È ancora troppo Djokovic per questo Sinner
Novak Djokovic e Jannik Sinner (Getty Images)
La fame di finale dell’italiano si infrange contro il muro di tecnica, controllo e carisma del serbo (36 anni). Una lezione, l’ennesima, condita da troppi errori. Da Nole però, che si gioca la finale con Alcaraz, riceve anche un’investitura: «Leader della sua generazione».

É stato anche gentile, non gli ha fatto pagare le tre ore di lezione. Il maestro e il ragazzino. Lo scriba Gianni Clerici avrebbe detto: «Deve ancora mangiarne di polenta». Novak Djokovic vola nella nona finale a Wimbledon (sette vinte), giardino di casa sua tenuto a pettine dai gardener di Buckingham Palace, mentre Jannik Sinner si domanda cosa sia accaduto nel pomeriggio di un giorno da cani. Niente di speciale, 3-0 (6-3/6-4/7-6), gesti bianchi a senso unico nella semifinale della rivoluzione diventata ancora una volta la semifinale della restaurazione. Con il serbo mai in difficoltà se non al tie-break, quando il nostro boy ha sprecato due vantaggi da 3-1 commettendo un doppio fallo sanguinoso. E di fatto inchinandosi (7-4) all’alto magistero di Djoker, come un paggio davanti al monarca.

Nonostante i numerosi scambi in apparente parità, non c’è stata partita. Mai nelle due ore e 46’ il campione uscente ha dato l’impressione di vacillare, mai lo sfidante ha dato la sensazione di potersi ergere fino alle altitudini di concentrazione, di tocco, di rapidità d’esecuzione dell’altro. Mai Sinner ha saputo minare le certezze del re di 36 anni e andarlo ad aggredire sull’atletismo, lui che avrebbe gambe e freschezza (compie 22 anni ad agosto) per portare il match in mare aperto e poi sfruttare i cali fisiologici di Nole il Vecchio, come Bruegel, sulla lunga distanza. Invece quando Djokovic ha perso la flemma per due warning nello stesso game più uno «Stai scherzando?» urlato al giudice Richard Haigh, non ha saputo approfittarne, anzi ha facilitato il rientro dell’avversario con errori banali. L’italiano aveva anche il pubblico dalla sua parte, favorevole all’epica del destino, forse convinto di assistere il 14 luglio all’inizio della fine di un’altra testa coronata.

Preso a pallate nel primo set, tenuto sotto controllo nel secondo, respinto quando ha provato ad aumentare i giri del motore nel terzo, il fuoriclasse azzurro esce comunque rinfrancato dal Centrale. Anche se a forza di perdere a testa alta ha il torcicollo, applausi, statistica e tempo giocano per lui. È arrivato alla sua prima semifinale in uno Slam, se l’è giocata contro un signore che di tornei top ne ha vinti 23 e non perdeva sull’erba londinese dal 2017 (ritiro contro Tomas Berdych per un problema all’avambraccio). L’anno scorso Sinner si fermò nei quarti sempre davanti al serbo, quest’anno ha fatto un passo più. Il futuro sembra un destino, anche se per vincere a Wimbledon il servizio va affinato, il rovescio in back va imparato – chiedere eventualmente consiglio ad Adriano Panatta – e la rete non può rimanere un misterioso oggetto per catturare i pesci.

Alla fine è proprio Djokovic a consolare il rosso malpelo di San Candido con la gentilezza dei grandi. «Il punteggio non racconta la realtà dei fatti, è stato un match super lottato. Il terzo set avrebbe potuto vincerlo lui, ha sbagliato qualcosa e mi ha concesso di arrivare al tie-break. Jannik ha dimostrato il perché è uno dei leader della nuova generazione. Quanto a me, cerco di non guardare l’età; 36 anni sono i nuovi 26. Sono grato di poter giocare ancora a questo livello». Sulla presunta azione di disturbo che per un attimo ha scandalizzato il parterre (urlo indebito a scambio aperto), tiene a spiegare: «Non credo di avere disturbato, forse è stata l’eco del tetto». In effetti il Centrale è chiuso perché fuori la pioggia di Londra fa il suo dovere, annacquando come da copione fragole e panna.

«È stato più Sinner a perderla che Djokovic a vincerla», è l’impietoso commento di Boris Becker, che di tennis un po’ capisce, concentrato sugli errori gratuiti del nostro. Respinto con perdite, il paradiso può attendere nonostante la borsa di Gucci e la dieta a base di pasta al pomodoro. Ed è curioso notare che quest’anno, per Jannik, Wimbledon è stato perfino «poco allenante». Di solito su quella prateria si cresce giocando, si prende confidenza con l’erba velenosa ammazzandosi di fatica contro avversari tosti. Per un grazioso buco nel tabellone, l’azzurro ha invece percorso un’autostrada (pur con qualche preoccupante difficoltà contro giocatori scarsi oltre il 50º posto nel ranking mondiale) e si è trovato come primo rivale vero proprio Djokovic. Praticamente il Tourmalet alla prima tappa. Nonostante questo, per dieci giorni il percorso di Sinner è stato raccontato dal sistema mediatico a reti unificate (compreso un totem del pensiero tennistico come Paolo Bertolucci, che di solito non ha peli sulla lingua) come una cavalcata delle Valkirie, una marcia trionfale, mentre era semplicemente sofferta routine. Per rimanere a casa nostra, se avesse trovato il Matteo Berrettini sconfitto da Carlos Alcaraz sarebbe andato in vacanza prima.

Alla fine Sinner trae conclusioni positive. «Ho avuto qualche opportunità ma ho fatto casino nei punti importanti. Sento però di essere stato più vicino a Djokovic di quanto non lo fossi l’anno scorso, anche se la sfida si è chiusa in tre set e non in cinque. Il mio livello era più alto e penso sia un fattore positivo. Ho avuto una chance all’inizio di strappargli il servizio, palle break nel secondo, set point nel terzo. Sapevo che sarebbe stata una partita difficile. La prima semifinale Slam della vita non è mai facile».

Ora Djokovic ha davanti il traguardo del cuore: vincere Wimbledon per l’ottava volta, respingere l’assalto del bad boy supremo (il piccolo principe spagnolo Alcaraz che ha piallato il russo tolstoiano Daniil Medvedev con un triplo 6-3) e raggiungere il record di sua maestà Roger Federer. E ottenere tutto ciò dopo i tre anni più terribili della sua carriera, vessato e ridotto a reprobo da nani del pensiero che lo hanno giudicato solo per le sue scelte sanitarie, che lo hanno annichilito impedendogli di scendere in campo, additandolo come cattivo esempio, sbranandolo come cani randagi mentre lui difendeva solo il diritto di scegliere per la propria salute ciò che riteneva fosse meglio. L’uomo che da bambino imparò il rovescio sotto le bombe americane su Belgrado, è ancora qui. Con il sorriso sardonico, con le accelerazioni micidiali, con un computer nel cervello. Non l’hanno ucciso, l’hanno reso ancora più forte.

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