Bruxelles sta lavorando a un piano per tutelare i contribuenti dalle crisi bancarie, rafforzando le regole per gli istituti di credito in difficoltà. Lo ha rivelato ieri il Financial Times, secondo cui la Commissione europea starebbe finalizzando una bozza di legislazione (visionata dal quotidiano) pensata per rendere più facile il trasferimento del contante dei depositanti da istituti in crisi a quelli sani e per rendere più semplice la liquidazione di una banca problematica, senza attingere dal denaro dei contribuenti.
La bozza, scrive il Ft, renderebbe anche più difficile per i governi versare cash in forma precauzionale alle banche messe male, una via usata in Italia nel 2017 per immettere miliardi di euro di fondi dei contribuenti nel Monte dei Paschi. Il provvedimento è ancora in fase di definizione e potrebbe quindi cambiare. Ma se da una parte mira a evitare il ripetersi del copione «alla senese», dall’altra rappresenta un tentativo di togliere poteri agli Stati membri, che hanno risolto le difficoltà degli istituti di credito più piccoli nell’ambito di regolamentazioni nazionali. E questo, nonostante esista già un quadro comune dell’Unione europea per la risoluzione delle crisi bancarie. Le nuove regole potrebbero dunque porre un tema di sovranità dei singoli Stati e di margini di manovra delle singole autorità di vigilanza nazionali.
Per quanto riguarda l’Italia, il caso del salvataggio pubblico del Mps è sicuramente un modello da non imitare. Ma in passato, è anche successo che sia stata proprio Bruxelles a commettere un errore di valutazione. E si trattava proprio di una banca piccola, la Cassa di risparmio della provincia di Teramo, poi chiamata in breve Tercas, finita al centro di una débâcle causata dall’Unione europea. Nel 2013 il fondo interbancario concesse alla Popolare di Bari circa 300 milioni per il salvataggio della controllata Tercas. L’Antitrust Ue, guidato dal commissario Margrethe Vestager, si oppose definendo l’intervento un «aiuto di Stato», costringendo alla restituzione della somma e avviando un circolo vizioso che è terminato nel 2015 con la peculiare gestione del fallimento di Banca Etruria, Marche, Chieti e Ferrara, tutto a carico di obbligazionisti e azionisti. Nel 2021 il presidente di Abi, Antonio Patuelli, quando si diffuse la notizia che la Corte Ue aveva bocciato l’operato della Commissione, ebbe a dichiarare: «Il legittimo intervento del Fitd (il Fondo interbancario di tutela dei depositi, ndr) su Tercas fu solo il primo a essere predisposto e bloccato dalla precedente Commissione europea, che cosi bloccò conseguentemente anche i successivi interventi preventivi del Fitd per i salvataggi delle “quattro banche”». Patuelli chiese il rimborso degli azionisti, ma nulla ha potuto per riavvolgere i fatti successivi tutti consustanziali all’approvazione da parte del nostro Parlamento del bail in.
Ma torniamo al cantiere aperto a Bruxelles. Una riforma delle regole da applicare nelle crisi delle banche europee potrebbe essere annunciata martedì 18 aprile, in un intervento chiesto dal consiglio Ecofin ormai nel giugno scorso e quanto mai di attualità dopo le crisi innescate dal fallimento di Silicon Valley Bank negli Usa e il salvataggio del Credit Suisse da parte di Ubs in Svizzera. Non c’è molto tempo: l’Eurogruppo ha chiesto di completare l’intero iter legislativo entro l’inizio del 2024. Secondo quanto emerge nelle bozze del nuovo Crisis management and deposit insurance (Cmdi), consultate dall’agenzia Ansa, si afferma il principio di consentire ai fondi di tutela dei depositi di intervenire in modo preventivo e con più libertà, intervenendo dunque in maniera significativa sull’armonizzazione delle regole anche rispetto agli istituti medio-piccoli, altrimenti soggetti a liquidazione. L’attesa è però che sul Cmdi si aprirà un complesso confronto tra gli Stati. Non ci sono ad esempio deroghe per le banche teutoniche, chieste solo pochi giorni fa dal ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, con l’invito a non mettere in discussione il sistema di tutela istituzionale delle proprie Raiffeisen e Sparkasse. Contrariamente agli auspici italiani, poi, si prevede che anche le banche più piccole si dotino di Mrel, le passività aggredibili in caso di bail in, nonostante per loro sia più difficile accedere a emissioni di titoli svalutabili nelle crisi, perché sono meno presenti sui mercati. Inoltre, un eventuale bail-in intaccherebbe l’8% del passivo e colpirebbe con ogni probabilità gli obbligazionisti senior e i depositanti.
Alcuni Paesi, tra cui appunto l’Italia ma anche la Spagna e Portogallo, vorrebbero far partecipare il più possibile alle perdite delle crisi i fondi di garanzia nazionali (come l’italiano Fitd). Così i fondi, alimentati a livello nazionale, potrebbero contribuire almeno in parte all’8% del bail-in, evitando perdite per i depositanti e attivando il fondo Ue di risoluzione per perdite ulteriori. Germania, Francia, Olanda e Paesi nordici spingono invece per limitare l’uso dei fondi con condizioni stringenti.
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