Truppe Ue in Ucraina per garantire la pace Crosetto si tuffa. Tajani: «È prematuro»
Guido Crosetto (Getty Images)
  • Leader prudenti per paura di finire coinvolti nel conflitto: «Prima la tregua». Rutte (Nato): più spese militari con i soldi del welfare.
  • Il presidente è rientrato ieri da Varsavia. I nomi più accreditati sono Lescure e Bayrou.

Lo speciale contiene due articoli.

Ieri lo ha confermato il premier polacco, Donald Tusk: con Emmanuel Macron, a Varsavia, si è discusso della possibilità di inviare truppe di peacekeeping in Ucraina. Donald Trump sarebbe d’accordo, nell’ottica del disimpegno americano dai teatri bellici. Anche la Nato potrebbe trarsi d’impaccio: l’iniziativa verrebbe presa dai singoli Paesi europei e non sotto le sue insegne. L’impegno logistico, però, sarebbe gigantesco: il team del prossimo presidente americano pretende 200.000 soldati. Per farsi un’idea: Unifil, in Libano, conta su poco più di 10.000 caschi blu. Il fronte del Donbass è molto più ampio di quello che le truppe Onu, in effetti, non sono riuscite a presidiare in Medio Oriente. Per garantire davvero una tregua, l’eventuale forza d’interposizione in Ucraina dovrebbe tenere ben altro passo.

Rispetto a quando Macron ventilava l’ipotesi di spedire militari a combattere in trincea, la reazione del Vecchio continente è stata diversa. Una portavoce della Commissione di Bruxelles ha confermato che, per l’Ue, «tutte le opzioni sono sul tavolo». E stavolta l’Italia – come aveva già fatto per i territori palestinesi – ha subito manifestato il proprio interesse: «Io spero di parlare di pace, di peacekeeping, il prima possibile in Ucraina, ma anche a Gaza e in Libano», ha commentato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, dopo il vertice con i suoi omologhi a Madrid. «Noi siamo disponibili a svolgere questo ruolo, che è un ruolo nel quale ci siamo sempre distinti come nazione». In ogni caso, gli alleati sembrano voler chiarire a Kiev che il loro intervento non dovrà essere scambiato per un ingresso nella guerra contro la Russia. La resistenza rimane prudente: «Putin rompe sempre il cessate il fuoco», ha lamentato un funzionario ucraino. «Ecco perché abbiamo bisogno di garanzie, e la presenza di contingenti militari può essere una di queste».

L’estone Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione, a margine della riunione dei ministri degli Esteri a Berlino, dov’era presente anche il nostro Antonio Tajani, ha precisato: «Abbiamo bisogno innanzitutto della pace per poter avere missioni di peacekeeping sul posto. Per poterlo fare la Russia deve prima smettere di bombardare, ma non lo sta facendo. Se vuole smettere di bombardare per Natale o oltre», ha concluso la Kallas, «penso sia uno sviluppo positivo, ma fino ad ora non abbiamo visto che intendano farlo». Il titolare della Farnesina, intanto, ha raffreddato gli entusiasmi di Crosetto, osservando che è «prematuro» discutere di peacekeeping e che prima serve «una pace giusta»: «Valuteranno i leader, intanto vediamo cosa accade».

Gli occidentali si rivolgono a suocera perché nuora intenda: è vero che lo zar deve togliere il dito dal grilletto; è vero pure che Volodymyr Zelensky non dovrà approfittare dell’ombrello europeo per tentare la riconquista delle regioni perdute. Annalena Baerbock, capo della diplomazia tedesca, ha giurato che «non ci sarà alcuna pace sulla testa degli ucraini e degli europei», specie se priva di «rigide garanzie di sicurezza». Una potrebbe essere l’ammissione nella Nato di ciò che resterà del Paese invaso: il summit berlinese di ieri lo ha definito un «processo irreversibile». Baerbock ha aggiunto che un’operazione di peacekeeping è possibile, purché Vladimir Putin si mostri «disposto a parlare di pace. E non è questo il caso».

Ai russi, che mantengono un canale con gli ungheresi tramite i rispettivi ministri degli Esteri, bruciano i raid con gli Atacms Usa: causano pochi danni ma impegnano le contraeree. Il Cremlino ha annunciato rappresaglie, forse con altri lanci di ipersonici. Ieri, nella sua intervista al Time, che lo ha nominato «persona dell’anno», Trump ha criticato il via libera ai bombardamenti con le testate a lungo raggio concesso da Joe Biden: «Sono fortemente in disaccordo con l’invio di missili a centinaia di miglia in Russia. Perché lo stiamo facendo? Stiamo solo intensificando questa guerra e peggiorandola». Il tycoon ha comunque constatato che, per arrivare a un accordo, «l’unico modo è non abbandonare» gli ucraini. Perciò si possono immaginare forme di assistenza prolungate a tutela dei futuri confini. È presto per dibattere sulle regole d’ingaggio del contingente. Mentre forse è già tardi per capire in che modo mobilitare quasi il 50% delle forze disponibili in Europa, senza scoprirsi fatalmente.

A tal proposito, ieri, il nuovo segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha ricordato che serve «molto di più» del 2% del Pil destinato al settore militare. Ha garantito che Trump non ha alcuna intenzione di uscire dall’Alleanza: «Quello che vuole è assicurarsi che gli Stati Uniti non spendano troppo e che noi facciamo abbastanza. E ha assolutamente ragione». Rutte non ha risparmiato una tirata d’orecchie all’industria: «Smettete di lamentarvi e iniziate a produrre». Il guaio è che ha avvalorato i timori di chi crede che indossare l’elmetto si tradurrà in un dissanguamento dello Stato sociale: «I Paesi europei», ha rimproverato il funzionario olandese, «spendono il 25% in media in welfare, ma abbiamo bisogno di una piccola parte per la Difesa». L’esortazione a riorganizzare i bilanci pubblici è stata suggellata da un messaggio inquietante: la Russia «si prepara per un confronto a lungo termine, con l’Ucraina e anche con noi». All’Ansa Rutte ha indicato persino una scadenza: «Tra quattro o cinque anni la nostra capacità di deterrenza sarà indebolita a tal punto che i russi potrebbero iniziare a pensare di attaccarci. Servono più persone negli eserciti». «Dobbiamo passare a una mentalità di guerra», ha quindi ammonito. Giusto per cautela: mentre mettiamo una mano alla fondina, l’altra teniamola sul portafogli.

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