Che una serie tv sudcoreana spopoli in tutto il pianeta, malgrado in molti Paesi occidentali, Italia compresa, non ne esista ancora una versione doppiata, è uno di quei miracoli che solo nell’era di Netflix potevano compiersi. È il caso di Squid game, che sta velocemente battendo ogni record ed è decisamente il prodotto in streaming più visto del momento.
Creatore e regista della serie è Hwang Dong-hyuk, che pure ha passato quasi un decennio a trovare qualcuno disposto a produrgliela. Un curioso segnale di scarsa preveggenza, se è vero che la mole di traffico dati generata dagli spettatori di Squid game sta persino portando a uno scontro diplomatico tra Netflix e Seul, dato che diversi Internet service provider del Paese stanno premendo sull’agenzia per le Comunicazioni per avere una legislazione che obblighi i servizi di streaming stranieri a pagare un «pedaggio» per le reti che intasa.
Come spiegare questo incredibile successo? La trama, di per sé, è intrigante, seppur non originalissima. Troviamo infatti 456 persone, scelte fra gli indebitati cronici e gli affamati di denaro, rapite e costrette a partecipare a sei «giochi». Come da tradizione, ne sopravvivrà solo uno e vincerà una montagna di denaro. La particolarità è che le competizioni sono tutte ricalcate da popolari giochi per bambini. Il primo gioco, per dire, è una colossale manche di «Un, due, tre stella». Con la non trascurabile variante che chi si muove viene ucciso sul posto. La combinazione di elementi infantili e punizioni splatter è la parte più interessante della serie, nonché la più spiccatamente «orientale». Non che nel nostro immaginario manchi un repertorio di «giochi mortali», da Hunger games in giù. In Squid game c’è tuttavia quel misto di sadismo e apparente ingenuità bambinesca che è molto più frequente nell’estremo oriente. Tutta la scenografia in cui si svolgono le gare sembra infatti tratta da un vero parco giochi per bambini o magari da Giochi senza frontiere.
Chi è stato giovane negli anni Novanta troverà un paragone immediato a portata di mano: Mai dire banzai. Ovvero il programma della Gialappa’s band ideato nel 1989 e poi oggetto di infinte repliche in cui delle grottesche e dolorosissime prove di resistenza giapponesi venivano commentate ironicamente dal trio comico italiano. In realtà, Mai dire banzai mescolava spezzoni di due diversi programmi nipponici: Takeshi’s Castle e The Gaman. Non si trattava, ovviamente, di giochi in cui i concorrenti morivano o si facevano realmente male, ma lo standard di difficoltà e sofferenza era ben più alto di qualsiasi programma allora andasse in onda in Italia. Il fatto che i protagonisti fossero dei giapponesi, che al nostro sguardo assumono sempre connotazioni di disarmante ingenuità o di spiazzante sadismo, aumentava il carattere spaesante dello spettacolo. Viene anche in mente la puntata dei Simpson in cui la famiglia gialla di Springfield si ritrovò a partecipare a un gioco a premi giapponese, sentendosi ammonire dal conduttore: «Vi avverto, i nostri quiz sono un tantino diversi: i vostri premiano la conoscenza, i nostri puniscono l’ignoranza». Ovviamente finiva con Homer sottoposto alle più assurde torture.
Gli esperti di cultura giapponese individuano peraltro in queste contraddizioni un tratto tipico del carattere nazionale. Si tratta pur sempre di un Paese che trasmette la fioritura dei ciliegi in diretta nazionale, ma che ha un sistema carcerario di incredibile durezza: basti pensare che ai condannati a morte, che non conoscono la data dell’esecuzione fino a un’ora prima, viene imposto di passare la maggior parte del tempo al centro della loro cella, limitando al minimo i movimenti (in compenso, forse anche per questo sistema penale, il tasso di criminalità è tra i più bassi al mondo).
Squid game – che ricordiamo, è coreano, non giapponese, ma a giudicare dalla violenza di certe produzioni locali a Seul non ragionano troppo diversamente da Tokyo – porta questo curioso miscuglio culturale alle estreme conseguenze, creando un meccanismo omicida all’interno di atmosfere da cartoon. Basti pensare che la conta dell’«Un, due, tre stella» mortale è recitata da una bambola gigante con le fattezze di una bambina. Certo, il tutto è ancora a livelli quasi arcadici, se paragonato all’orgia splatter di As the Gods Will, manga giapponese reso su pellicola nel 2014, dove i giochi all’ultimo sangue diventano una manifestazione quasi metafisica (a guidare, anche qui, una partita di «Un, due, tre stella» mortale è una bambola daruma animata, che fa esplodere le teste dei trasgressori, in un lago di sangue dalle dimensioni parossistiche). Sono pazzi, questi orientali? Forse un po’ sì. Ma è per questo che ci piacciono, in fondo.
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