- La teste chiave riferì di essere stata avvicinata da un uomo che le promise denaro. L’esito degli esami è arrivato dopo la morte, «secretata» per 15 giorni.
- Il midollo era distrutto: «Non basta il cobalto in sé, dev’esserci un mix di sostanze».
Se Paolo Sorrentino avrà voglia di girare il terzo episodio di Loro, film diviso in due parti che racconta gli aspetti più privati della epopea politica di Silvio Berlusconi, non potrà trascurare la vita e la morte di Imane Fadil, la modella marocchina deceduta in circostanze misteriose il primo marzo scorso dopo un mese di agonia, uccisa da un mix di sostanze radioattive che hanno provocato il cedimento progressivo degli organi. Era teste chiave nel processo Ruby ter, che vede Berlusconi imputato con l’accusa di aver corrotto una serie di testimoni, tra cui alcune «olgettine», per mentire sulla vera natura delle cosiddette «cene eleganti». La Procura di Milano indaga per omicidio volontario. Imane Fadil era nota per essere la «pentita del bunga bunga»: aveva raccontato, sia ai magistrati sia in diverse interviste, la sua versione, dipingendo un quadro a tinte hard di quanto accadeva nella villa di Arcore, con tanto di riti orgiastici, presenza di Lucifero, e successivi tentativi di corruzione da parte dell’entourage dell’ex premier.
IL CALVARIO
Imane Fadil viene ricoverata all’Humanitas di Rozzano il 29 gennaio scorso, per una gravissima disfunzione del midollo osseo che aveva smesso di produrre globuli bianchi, rossi e piastrine. Va prima in terapia intensiva e poi rianimazione. Il 28 febbraio entra in coma, muore il primo marzo. Solo 15 giorni dopo, l’altroieri, il procuratore Francesco Greco rende noto il decesso. Nei giorni immediatamente precedenti, l’aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio hanno ascoltato alcuni testimoni, tra i quali il fratello e il legale della povera Imane, i quali raccontano ai giudici che la ragazza aveva ripetuto più volte di temere di «essere stata avvelenata». Nella cartella clinica sequestrata dalla Procura si parla di forti dolori al ventre e «cedimento progressivo degli organi». Imane è morta a causa di un mix di sostanze radioattive, stando a quanto risulta dagli esiti degli esami. I sintomi, come l’assenza di globuli bianchi e il fegato compromesso, per i pm sono «compatibili con un avvelenamento». Le indagini si concentrano sui metalli individuati nel sangue della Fadil: cobalto, cromo, nichel e molibdeno. Si attendono gli esiti dell’autopsia.
IL PRIMO interrogativo
Il procuratore Greco, dando la notizia della morte di Imane e delle indagini per omicidio volontario per un sospetto avvelenamento, ha detto che l’ospedale Humanitas non ha mai comunicato nulla alla magistratura, né durante il mese di ricovero né quando la ragazza è morta, sebbene non fossero chiare le cause del decesso. L’Humanitas ha fornito una versione diversa: «Al decesso della paziente, il primo marzo scorso, l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro di tutta la documentazione clinica e della salma. Il 6 marzo, Humanitas ha avuto gli esiti tossicologici degli accertamenti richiesti, e lo ha prontamente comunicato agli inquirenti».
IL PROCESSO
Imane Fadil rivestiva un ruolo di primo piano già nel processo Ruby-bis, a carico di Lele Mora, Emilio Fede e Nicole Minetti, accusati di aver reclutato lei e altre ragazze per partecipare alle «cene eleganti» di Arcore e di averle invitate a «intrattenere rapporti intimi con il presidente Berlusconi». Lei ha sempre negato di averne avuti col Cavaliere, però nel 2011 ha raccontato ai pm di Milano la sua versione di quelle serate: «Ciò che mi ha spinto a questo passo», disse agli inquirenti, «è lo schifo che provo per quei parassiti che sfruttano Berlusconi e le sue debolezze». Il processo si concluse con la condanna di Lele Mora ed Emilio Fede a 7 anni per favoreggiamento e induzione alla prostituzione. La Minetti fu condannata a 5 anni. Da questo processo scaturisce il cosiddetto Ruby ter: Berlusconi, alla sbarra insieme ad altre 23 persone, è accusato di aver pagato le ragazze che partecipavano alle serate perché ammorbidissero le loro testimonianze. La Fadil era testimone. Fu stata esclusa come parte civile dal processo lo scorso 14 gennaio: «Ho sempre detto la verità», dichiarò, infuriata, ai giornalisti, «al contrario degli altri e ho respinto tantissimi tentativi di corruzione da parte di Berlusconi e di tutto il suo entourage».
I RACCONTI
Imane, tra 2010 e 2011, partecipò a otto cene. Durante una di queste, ha raccontato sia ai magistrati sia in diverse interviste, vide spogliarelli, atteggiamenti intimi, travestimenti. Ha ammesso di aver partecipato alle serate «perché ero disperata, lavoravo poco e ambivo a incarichi importanti. In quella casa», ha raccontato, «accadevano oscenità continue. Una sorta di setta, fatta di sole donne. In quella casa ci sono presenze inquietanti. Là dentro c’è il Male, io l’ho visto, c’è Lucifero». E ancora: «Eravamo in piedi», disse in aula riferendosi a una serata del febbraio 2010, «stavamo prendendo da bere al bar, la Faggioli stava facendo una performance nella saletta del bunga bunga. Dopo 10 minuti scomparve con la Minetti, poi si presentarono con una tunica nera, una croce e un copricapo bianco e fecero una performance che non mi sarei mai aspettata. Fecero Sister Act, poi ballarono, si dimenarono e si tolsero la tunica, restando solo con l’intimo».
IL mediorientale
La Fadil raccontò ai magistrati di un incontro con un siriano, Saed Ghanaymu, direttore commerciale di una grande azienda di Costa Masnaga che vende ferro: «Diceva di essere amico di Berlusconi e mi propose di andare a un incontro nella villa dell’ex premier per avere dei soldi». L’uomo fu a sua volta interrogato dai pm milanesi e che alla loro precisa domanda: «Per ragioni del suo lavoro ha rapporti con apparati pubblici di sicurezza?», rispose con uno sconcertante «non mi ricordo». Ma c’è una pista ancor più oscura: «Nel caso Fadil, Berlusconi non c’entra», ha scritto su Twitter Souad Sbai, ex deputata del Pdl, giornalista e saggista italiana originaria del Marocco, «le responsabilità vanno ricercate altrove, in una certa alta “diplomazia” con cui la ragazza aveva lavorato e che gli ha chiuso la bocca per paura denunciasse la verità».
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