Il quorum mancato sui cinque quesiti solleva interrogativi sul futuro dei referendum e infiamma il dibattito politico tra chi avanza proposte surreali e chi valuta di ridurre lo sperpero di denaro.
Addirittura, c’è chi sostiene che la soglia del 50 per cento + 1 sia «un ostacolo alla democrazia» e quindi sarà proposto «alle forze politiche in Parlamento» di «sostenere una riforma costituzionale che lo elimini». A dirlo è stato il segretario di +Europa, Riccardo Magi, secondo cui «una parte di elettorato è andato a votare ed è superiore all’elettorato che legittima il governo che in questo momento è in carica». Il comitato «Basta quorum!» ha già avanzato alla Corte di cassazione la proposta di eliminare il quorum per i referendum abrogativi e starebbe raccogliendo le 50.000 firme necessarie per arrivare in Parlamento. La motivazione sbandierata è che si tratti di «uno strumento dannoso per la democrazia» in quanto «disincentiva la partecipazione dei cittadini, trasforma l’astensione in un’arma strategica per le minoranze, elimina il dibattito e distorce la volontà popolare». Peccato però che eliminare il quorum significherebbe minare le basi della democrazia e inficiare il suo meccanismo, visto che un ipotetico «sì» su qualsivoglia argomento, senza la soglia, non rappresenterebbe la volontà della maggioranza, ma solamente quella di pochi.
Una posizione meno drastica è quella assunta dal leader dei 5 Stelle, Giuseppe Conte, che propone di abbassare il quorum. «Credo che lo strumento del referendum vada rivisto nelle modalità e nei paletti, abbassando il quorum in un Paese che affoga nell’astensione: bisogna premiare la partecipazione, la scelta» ha comunicato sui canali social.
Sul fronte opposto, pare che la destra sia orientata a innalzare il tetto al numero degli elettori necessari per proporre un referendum: da 500.000 a un milione. Tuttavia, il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha chiarito che al momento non c’è nessuna iniziativa concreta.
Intanto, però, anche il leader di Forza Italia, Antonio Tajani, chiede che venga cambiata «la legge sui referendum», aumentando il numero di firme necessarie per indirli.
Il vicepremier, al Tg1, ha anche evidenziato che sono stati spesi «tantissimi soldi, per esempio per portare centinaia di migliaia, milioni di schede per gli italiani all’estero che sono tornate bianche». E ha concluso: «È stata una sconfitta della sinistra e dell’opposizione che voleva tentare l’assalto al governo utilizzando il grimaldello dei referendum».
Anche il deputato di Fi, Francesco Maria Rubano, ha spiegato che «quando il referendum viene utilizzato come strumento di pressione politica o come forzatura del dibattito parlamentare, è destinato a fallire». E quindi «serve una riforma che innalzi il numero di firme necessarie».
È bene ricordare che nella storia del nostro Paese, su 78 referendum indetti, il quorum è stato superato solamente 39 volte. Il risultato non cambia se si osservano solamente i risultati dei referendum abrogativi: il quorum è stato raggiunto nove volte su 18.
Nel primo referendum (istituzionale) del 1946, quando agli italiani venne chiesto di scegliere tra monarchia e repubblica, partecipò l’89,1 % dei cittadini. Nel 1974, per il referendum abrogativo della legge sul divorzio, si recò alle urne l’87,7% degli elettori. Per decidere invece se abrogare la legge sul finanziamento dei partiti, nel 1978, risposero all’appello l’80% degli italiani. Mentre dagli anni Novanta, solamente quattro referendum abrogativi hanno raggiunto il quorum.
L’ultimo in ordine di tempo risale a ben quattordici anni fa: nel 2011 oltre il 54% degli elettori andarono alle urne per esprimersi sul nucleare, sulla gestione dell’acqua e sul legittimo impedimento. Mentre il referendum sul tema della giustizia nel 2022 si concluse con un nulla di fatto, con la partecipazione che si fermò al 20,9 %.
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