Disturbi cardiaci dopo il vaccino. «Il governo avvii indagini nazionali»
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La Commissione medico-scientifica chiede analisi sui giovani per verificare eventuali complicanze ignorate. Intanto uno studio svela: «Tracce di mRna nei deceduti dopo 30 giorni». Ma l’Aifa valuta solo i morti entro 14.

Se i vaccini hanno compiuto miracoli al prezzo di effetti collaterali trascurabili; se persino sui giovani, i loro benefici superano i rischi; allora perché non toglierci ogni dubbio rimasto, con una bella indagine sui sospetti disturbi cardiaci post iniezione?

La Commissione medico-scientifica indipendente, che raccoglie vari esperti, ha avanzato una proposta sensata al governo: stanziare una modica cifra e analizzare qualche migliaio di under 50, in un paio di Regioni. Tanto basta per capire se ci sono state miocarditi e pericarditi subcliniche, non diagnosticate e nondimeno pericolose per l’incolumità di chi ne è stato colpito, oppure se i timori innescati da alcuni studi recenti siano infondati.

La Cmsi fa riferimento a una ricerca, svolta in Thailandia su 301 studenti sani tra i 13 e 18 anni, che avevano ricevuto la seconda dose Pfizer. Il 29% dei soggetti monitorati ha patito effetti cardiovascolari, dalla semplice tachicardia alla ben più grave miopericardite.

Poi c’è un’indagine condotta in Svizzera, su 777 sanitari dell’ospedale di Basilea, al 70% donne, inoculati con la terza dose di Moderna. È stata registrata un’incidenza di miocarditi subcliniche pari al 2,8% del campione. Poco? Era 1.000 volte il livello riconosciuto negli studi di sorveglianza passiva. Senza contare che, nella popolazione femminile, la percentuale saliva al 3,7%.

La ciliegina sulla torta l’hanno messa Ema e Commissione europea, che nel registro Ue dei medicinali per uso umano, questo mese, hanno ammesso per la prima volta che la vaccinazione anti Covid nei giovani può causare miocarditi e pericarditi. Di più: hanno aggiunto che «alcuni casi hanno richiesto il supporto in terapia intensiva e sono stati osservati casi fatali».

È abbastanza per farsi venire la briga di vederci chiaro. La farmacovigilanza italiana, in fondo, non è stata attentissima. Lo dimostra un paper, appena uscito su Nature, con i risultati delle autopsie su diversi pazienti morti in seguito alla vaccinazione.

Premessa necessaria: gli autori non sostengono vi sia una correlazione diretta con i decessi; sottolineano che le lesioni cardiache in via di cicatrizzazione erano pregresse; e che gli individui coinvolti rientravano in categorie anagrafiche in genere meno esposte alle controindicazioni cardiache delle inoculazioni. La loro scoperta, comunque, è rilevante.

I clinici hanno riscontrato tracce del vaccino a mRna nei linfonodi ascellari «nella maggior parte dei pazienti morti entro 30 giorni dalla vaccinazione», oltre che nel miocardio di un gruppo di loro, trapassati sempre entro un mese dalla puntura. «Questi risultati», ribadiscono i firmatari dell’articolo, «suggeriscono che i vaccini anti Sars-Cov-2 a mRna normalmente persistono fino a 30 giorni dalla vaccinazione e possono essere trovati nel cuore». Ciò significa che il metodo Aifa è stato lacunoso. L’Agenzia del farmaco, infatti, ha escluso dagli eventuali approfondimenti sul collegamento tra decesso e iniezione tutti i malcapitati che sono spirati oltre 14 giorni dopo aver ricevuto il vaccino. Una decisione che non solo teneva fuori dal conteggio chiunque fosse rimasto in agonia per più due settimane, ma che potrebbe aver impedito ulteriori osservazioni su persone morte a un mese dall’inoculazione, nelle quali erano visibili residui di vaccino.

Ad ogni modo, non è troppo tardi per cercare almeno un pezzo di verità. La Cmsi ha esortato il governo a intervenire, indicando in coloro che hanno età inferiore a 50 anni e non hanno problemi di salute i «primi destinatari della verifica» sui rischi cardiaci delle punture a mRna. Il gruppo del dottor Alberto Donzelli chiede di adottare il protocollo di analisi seguito dal team thailandese: anamnesi, osservazione dei parametri vitali, esami fisici, test della troponina (che è un indicatore di danni al miocardio), misurazione dei livelli dell’isoenzima Ck-Mb, elettrocardiogramma, ricerca di anticorpi anti nucleo e anti citoplasma dei neutrofili, eccetera. Parrebbe una lista sterminata di interventi, eppure i tecnici garantiscano che, «in base al tariffario del Sistema sanitario nazionale, i costi dell’intero pacchetto di esami sarebbero contenuti (circa 235 euro ciascuno, più eventuali risonanze magnetiche in casi sospetti)». Inoltre, «non si tratterebbe di stanziare questa cifra per un numero enorme di cittadini». Anzi, «sarebbe sufficiente che un paio di regioni effettuassero gli esami su alcune migliaia di soggetti ciascuna per disporre di numeri sufficienti per escludere o confermare i risultati degli studi di sorveglianza attiva pubblicati». Ossia, per stabilire una volta per tutte se gli allarmi risuonati in Thailandia e nella Confederazione elvetica fossero una mera coincidenza.

Chi è sicuro del ruolo salvifico dei vaccini dovrebbe giubilare: con quattro soldi, si potrebbero mettere a tacere gli scettici. L’esercito delle virostar dovrebbe saltare sopra l’appello di Donzelli & C. Certo, se invece le cose andassero diversamente e si scoprisse che, sottotraccia, la campagna vaccinale di massa ha lasciato strascichi indesiderati, si aprirebbe uno scenario diverso. Faldoni pieni di dati, da portare di corsa alla commissione d’inchiesta in Parlamento.

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