- Una ricerca svela che un’azienda ha nascosto per anni all’Europa la tossicità di un pesticida. Gli studi sulla sicurezza dei prodotti, infatti, sono affidati alle società stesse. È un cortocircuito simile a quello dell’Ema, il cui bilancio dipende per l’86% da Big Pharma.
- Fabrizio Pregliasco e gli altri: sulle scuole volteggiano i gufi della mascherina. Sul ritorno in classe senza bavaglio arrivano le previsioni nefaste di espertoni e politici.
Lo speciale comprende due articoli.
Non si chiede all’oste se il vino è buono. Lo capirebbe qualunque bisnonno con la licenza media; invece, ai «competenti» dell’eurocrazia, questa banalità sembra sfuggire.
Il metodo applicato ai vaccini – il regolatore compra a scatola chiusa quello che gli propinano le multinazionali – a Bruxelles è diventato un’abitudine. Pericolosa con i farmaci, così come con i pesticidi. Insomma, voi vi fidereste ciecamente delle aziende che li fabbricano, se esse vi garantissero che i loro prodotti sono sicuri? Probabilmente, esigereste qualche indagine indipendente. Qualche controllo di qualità scevro da conflitti d’interessi.
Eppure – incredibile ma vero – il meccanismo di vigilanza messo in piedi da Bruxelles funziona proprio così: le industrie si finanziano e si confezionano gli studi di tossicità, i cui risultati, poi, dovrebbero essere allegati ai dossier presentati in sede comunitaria, per ottenere l’autorizzazione all’immissione in commercio degli agenti chimici. Cosa può mai andare a storto, quando il controllore chiede al controllato di autodenunciarsi?
Ce lo spiegano due ricercatori svedesi, che hanno appena vergato un paper su Environmental Health. Scoprendo che, per vent’anni, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), con sede a Parma, è stata tenuta all’oscuro di uno studio sulla neurotossicità per la fase di sviluppo cerebrale di una sostanza nota come trimesio.
Il trimesio è uno dei sali del glifosato, erbicida diffusissimo, al centro di una diatriba sulla sua presunta cancerogenicità, mai provata. Il saggio non menziona l’azienda al centro della scabrosa vicenda, ma stando al quotidiano francese Le Monde, si tratterebbe della svizzera Syngenta. Una società fondata da Astrazeneca e Novartis (a volte ritornano!) e rilevata nel 2017 dalla cinese ChemChina.
I fatti sono questi. Ogni compagnia, secondo la legislazione europea, dovrebbe comporre un dossier sul suo prodotto e presentarlo all’attenzione del singolo Paese Ue che agisce in qualità di «Stato membro relatore». Quest’ultimo dovrebbe stilare una relazione da consegnare all’Efsa, che a sua volta ha il compito di revisionarla, aggiungere una sua conclusione e trasmetterla alla Commissione. È l’organo esecutivo a decidere, d’accordo con le nazioni che compongono l’Unione. Il problema è che, essendo gli studi sulla potenziale dannosità dei prodotti commissionati e pagati dai fabbricanti stessi, c’è sempre un rischio in agguato: ovvero, che a qualcuno venga la tentazione di purgare i faldoni dalle pagine più scomode.
Così sarebbe accaduto, secondo gli autori dell’articolo di Environmental Health, con uno studio risalente al 2001, da loro recuperato casualmente lo scorso marzo, che documentava alterazioni nel comportamento della prole dei ratti di laboratorio esposti al trimesio. Come minimo, osservano gli scienziati scandinavi, sarebbe stato necessario appurare se anche altre varianti del glifosato potessero causare gli stessi effetti neurotossici.
Al contrario, la società che cercava l’ok dall’Ue si è limitata a occultare il plico all’Efsa, che tutt’ora conferma di non essere a conoscenza di quei dati. Nel frattempo, il glifosato è stato autorizzato una prima volta fino al 2012, poi, ancora, fino al 2017 e, di nuovo, fino a dicembre 2022. Non è chiaro se i composti al trimesio siano ancora impiegati nei prodotti attualmente in uso. Ma è certo che in nessuno dei dossier, nemmeno quello ora in esame a Parma per il rinnovo dell’autorizzazione, è stato incluso quell’imbarazzante studio di tossicità. Di chi è la colpa? Degli imprenditori scorretti o delle istituzioni ingenue?
Certo, ci si può nascondere dietro la foglia di fico delle norme. Esse prescrivono esplicitamente che «ogni informazione su effetti potenzialmente dannosi della sostanza attiva» per la salute umana debbano essere comunicati all’Efsa. Chi imbosca una carta, viola le regole. Ma è ragionevole affidarsi alla sola buona fede delle industrie? È logico aspettarsi che chi fa la marachella, dopo vada a confessare tutto alla mammina?
Nel saggio comparso su Environmental Health, gli autori propongono alcuni correttivi per ridurre le possibilità di elusione della vigilanza. Ad esempio, fare in modo che «tutti gli studi di tossicità siano commissionati dalle autorità regolatorie, pur continuando a essere finanziati dall’industria». In parole povere: vuoi che i tuoi preparati conquistino il disco verde? Bene: ti ordiniamo noi a quali test sottoporli e ti imponiamo pure di pagarli, visti i lauti guadagni di cui godrai, una volta che avrai titolo per venderli. In più, sarebbe opportuno – argomentano i ricercatori svedesi – organizzare ispezioni nelle sedi delle compagnie, per raccogliere materiale utile a verifiche incrociate ex post sui documenti sottoposti all’Efsa.
Vedete che, al di là del caso del glifosato, la questione di metodo è cruciale. Riguarda quello che finisce sulle nostre tavole – se si parla di pesticidi – e quello che finisce nei nostri corpi, se in ballo ci sono medicinali e vaccini. È normale che l’86% del budget dell’Ema, che nel 2021 ammontava a quasi 386 milioni di euro, dipenda da diritti e oneri a carico delle case farmaceutiche? Non vi mettereste a ridere – o a piangere, a seconda dei punti di vista – se l’86% dello stipendio di un magistrato lo pagassero gli imputati che egli deve giudicare?
Il poeta romano Giovenale, nella sua VI Satira, riassunse in una celeberrima domanda il dilemma fondamentale di ogni sistema politico: «Chi sorveglierà i sorveglianti?». Ecco: la soluzione non è scontata, ma evitiamo che a farlo siano i sorvegliati…
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