Sarebbe sbagliato e anche ingeneroso pretendere che un governo appena insediato (e a maggior ragione un singolo ministro) sia in grado di sanare in pochi giorni ferite aperte da oltre due anni che ancora sanguinano copiosamente. E sarebbe probabilmente ingiusto inchiodare il nuovo responsabile della Sanità, Orazio Schillaci, ad alcune dichiarazioni proferite negli anni e nei mesi passati, quando la quasi totalità dei suoi colleghi si era rapidamente adeguata alla vulgata pandemicamente corretta. Dunque non ci attendiamo che Schillaci, magicamente, ripari in quattro e quattr’otto ciò che Roberto Speranza e i suoi scherani hanno devastato dal 2019 a oggi.
C’è però un grosso problema che il novello incaricato può risolvere subito, con un paio di fogli e un paio di firme, senza indispettire nessuno, senza sconvolgere i mercati, senza terrorizzare le cancellerie europee e senza spendere un centesimo, anzi magari risparmiando qualche soldo. Basta un’ordinanza, che può essere scritta alla velocità della luce (e forse avrebbe dovuto essere già pronta ancora prima del giuramento al Quirinale), per levare gli obblighi e le restrizioni che sono ancora in vigore, orrenda eredità del governo precedente. Davvero, non serve molto: questa mattina, se volesse, il ministro potrebbe dare indicazione agli ordini professionali e alle strutture sanitarie tutte di reintegrare con effetto immediato i medici, gli infermieri e persino il personale amministrativo sospeso per mancata vaccinazione.
Come sappiamo, gli obblighi per alcune categorie valgono fino al 31 dicembre di quest’anno e siamo anche edotti del fatto che il centrodestra abbia promesso di non rinnovarli. Ma – lo abbiamo scritto varie volte – tra non rinnovare e cancellare c’è tutta la differenza del mondo. Prima di tutto, c’è di mezzo una questione di giustizia. La recente audizione di Pfizer ha dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio e al netto delle narrazioni grottesche imbastiti dai vari debunker nelle ultime settimane, l’infondatezza dell’intera impalcatura restrittiva basata sul numero di dosi. Il vaccino, si è sempre saputo e si è volutamente ignorato, non ha mai protetto dal contagio, al massimo ne ha ridotto la probabilità in una primissima fase. Dunque il green pass, gli obblighi e le terribili discriminazioni imposte agli italiani a partire da una menzogna vanno immediatamente eliminate, se non altro per restituire un pizzico di dignità alla politica e per provare a ricostruire un minimo rapporto di fiducia fra le istituzioni e la popolazione.
In ogni caso, le ragioni ideologiche e, diciamo, «filosofiche» per l’abolizione dei divieti passano decisamente in secondo piano rispetto alle motivazioni fornite dal più semplice buon senso. Conosciamo un poco i meccanismi spietati della politica e possiamo immaginare quali elucubrazioni si stiano facendo in queste ore. Qualcuno potrebbe ritenere che, in fondo, la rimozione dell’obbligo sia una questione che interessi i soli non vaccinati, i temibili «no vax» a cui questa destra è sempre accusata di dare troppa confidenza.
Da qui la tentazione di evitare decisioni che potrebbero essere considerate «troppo compromettenti». Ebbene, il punto è che la rimozione degli obblighi non è affatto un «problema dei no vax», bensì una questione riguardante tutti gli italiani. Gli ospedali, e non da oggi, sono in sofferenza da Covid. Non perché debbano affrontare una marea di casi disperati dovuti alla malattia, anzi. I guai nascono dalla odiosa burocrazia che obbliga da un lato a non far lavorare i professionisti non vaccinati, dall’altro a isolare i pazienti risultati positivi (anche se giunti in ospedale per un dito rotto). Il combinato disposto di questi due deliri di carta bollata pone le condizioni per il verificarsi di un disastro nel breve periodo.
Già adesso le strutture sanitarie sono costrette a ricorre a cooperative per noleggiare medici (magari non preparatissimi) e sostituire il personale mancante, benché sano e perfettamente in grado di lavorare. Riuscite a immaginare che cosa potrebbe accadere con l’aumento dei casi di influenza? Non è difficile da figurarsi: nuovi pazienti in arrivo, molti più test da effettuare, più positivi rintracciati da isolare, più lavoro complessivo e… poco personale disponibile. Giova ricordare che la gran parte delle restrizioni, comprese le più violente, è stata giustificata nei mesi passati con la necessità di non mandare in difficoltà gli ospedali. Ebbene, da un po’ di tempo a creare il caos sono esattamente le norme che dovrebbero impedirlo. Le quali norme, come effetto collaterale, hanno pure quello di impedire le visite dei famigliari agli ospiti delle Rsa o l’ingresso degli accompagnatori nelle stanze d’ospedale, con conseguenze negative ampiamente documentabili.
Tutto questo può essere risolto in una mattina, con qualche movimento di penna. È sacrosanto che il nuovo ministro abbia tutto il tempo per dimostrare la sua preparazione, la sua obiettività e il suo valore. Ma un grande gesto può compierlo immediatamente, anzi avrebbe già potuto compierlo ieri o dopo il primo Consiglio dei ministri. Sul piano dei divieti, siamo già in ritardo di 24 ore, e sarebbe bene evitare di accumularne altro. Si può persino fissare una data a stretto giro, ad esempio decretare che la macchina oppressiva cesserà di funzionare dal primo di novembre. Non è prematuro, non è sconsiderato, non è rischioso: è saggio, utile e giusto. Lo sforzo è poco, il risultato importante. Non agire sarebbe grave e, soprattutto, farebbe pensare che per il ministero della Salute si aggiri ancora lo spettro di Speranza.
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