Le scelte dell’Ue appaiono sempre più incoerenti. Bruxelles sta infatti portando avanti politiche di austerity attraverso la riforma fiscale, che mal si sposano con gli investimenti necessari ad adeguarsi alle direttive contro il cambiamento climatico. In parole povere, o si tira la cinghia o si chiedono fondi a favore dell’ambiente. Quello che è certo è che, in entrambi i casi, a pagarne le conseguenze saranno i cittadini.
A puntare il dito contro la schizofrenia dell’Ue sono i ricercatori della New economics foundation, un think tank britannico che promuove la giustizia sociale, economica e ambientale, secondo cui le politiche della Commissione sono da ritenersi «irresponsabili» e metteranno «a rischio gli investimenti pubblici necessari per combattere il cambiamento climatico».
L’inclusione di regole uniformi in materia di debito e deficit, auspicata dalla Germania e da altri Paesi, fanno sapere gli esperti, instillerebbe gli stessi principi economici fallimentari che hanno reso l’Europa più povera per oltre un decennio. Inoltre, queste regole porterebbero alcuni Paesi a dover attuare nuovamente una fallimentare politica di austerità. Una strategia non necessaria, secondo gli analisti della New economics foundation, perché almeno 135 miliardi di euro all’anno potrebbero essere spesi in investimenti verdi dai Paesi più indebitati dell’Ue permettendo loro di abbassare comunque il debito pubblico entro il 2030.
Secondo lo studio, per affrontare efficacemente la crisi climatica, sono essenziali investimenti tempestivi che riducano rapidamente le emissioni. Purtroppo, le norme proposte da Bruxelles impediscono lo stimolo fiscale che ridurrebbe le emissioni. Inoltre, le regole proposte dall’Ue porteranno a una maggiore divergenza economica tra i Paesi. Gli Stati più ricchi, che hanno una maggiore capacità di contrarre prestiti nel rispetto delle regole fiscali, saranno in grado di sfruttare gli investimenti pubblici verdi per affrontare le sfide climatiche e stimolare efficacemente la crescita economica. I Paesi meno ricchi saranno invece più limitati.
Gli esperti ricordano che le regole di bilancio dell’Ue si basano sui cosiddetti criteri di Maastricht, che impongono ai governi di mantenere il deficit di bilancio e il debito pubblico rispettivamente al di sotto del 3% e del 60% del prodotto interno lordo. La proposta della Commissione per le nuove regole fiscali introduce tuttavia un nuovo approccio per classificare i Paesi sulla base di un’analisi della sostenibilità del debito, dividendoli in gruppi ad alto, medio e basso rischio. I Paesi ad alto e medio rischio dovranno ridurre il debito e il deficit, mentre quelli a basso rischio dovranno mantenere il debito al di sotto del 60% e il deficit al di sotto del 3%. Tuttavia, spiegano dalla fondazione, l’analisi della sostenibilità del debito si basa su un modello complesso che utilizza una serie di indicatori e di ipotesi incerte, tra cui i tassi di crescita, di interesse, l’inflazione e le previsioni del debito a dieci anni. Purtroppo, però, vengono omessi gli impatti che i tagli alla spesa potrebbero avere sulla crescita e sulle traiettorie del debito, e vengono ignorati i costi dell’austerità sui risultati sociali e sull’ambiente.
Il rischio è, insomma, che si ottengano risultati opposti a quelli sperati. Le rigide norme volute dall’Ue, concludono gli esperti della fondazione, limitano l’accesso degli Stati membri ai fondi per gli investimenti verdi, portando probabilmente a tagli alle emissioni di carbonio inferiori al necessario o ad altre spese pubbliche necessarie per finanziare gli investimenti verdi. Inoltre, la stretta osservanza di queste regole rischia anche di aggravare le disparità economiche tra gli Stati membri e di ostacolare gli obiettivi climatici collettivi.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >