Lo chiamavano «il colonnello» per via dei baffetti identici a quelli dell’ufficiale del suo gruppo sportivo militare. Quel giorno di 50 anni fa a Berchtesgaden – Germania dell’Ovest accanto al Nido d’aquila di Adolf Hitler – partì con il pettorale numero 43, lottò nella palta e arrivò quinto nel gigante destinato alla storia dello sci. Se la Valanga Azzurra si chiama così il merito non è solo di Piero Gros che vinse, di Gustavo Thoeni che arrivò secondo, di Erwin Stricker ed Helmuth Schmalzl. Ma è anche di Tino Pietrogiovanna da Santa Caterina Valfurva, che scese a palla di neve e decretò il record: cinque nei primi cinque, mai successo. Il primato era quattro su quattro degli austriaci. Il mitico Toni Sailer, allora ct, si mise le mani nei capelli e disse: «Dovremo rivedere tutto, allenarci giorno e notte, perché questi italiani fanno paura». Nasceva la leggenda.
Tino Pietrogiovanna, lei fu il Ringo Starr di quella squadra: indispensabile all’ombra dei divi. Cosa ricorda di quel gigante magico?
«Tutto, soprattutto l’inutilità pratica della rimonta. Ai Mondiali sarebbero andati in quattro, io due settimane dopo a Kitzbuehel mi ruppi un gomito e ciao. Non sapevo di avere compiuto un’impresa per gli altri, è bello essere ricordato come uomo-squadra. Quel periodo mi è rimasto nel cuore anche se, ripensandoci con il distacco di oggi, fu faticoso: c’era sempre da fare la valigia e partire per qualche posto. Gigante magico, dice lei, ma ho anche fatto di meglio».
Mezzo secolo dopo (allora aveva 23 anni) è il caso di lucidare le medaglie.
«Quello non fu il momento più alto della mia carriera, in Coppa del Mondo ho ottenuto piazzamenti più importanti: un terzo posto a Madonna di Campiglio in gigante e ancora un terzo posto a Heavenly Valley in slalom. Oltre i compagni c’erano in giro campioni come Jean Noël Augert e Christian Neureuther, io mi difendevo bene anche se dovevo fare i conti con un handicap».
Quale sarebbe?
«Avevo problemi di vista e non tolleravo le lenti a contatto, così sotto gli occhiali da sci portavo quelli veri. Non il massimo per gli appannamenti e i problemi nelle giornate di nebbia o quando nevicava. Volo cieco, come i pipistrelli. Non vedevo le buche, qualche volta neppure le porte, ma le sentivo. Però avevo tecnica, potenza e una buona dose di follia».
Non esiste una fotografia dei magnifici cinque di Berchtesgaden. Non c’era l’Eurovisione perché mettere i ponti in quella valle chiusa sarebbe costato troppo. Incredibile al giorno d’oggi.
«Neppure i fotografi riuscirono a immortalarci. Allora le foto andavano sviluppate e teletrasmesse. Erano già una notizia tre italiani sul podio, pochi riuscirono a tornare in pista per fotografare il quarto. Figuriamoci il quinto».
Cos’è stata la Valanga Azzurra (simbologia inventata dal giornalista Massimo Di Marco) per lo sport italiano?
«La squadra perfetta. Con due fenomeni, Thoeni e Gros, e altri ragazzi irriducibili che partivano per imitarli. Eravamo amici ma anche rivali e quel grande istrione di Mario Cotelli faceva di tutto per alimentare la competitività. Sosteneva che fosse un additivo naturale per dare sempre il massimo. Come ha ricordato Gustavo, nessuno voleva perdere neppure in allenamento. E quando Oreste Peccedi, l’allenatore degli slalomisti, prendeva in mano il cronometro, ci scannavamo».
Com’era Gustavo Thoeni dentro il gruppo?
«Un leader in pista, ma fuori era discreto e taciturno, uno di noi. Essendo lo sci uno sport individuale il problema del collante non c’era. Rispetto e competitività. Certo, lui era una guida con l’esempio: il primo a uscire presto, il primo a fare colazione, il primo a tirare in allenamento».
Era il 1974, allora la Coppa la vinse Gros. Un anno dopo il Parallelo della Val Gardena inaugurò lo sport di oggi, quello per la televisione.
«Fu un evento memorabile, con la finale fra Thoeni e l’astro nascente Ingemar Stenmark. Partecipai anch’io, ero entrato fra i migliori 16 sciatori del mondo. Nella prima discesa eliminai Paco Ochoa, lo spagnolo che aveva vinto le Olimpiadi e i Mondiali. Poi nei quarti ho perso da Gustavo per merito di Cotelli…».
In che senso?
«Il grande capo mi prese da parte e mi disse: per non rischiare sarebbe bene che tu uscissi, e in fretta. Thoeni mi avrebbe battuto lo stesso, io rispettai gli ordini di scuderia e spigolai fuori dopo cinque o sei porte. La finale contro Stenmark non poteva essere messa a rischio».
Quel giorno vinse Thoeni.
