illusione: non solo i democratici non hanno ancora sciolto i dubbi su svariati dossier elettorali dirimenti (dall’ordine pubblico alla sanità, passando per la fratturazione idraulica), ma – nel periodo della loro Convention – non sono certo mancate le polemiche tra l’establishment obamiano-clintoniano e alcune figure legate alla sinistra antisistema (da Bernie Sanders ad Alexandria Ocasio-Cortez).

Non solo: dobbiamo infatti ricordare che, nel 1968, i repubblicani accusarono Humphrey di nutrire delle tendenze socialiste e di essere troppo blando in materia di sicurezza, per metterlo in cattiva luce agli occhi dei democratici del Sud. Una strategia che Nixon avrebbe poi rispolverato e rafforzato alle presidenziali del 1972 contro George McGovern. Una linea che, lo sappiamo, Trump sta da mesi portando avanti contro Biden, accusandolo di essere un ostaggio nelle mani della sinistra radicale. Infine, ulteriore tratto comune tra Humphrey e l’attuale candidato democratico sta nel (malcelato) tentativo di sconfessare il proprio passato politico. Nel settembre del 1968, l’allora vicepresidente promise de facto di porre fine alla guerra in Vietnam, cercando di distanziarsi dal sempre più impopolare Johnson. Una mossa che gli riuscì solo in parte, visto che Nixon continuò a enfatizzare il legame dell’avversario nei confronti dell’allora presidente in carica. Anche oggi, Biden sta conducendo una campagna elettorale che, sotto molti aspetti, sconfessa la sua stessa attività politica, quando era senatore del Delaware: dalla Cina al commercio internazionale, passando per l’aborto.

Alla fine il 1968 si concluse con la vittoria di Nixon che ottenne 301 voti elettorali contro i 191 del rivale, anche se – in termini di voto popolare – il vantaggio fu inferiore all’1%. Certo: come già accennato, va considerata anche la presenza di Wallace. Ciononostante quest’ultimo non si limitò a succhiare voti al bacino democratico, ma pescò anche da quello repubblicano. Si prenda come esempio i risultati in Alabama e Georgia: Stati entrambi conquistati da Wallace. In Alabama fu Humphrey ad arrivare secondo, mentre in Georgia la “medaglia d’argento” andò a Nixon. Alla luce di tutto questo, è chiaro come le forti analogie con Humphrey dovrebbero preoccupare non poco Biden. Il rischio per l’asinello è infatti quello di piombare in un nuovo 1968.

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