Pérez-Reverte racconta la guerra civile spagnola riscattando i «dannati»
Arturo Pérez-Reverte (Ansa). Nel riquadro la copertina del libro «Linea di fuoco»
Nel suo ultimo romanzo, l’autore rievoca gli antieroi della battaglia dell’Ebro, senza retorica e dando voce a chi si batteva per ideali contrapposti ma con uguale valore.

Le sconfitte cancellano l’eroismo dei vinti. Bisognava attendere Arturo Pérez-Reverte per scoprire che c’è anche una storia per riscattare i dannati, i maledetti, i paria cancellati dall’affresco con il quale si vorrebbero ricoprire le vere parvenze del passato. Quelle raffigurate nella Fiera dell’Impruneta, il dipinto di Jacques Callot, il pittore dei pezzenti. Ossia un’umanità lacera, disperata e ammucchiata in un girone infernale a patire sofferenze, cui è preclusa ogni possibile redenzione. La stessa che Joyce sottintende nell’Ulisse con un motto divenuto emblematico: «La Storia è un incubo dal quale cerco di risvegliarmi».

Pérez-Reverte restituisce ai dannati di Callot e all’incubo del massimo scrittore irlandese un retaggio che concorre all’edificazione di quel tempio che in Cittadella Antoine de Saint Exupery indica come progetto spirituale ed epico per la specie umana. Nei suoi ultimi due romanzi, L’italiano e Linea di fuoco, l’autore torna su due periodi bellici di pari tragicità.

Del coraggio italiano durante la Seconda guerra mondiale non c’è quasi traccia nella letteratura successiva. Le imprese sottomarine dei Mas nelle acque di Gibilterra vennero assimilate alla sola figura di Junio Valerio Borghese. Invece Pérez-Reverte ne ricava lo spunto per raccontare una storia d’amore sullo sfondo di sabotaggi, vigilanza e spie. Fin dall’inizio avverte i lettori che trasforma in romanzo una vicenda realmente accaduta nel fatale 1942, cui l’anno dopo sarebbe seguito l’armistizio. Il «secondo capo» Teseo Lombardo, veneziano, viene salvato dalle acque della Baia di Algeciras, prospiciente Gibilterra, da Elena Arbués, una libraia vedova di un marinaio morto ad opera di un’azione bellica inglese. L’italiano è reduce da un’incursione con i «maiali», i Mas, appunto. Lei dovrebbe consegnarlo alle autorità spagnole, invece contatta gli altri della squadra che vengono a recuperarlo. Fra Teseo ed Elena scatta sostanzialmente l’amore a prima vista, benché nessuno dei due voglia ammetterlo.

Lombardo, veneziano, non è un fascista e non gli piace uccidere, fa il proprio dovere di soldato. La Arbués è del tutto indifferente alla guerra e alle parti contrapposte. Viene spinta da un’attrazione molecolare per Lombardo. Al punto di scattare foto della baia dove si trovano all’ancora le navi inglesi. Le passa agli italiani e, malgrado la prudenza, incappa nelle attenzioni del controspionaggio inglese, al comando del maltese Harry Campello.

Il crescendo di suspense avvolge il rapporto fra passato e futuro, trasformando gli «ultimi», le comparse della tragedia globale che è la guerra, in protagonisti dell’assoluto, della persistenza di moti dello spirito e sentimenti non confinabili a quell’epoca dilaniata.

Lo stesso accade in Linea di fuoco, il nuovo romanzo di Arturo Pérez-Reverte. Il senso e la portata del libro si ritrovano nell’epilogo: «Le storie successive dei personaggi di questo racconto furono diverse, tanto quanto le loro vite. Dopo la battaglia dell’Ebro e la fine della guerra di Spagna, alcuni trovarono pace e altri continuarono a essere sballottati dalle convulsioni di un mondo che andò in pezzi e che avrebbe impiegato molto tempo a ricomporsi». Linea di fuoco è uno stralcio documentaristico di esistenze votate a ideali contrapposti ma ugualmente assimilati nel codice di valori degli antieroi che riempiono queste pagine epiche. Ne danno prova due lettere provenienti dalle fazioni opposte della guerra civile che dilaniò la Spagna a ridosso del secondo conflitto mondiale. Scrive Santiago Pardeiro, ufficiale dell’esercito franchista, in una lettera alla sua madrina per motivare la propria scelta di campo: «Questa Repubblica disordinata e caotica ha cambiato ogni cosa. Il gangsterismo dei politici, l’assenza di autorità e di ordine pubblico, le turbe analfabete che si impadronivano delle nostre vite, la demagogia irresponsabile, il cacicchismo della sinistra, che si è rivelato nefasto quanto quello della destra (te lo dice uno nato in una regione che ne sa molto di cacicchi) hanno portato la Spagna nell’abisso».

Gli si contrappongono, molti capitoli dopo, le righe di un comunista morto tra le file dei repubblicani: «Chi vuole mangiare nella Repubblica deve lavorare o venire qui con noi a difenderla…».

In entrambe le testimonianze si legge una medesima determinazione ad affrontare la linea del fuoco perché si affermi la forza specularmente utopistica di contrapposte visioni del mondo, di tempi destinati a crollare.

Con la ricostruzione narrativa di Pérez-Reverte si è ben lontani dalla retorica di Hemingway in Per chi suona la campana. Qui gli spari, le fucilazioni, le bombe che macellano e assordano sono reali. Semmai, tornano alla memoria due capolavori cinematografici di Stanley Kubrick, Orizzonti di gloria, del 1957, e Full Metal Jacket, del 1987. Dalle trincee della Prima guerra mondiale all’inferno del Vietnam, la battaglia dell’Ebro modulata da Pérez-Reverte è il filo rosso del sangue versato dai costruttori del tempio.

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