«Sì, ma tutti capimmo che lo svedese era un fuoriclasse. E infatti negli anni successivi sarebbe diventato il numero uno di sempre».
Il luogo dell’anima è Santa Caterina, Valtellina. Montagna dura anche allora?
«Di più. La mia era una famiglia di contadini, mi allenavo tagliando il fieno all’alba. Avevamo le bestie, il cavallo, i prati da falciare. Ho ancora una baita, anzi vorrei sistemarla. Ecco, posso dire di avere imparato da ragazzo a spostare più in là la soglia della fatica. Alzarsi alle cinque di mattina a falciare a mano l’erba perché allora non c’erano altri macchinari mi ha aiutato negli anni delle sfide. Negli allenamenti, in gara. È la lezione della montagna».
Lo sostiene anche Jannik Sinner. In quella squadra c’era soprattutto organizzazione.
«Merito di tre uomini speciali. Il primo a portare la mentalità vincente fu Jean Vuarnet. Poi arrivò Mario Cotelli, grande pianificatore del lavoro; con lui fu strutturata la preparazione atletica specifica. Il terzo nome è quello di Oreste Peccedi di Bormio, l’allenatore specifico degli slalomisti. Grazie a loro lo sci è entrato nell’era moderna».
Allora anche l’attrezzatura era romantica, oggi si direbbe vintage.
«È cambiato tutto, oggi è più facile essere bravi. Allora gli sci erano lunghi oltre due metri e dritti; non potevi sbagliare, non potevi permetterti di andare così tanto sugli spigoli. Le porte erano più vicine, gli sci più lunghi e non ti perdonavano nessun errore».
I suoi compagni dicevano che lei sciava come un elicottero. Perché?
«Quel soprannome arrivava da lontano. Da ragazzi imparavamo a sciare da soli; 50 anni fa non esistevano gli sci club che ti prendevano all’asilo per insegnarti la tecnica. Io amavo il fuoripista, dove per essere efficace devi tenere i piedi il più possibile uniti. Di conseguenza mi bilanciavo muovendo le braccia. Ed ecco l’elicottero».
Cosa ha fatto Pietrogiovanna da grande?
«È stato allenatore e direttore sportivo della Nazionale maschile e femminile. Ha visto crescere ed esplodere Alberto Tomba, lo ha accompagnato nei suoi anni da campione, ha seguito per un decennio Deborah Compagnoni. Ero alle Olimpiadi di Calgary col primo, a quelle di Nagano con la seconda. Lei era fortissima ma aveva già il mal di schiena che la torturava. Di lì a poco si sarebbe ritirata».
Allora ci può dire chi è stato il più forte di sempre fra i paletti. Stenmark, Thoeni o Tomba?
«Parliamo di tre marziani. Stenmark era il più completo e ha vinto di più. Gustavo il più agile, capace di accelerare anche quando pensavi che fosse al massimo. Alberto era pura potenza, esplosivo. In più non avvertiva la pressione psicologica negli avvenimenti importanti. Se sentivi qualcuno che scherzava fra una manche olimpica e l’altra, quello era Tomba».
Qual è l’atleta che ricorda con maggiore tenerezza?
«Elena Fanchini, che purtroppo non c’è più a causa di un tumore. Era molto veloce, entusiasta, a 20 anni fu argento in discesa libera ai Mondiali dietro Janica Kostelic. Quel ricordo si accompagna alla malinconia».
A 73 anni nonno Pietrogiovanna scia ancora?
«Come no? Ho fatto il direttore di pista a Bormio fino all’anno scorso, sono guida alpina. Ma soprattutto faccio il patriarca circondato dai nipoti, sette, e porto a sciare loro. Ho avuto da mia moglie Ornella tre femmine e un maschio: Erica, Michela, Chiara e Marco. Tutti appassionati di sci, tutti maestri di sci. Non poteva essere diversamente».
La sua Valtellina è pronta per le Olimpiadi del 2026?
«Quanto a organizzazione potremmo andare meglio. Qui ciascuno fa il suo, non riusciamo ad essere compatti come in Alto Adige, dove sono maestri nel fare squadra su tutto. L’ avvicinamento ai Giochi è molto italiano; siamo i migliori nel fare le cose in fretta, all’ultimo momento. L’ideale sarebbe farle anche bene».
Chi era il suo amico del cuore nella squadra?
«L’Ilario Pegorari di Caspoggio, grande slalomista, eravamo nello stesso gruppo sportivo. Ci ha lasciato troppo presto, in quell’incidente d’auto in Nuova Zelanda a soli 33 anni. Mi sono sempre trovato bene anche con Gustavo, una birretta insieme ce la facevamo volentieri. Stando geograficamente in mezzo, nelle Alpi Centrali, andavo d’accordo sia con i piemontesi, sia con gli altoatesini».
Il Colonnello vede ancora qualcuno degli eroi della Valanga Azzurra?
«D’estate mi capita di andare di là, oltre lo Stelvio, e al ritorno mi fermo a trovare Gustavo a Trafoi. Ci facciamo volentieri quattro parole».
Anche cinque.
«Non esageriamo».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >