Se nel 1987 non ci fosse stata la campagna dei Verdi che ha indotto l’Italia ad abbandonare il nucleare, avremmo avuto una ventina di reattori che avrebbero fornito la metà abbondante del nostro fabbisogno elettrico. E se non ci fosse stata la campagna del 2011, avremmo oggi quei quattro reattori nucleari programmati dal governo Berlusconi. Insomma, non saremmo nei pasticci in cui siamo per esserci legati mani e piedi alla canna del gas.
La paura delle radiazioni è per lo più immotivata. Intendiamoci: dosi adeguate di radiazioni possono essere fatali, ma le cose non sono come vengono raccontate, e non lo sono perché sono i fatti a dircelo. Intanto: da dove viene il terrore? Viene dal dubbio comportamento di uno scienziato, Hermann Muller, che nel 1927 aveva scoperto che la radiazione induceva mutazioni genetiche nel moscerino della frutta. La cosa gli meritò il premio Nobel nel 1946, ma lo convinse che non esistesse alcuna dose al di sotto della quale la radiazione non fosse dannosa. La sua convinzione si chiamò – e si chiama tuttora – teoria Lnt (Linear no-threshold theory), secondo cui il danno è proporzionale alla dose (linear) e questo è vero a partire da dose nulla (no-threshold, «senza soglia»).
Ora i fatti. Dei 600.000 abitanti di Hiroshima e Nagasaki, le bombe lanciate nell’agosto del 1945 ne uccisero 250.000, per la maggior parte dei quali la morte occorse per le distruzioni causate dall’onda d’urto dell’esplosione. Quanto agli effetti a medio-lungo termine, cinque anni dopo la fine della guerra, il governo giapponese avviò un censimento dei sopravvissuti esposti alle radiazioni da quelle bombe: erano 300.000, e su 80.000 di essi si avviò uno studio specifico che continua ancora oggi. Di questi, 50.000 ricevettero una dose almeno 100 volte superiore alla dose media cui tutti noi siamo comunque esposti a causa delle radiazioni presenti in natura; i rimanenti 30.000 – che vivevano a oltre due chilometri dal centro dell’esplosione – subirono dosi minori. Ebbene, nei 50 anni del periodo 1950-2000, di quei 50.000 maggiormente esposti, meno di 8.000 manifestarono tumori, di cui poco più di 800 attribuibili alle radiazioni. In definitiva, degli esposti a dosi eccessive di radiazione e sopravvissuti alle bombe, poco più dell’1% avrebbe contratto tumore a causa delle radiazioni stesse. Di quei 50.000, furono 200 i decessi per leucemia, ma solo 100 (lo 0,2%) attribuibili alle radiazioni. L’eccesso di rischio di decessi per cause diverse dai tumori tra la coorte dei 50.000 maggiormente esposti è risultato ancora inferiore. Né sono stati osservati difetti genetici sui nati da quei 50.000 maggiormente esposti. Ancora più interessante è il fatto che, al marzo 2023, dei 300.000 sopravvissuti, oltre 100.000 sono oggi vivi con età media di 85 anni (e con almeno 82 ultracentenari), mentre l’attesa di vita in Giappone è di 84 anni.
Visto l’allarme suscitato da Muller, nel 1946 fu avviato, diretto dal Dr. James Néel, uno studio su 70.000 neonati per mettere la teoria Lnt alla prova e, alla fine di dieci anni, non emerse in essi alcuna mutazione genetica. Il disastro di Chernobyl dette l’occasione di ripetere lo studio e, di nuovo, non si trovò nulla. Quando ci fanno vedere foto di bimbi malformati, le foto sono vere, ma la malformazione nulla ha a che vedere con le radiazioni, né del Giappone né di Chernobyl. In definitiva, tra i sopravvissuti alle bombe che avevano, allora, meno di 20 anni, dopo 50 anni oltre il 90% di essi era ancora in vita. E se ci si chiede se oggi Hiroshima e Nagasaki sono ancora «radioattive», la risposta è: no; nel senso che non sono radioattive più di quanto lo sia qualunque altra città del mondo.
Sebbene Muller avesse studiato il moscerino della frutta e Néel gli esseri umani, prevalse il moscerino e la teoria Lnt di Muller. Gli studi citati sopra – e che hanno rilevato il piccolo effetto negativo sui 50.000 sopravvissuti più esposti – hanno però rilevato che i 30.000 sopravvissuti meno esposti (ma sempre più esposti della popolazione media che non ha subìto le bombe) hanno vissuto più a lungo e con meno tumori dei non esposti. Insomma, l’esposizione alle radiazioni ha un effetto ormetico: piccole dosi superiori ai valori medi sono di beneficio. La circostanza accade per molti agenti (per esempio l’esposizione controllata al sole ha effetto ormetico), ma non per tutti (per esempio, il fumo di sigaretta non ha effetto ormetico). Se l’esposizione media alle radiazioni è di circa 2 millisievert/anno, vi sono popolazioni (in alcune regioni dell’India, dell’Iran, del Brasile) esposte a dosi anche 100 volte maggiori senza che si osservino in esse effetti dannosi. Anzi, manifestano rischio ridotto di cancro ai polmoni.
Le evacuazioni che si fecero nell’area di Chernobyl e di Fukushima furono inutili. Anzi, furono dannose: aumentò il numero di suicidi di persone inutilmente terrorizzate dagli ambientalisti. Greenpeace – che oggi in Ue occupa posti chiave di potere – allarmava prevedendo che le radiazioni di Chernobyl avrebbero causato un milione di morti mentre, a oggi, i decessi attribuiti alle radiazioni di quel tragico evento sono stati meno di 50, tutti tra gli addetti alla centrale e i soccorritori, e nessuno tra la popolazione.
L’Accademia delle Scienze di Francia ha abbandonato la teoria Lnt e, secondo il professor Edward Calabrese dell’Università del Massachusetts, la teoria Lnt è una frode. Purtroppo finché ci sono in giro ambientalisti che si rifiutano di studiare e si voltano dall’altra parte al cospetto dei fatti, non se ne esce. Può apparire cinico ridurre a numeri eventi così tragici, ma è doveroso farlo se si vuole apprezzare la vera entità del rischio dalle radiazioni e, soprattutto, se non si vuole disonorare, con strumentalizzazioni, la memoria delle vere vittime delle radiazioni.
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