Sui tassi non basta solo un mini taglio Bankitalia deve dare un segnale alla Bce
Christine Lagarde (Ansa)
La Lagarde resta vaga, ma se gli interessi non caleranno al 2,75% entro la primavera del 2025, gli investimenti rimarranno al palo.

Un taglio del costo del denaro da parte della Bce è molto probabile a giugno. Ma resta l’incertezza sul ritmo di riduzione dei tassi. Se sarà troppo lento, le nazioni dell’Eurozona dove l’inflazione è in discesa rapida perché l’effetto recessivo della restrizione monetaria ha contribuito a ridurre la crescita, come in Italia (il +0,7% del Pil 2024 oggi stimato è in realtà stagnazione), si troveranno in una situazione di eccesso restrittivo con conseguenze depressive. Se, d’altra parte, la Bce fosse troppo frettolosa e imprudente ci sarebbe un rischio di inflazione oltre la soglia considerata accettabile di un po’ sotto il 2%. Non va nascosta la difficoltà della Bce di calcolare il giusto tasso di neutralità monetaria, né inflazionistico né deflazionistico, nell’arco dei prossimi 18 mesi. Ma nemmeno andrebbe nascosto il rischio di un eccesso di prudenza da parte di Francoforte che metterebbe in serie difficoltà l’Italia ed altri.

Un rischio che potrebbe rallentare la disinflazione è l’aumento del costo delle materie prime e quelle strategiche. Un altro è quello di conflitto tra politica fiscale degli Stati per attutire l’impoverimento e politica monetaria. Questo secondo rischio appare minore in base ai dati recenti, ma il primo merita un’attenzione prudenziale. Per inciso, va apprezzata la recente decisione del governo italiano di riaprire le miniere dismesse decenni fa perché ancora con alto potenziale produttivo. Poi va inserito nello scenario il rischio, pesante per l’Italia a causa del semiblocco del Mar Rosso da parte degli Houthi (proxy dell’Iran), di maggiori costi logistici per l’export e l’import e quello di incremento del prezzo del petrolio. In più ci sono i fattori legati alle sanzioni e controsanzioni tra blocco delle democrazie e quello dei regimi autoritari, e le diverse distorsioni nel ciclo globale del capitale e delle merci che potrebbero avere impatto sui Paesi esportatori. In sintesi, un insieme di fenomeni classificabili come rischio di «inflazione da offerta».

Ho chiesto ai miei ricercatori specializzati di fare una simulazione con tutto questo, differenziato per nazioni europee, e di individuare un tasso monetario bilanciato tra il rischio di eccessiva restrizione monetaria nell’Eurozona e quello di resistenza dell’inflazione oltre soglia. Il risultato preliminare è stato che una discesa dei tassi dal 4% attuale al 2,75% nella primavera del 2025 ha la maggiore probabilità di essere vicino alla neutralità monetaria detta sopra e al bilanciamento dei rischi individuati.

Poi ho chiesto di mettere questi numeri e tempi nel modello dell’economia italiana. Il risultato è stato: a) riduzione del costo dei mutui a tasso variabile; b) del credito alle imprese; c) del debito; d) probabile ripresa di più fiducia nel settore degli investimenti. Per confronto, ho chiesto una simulazione dell’impatto di una maggiore lentezza del taglio dei tassi. La risposta preliminare è stata che senza più ossigeno all’economia italiana entro il primo trimestre del 2025, e senza una previsione positiva con effetto immediato (feedforward), una parte dell’economia italiana e delle famiglie andrebbe in crisi. Da qui la sensazione di un tempo breve per la resilienza del sistema economico italiano, però calibrato con il rischio di una permanenza dell’inflazione da offerta oltre la soglia di sicurezza. Quindi l’interesse italiano, tenendo conto di una riduzione non veloce dell’inflazione da offerta, è che entro la primavera del 2025 si arrivi ad un tasso del 2,75%. Se io fossi un attore della politica monetaria annuncerei ora questo obiettivo, avvertendo che ci potrebbero essere variazioni, ma insistendo sulla necessità di raggiungerlo. E poiché l’inflazione da offerta non è facilmente curabile dalla politica monetaria, aprirei un colloquio riservato con il governo, l’Ue e la Bce, nonché con gli alleati extraeuropei, per definire quale azione geopolitica potrebbe mitigare il problema. Ma nella Bce sembra prevalere l’idea che, dopo il primo taglio dei tassi, bisognerà aspettare i dati prima di prendere altre decisioni. Ovviamente si deve lavorare sui dati, ma lo si può fare anche in modo anticipativo sia ampliando la matrice dati che alimenta un modello econometrico sia potenziando il modello stesso con strumenti di Intelligenza artificiale oggi già disponibili. Per inciso, questa raccomandazione non è solo mia, ma deriva sia dall’insegnamento del professor Paolo Savona sia dagli interventi del professor Donato Masciandaro sul dovere di una Banca centrale di guidare il sistema finanziario, producendo fiducia, contro l’atteggiamento di farsi guidare, generando incertezza. Il punto: se aspetto i dati per fare una decisione ex post rischio di tardarla di 3-4 mesi e oltre, e posporre troppo la giusta politica monetaria correlata allo stato dell’economia. Secondo me l’Italia non può permettersi un tale comportamento dell’autorità monetaria europea che è sostenuto, al momento, dalla componente tedesca.

A chi è diretto questo articolo? Ovviamente all’ottimo Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, che nella sua recente relazione annuale ha dichiarato di sostenere una riduzione graduale dei tassi. Ma graduale «alla tedesca» o secondo i parametri qui accennati? La domanda non vuole essere irriverente, ma segnala al terzo azionista della Bce che in Italia c’è bisogno di un rapido segnale di fiducia economica. E penso che tale bisogno ci sia anche in altre nazioni dell’Eurozona. Panetta ha mostrato in altri pezzi delle sue dichiarazioni di capire molto bene la priorità della fiducia e dell’obbligo attivo e non passivo di tale funzione: l’enfasi sulla priorità della riduzione del debito pubblico italiano svela una giusta lettura sia della realtà sia della responsabilità della sua funzione. Cortesemente, dia un segnale.

www.carlopelanda.com

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