Dal 14 al 29 settembre. Sono bastati 15 giorni perché la magistratura, come già successo in passato, iniziasse, probabilmente grazie ad alcune ingenuità nella stesura, a picconare le fondamenta del decreto ministeriale varato dal governo per arginare il fenomeno degli sbarchi, istituendo l’obbligo di trattenimento in una struttura per i richiedenti asilo che non presentano personalmente una garanzia economica di 5.000 euro, a copertura del loro sostentamento durante le verifiche dei requisiti. Due giorni fa, la sezione immigrazione del tribunale civile di Catania, con quattro diversi decreti, ha accolto i ricorsi di altrettanti cittadini tunisini, a carico dei quali il questore della Provincia di Ragusa aveva emesso i provvedimenti di trattenimento. E così, dopo appena cinque giorni dall’inaugurazione del nuovo centro di Modica-Pozzallo, destinato dal governo alla permanenza dei richiedenti asilo, i quattro tunisini sono stati rimessi in libertà.
Nei decreti, che portano tutti la firma del giudice Iolanda Apostolico, sono raccontate le motivazioni delle richieste dei quattro sedicenti tunisini, tutti privi di documenti. Ad esempio, M.H., in passato già destinatario di un provvedimento di espulsione, secondo quanto ricostruito dal tribunale, ha dichiarato di «avere chiesto protezione internazionale a Pozzallo perché perseguitato per caratteristiche fisiche che i cercatori d’oro del suo Paese, secondo credenze locali, ritengono favorevoli nello svolgimento della loro attività (particolari linee della mano, ecc.)», aggiungendo «di essere privo di documenti perché, nella fuga, non aveva potuto prelevarli dall’abitazione». Motivazioni che possono apparire a dir poco incredibili, ma il provvedimento del questore, osserva il giudice, «difetta ogni valutazione su base individuale delle esigenze di protezione manifestate». D.A., , ha invece sostenuto «di essersi allontanato dal Paese di origine per dissidi con i familiari della sua ragazza, i quali volevano ucciderlo ritenendolo responsabile del decesso di quest’ultima, annegata in un precedente tentativo di raggiungere le coste italiane», mentre M.A. anche lui privo di documenti, è stato l’unico a prendere la parola: «Ho chiesto protezione internazionale a Pozzallo, sono partito perché ho avuto problemi con mia moglie in ospedale, mia moglie più volte è rimasta incinta, per tre volte ha partorito ma per mancanza di adeguate cure ospedaliere i neonati non sono sopravvissuti. Mia moglie è rimasta in Tunisia con uno dei miei figli. Nel mio Paese le cure sono a pagamento e per questo ho deciso di partire». Parole che lasciano intendere che l’uomo punti a un ricongiungimento familiare. I documenti? «Avevo portato con me una carta d’identità tunisina e un certificato di nascita ma li ho persi in mare. Il barcone era prossimo ad affondare perché aveva imbarcato molta acqua». Z.M. avrebbe invece lasciato la Tunisia «per questioni essenzialmente economiche e per minacce che aveva ricevuto da alcuni suoi creditori».
Le motivazioni dei quattro provvedimenti sono identiche e rivelano gli appigli che permettono di disattendere la linea politica tracciata dall’esecutivo. Tra gli altri viene citata una sentenza della Corte di giustizia europea, secondo la quale, due articoli della direttiva Ue 2013/33 (che regola la materia), «devono essere interpretati nel senso che ostano, in primo luogo, a che un richiedente protezione internazionale sia trattenuto per il solo fatto che non può sovvenire alle proprie necessità, in secondo luogo, a che tale trattenimento abbia luogo senza la previa adozione di una decisione motivata che disponga il trattenimento e senza che siano state esaminate la necessità e la proporzionalità di una siffatta misura». Inoltre, la preclusione della possibilità che il deposito cauzionale «sia versato da terzi, non è compatibile con gli articoli 8 e 9 della direttiva 2013/33, come interpretati dalla Corte di Giustizia». Secondo il giudice, Costituzione alla mano, anche il fatto che la Tunisia sia considerata un Paese sicuro non sembra contare molto: «Alla luce del principio costituzionale […], deve infatti escludersi che la mera provenienza del richiedente asilo da Paese di origine sicuro possa automaticamente privare il suddetto richiedente del diritto a fare ingresso nel territorio italiano per richiedere protezione internazionale».
Il governo ha già fatto sapere che i provvedimenti verranno impugnati, ma intanto i quattro dinieghi emessi dal tribunale di Catania, creano un precedente che sta già facendo cantare vittoria alle associazioni che vorrebbero ingressi indiscriminati e che offrono sostegno legale a chi arriva con i barconi. A partire da Lasciatecientrare, che non ama i confini e chiede «la chiusura dei Cie, l’abolizione della detenzione amministrativa e la revisione delle politiche sull’immigrazione». Sulla loro pagina Facebook raccontano di essersi occupati di uno dei quattro tunisini trattenuti: «Siamo stati contattati come campagna Lasciatecientrare da un parente, riuscendo a far valere il diritto di difesa nominando l’avvocato Gaetano Pasqualino».
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