Sbriciolò le idolatrie, ora Vonnegut ritorna nelle librerie
Kurt Vonnegut (Getty). A destra, i suoi due titoli più noti: «Mattatoio n. 5» e «Ghiaccio-Nove»
Lo scrittore americano è stato l’antitesi dei classici intellò: rifiutò sempre di atteggiarsi a guru e demolì quelli che si ritenevano tali.

Kurt Vonnegut scrisse una volta che «il compito dell’artista è far piacere di più la vita alla gente». Non sappiamo se sia vero, ma sappiamo che se mai qualcuno c’è riuscito, beh, si tratta proprio di Kurt Vonnegut. Nato a Indianapolis nel 1922 e morto nel 2007, divenne famoso nel mondo soltanto nel 1969 con un capolavoro intitolato Mattatoio n.5, che ora Bompiani rimanda in libreria nella nuova traduzione di Vincenzo Mantovani assieme a un altro grande classico, Ghiaccio -Nove, e ai numerosi altri romanzi e racconti della sua produzione. Viene da dire che mai come oggi c’è bisogno di rileggere lo scrittore americano di origini germaniche, e non soltanto per la dolce leggerezza che emana ogni sua pagina, comprese quelle più dure.

Si può dire che Vonnegut sia stato l’esatto contrario degli intellettuali che siamo abituati a conoscere. È stato, a modo suo, uno scrittore estremamente impegnato e militante, ma seguendo una strada inedita e particolarissima. Per cominciare – anche se i giovani della controcultura statunitense lo avevano elevato a maestro – si rifiutò sempre di atteggiarsi a guru, di farsi maestro di morale. «Di regola io ne conosco una sola», ripeteva. «Bisogna essere buoni, cazzo». Anzi, dirla tutta gran parte della sua opera consiste proprio nella demolizione dei guru, di coloro che si auto eleggono profeti e si presentano quali depositari di verità assolute e incontestabili. Il volume Divina idiozia raccoglie alcuni dei suoi migliori pezzi di grande satira sui vari culti orientaleggianti e pseudo esoterici che dalla fine degli anni Sessanta avevano cominciato a prendere piede in Occidente. Memorabile è Yes, we have no Nirvanas, in cui racconta gli adepti della meditazione trascendentale e il guru dei Beatles, Maharishi Mahesh Yogi.

Non era certo religioso, Kurt, ma riconosceva la funzione positiva della religione. «Abbiamo già tantissime valide proposte su come comportarci se vogliamo che sulla Terra le cose vadano un po’ meglio», disse in uno degli interventi pubblici antologizzati in Quando siete felici fateci caso. «Ad esempio: Fa’ agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te. Circa settecento anni fa, Tommaso d’Aquino ha dato anche ulteriori raccomandazioni su cosa farsene della propria vita, e non trovo che i computer, i viaggi sulla luna e i televisori le abbiano rese ridicole. Tommaso elogia le Sette Opere di Misericordia Spirituale, che sono le seguenti: Insegnare agli ignoranti, consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, ammonire i peccatori, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per tutti noi. Ammira anche le Sette Opere di Misericordia Corporale, che sono le seguenti: Dar da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi e i carcerati, riscattare i prigionieri, seppellire i morti». Semplice ma efficace.

Tra le varie idolatrie che si premurò di sbriciolare ci fu quella, modernissima, della scienza. «Una grande truffa dei nostri tempi è l’idea che la scienza abbia reso obsoleta la religione», scriveva. «La scienza ha danneggiato soltanto la storia di Adamo ed Eva e la storia di Giona nella balena. Tutto il resto continua a reggere piuttosto bene, in particolare gli insegnamenti sulla giustizia e sulla gentilezza. La gente che li trova irrilevanti nel ventesimo secolo sta semplicemente usando la scienza come scusa per l’avidità e l’insensibilità. Con cui la scienza non c’entra nulla, amici».

Mattatoio n.5, il cui sottotitolo è La crociata dei bambini, è uno straordinario romanzo contro la guerra, ma non certo un’opera di ingenuo pacifismo. Anzi parte proprio dalla contestazione dell’impossibilità di eliminare le guerre. E si avventura poi a mostrare come le grandi e presuntuose conquiste della tecnica possano rivelarsi letali. Il positivismo, oggi tornato potentemente di moda, non faceva per lui. «Mio fratello Bernard, che ha nove anni più di me, stava per diventare un importante scienziato», raccontava. «Anni dopo avrebbe scoperto che le particelle di ioduro d’argento potevano sciogliere certi tipi di nuvole in neve o pioggia. Per qualche tempo mi rese un grande entusiasta della scienza. Pensavo che gli scienziati avrebbero capito esattamente come funzionava tutto, e poi l’avrebbero fatto funzionare meglio. Mi aspettavo che entro il mio ventunesimo compleanno qualche scienziato, forse mio fratello stesso, avrebbe fatto una foto a colori a Dio Onnipotente, e l’avrebbe venduta alla rivista Popular Mechanics. La verità scientifica ci avrebbe reso la vita felicissima e comodissima. Ma poi è successo che quando avevo ventun anni abbiamo gettato la verità scientifica su Hiroshima. Abbiamo ammazzato tutti quelli che ci abitavano. E io ero appena tornato a casa dopo essere stato prigioniero di guerra a Dresda e aver visto radere al suolo la città. E il mondo stava appena scoprendo quanto erano stati tremendi i campi di sterminio. Quindi feci a me stesso un bel discorso a cuore aperto. “Ehi, caporale Vonnegut“, mi dissi, “forse lei sbagliava a essere ottimista. Forse è il pessimismo la strada giusta”».

Pessimista, sì, ma ancora capace di avere fiducia negli uomini. Tanto da continuare a metterli in guardia da sé stessi e dalle loro scoperte. Il romanzo Piano meccanico, pubblicato nel 1952, è di una attualità disarmante. Mette in scena una sorta di utopia tecnologica di cui ben presto si svela il lato oscuro, e ha tra i protagonisti principali Paul Proteus, un tecnocrate che ricorda da vicino alcuni degli odierni potenti della Silicon Valley. Nel racconto Harrison Bergeron del 1961, invece, prevede con incredibile lucidità il wokismo, la cultura della cancellazione e del piagnisteo. Immagina gli Stati Uniti del 2081, in cui l’eguaglianza assoluta è imposta per legge da Diana Moon Glampers, la Handicapper General: a chiunque sia troppo bello o troppo intelligente o spicchi in maniera da urtare o offendere gli altri, viene imposto un handicap artificiale. I ballerini troppo magri e aggraziati vengono fatti ingrassare, chi ha il viso troppo gradevole deve indossare una maschera, le libertà di parola e di pensiero sono duramente limitate. Insomma, il trionfo del politicamente corretto con decenni di anticipo.

Vonnegut, dopo tutto, si presentava come un autore di fantascienza e per lungo tempo i critici non lo considerarono altro che quello. Come i grandi satiristi e più illuminati narratori, tuttavia, egli usava il futuro come specchio del presente, e incidentalmente risultava visionario. Inoltre, il passato non lo spaventava e non aveva timore di apparire conservatore. Credeva nella forza della famiglia e della comunità. Ovunque vivesse, contribuiva attivamente alla vita pubblica locale. Sempre con estrema modestia, e senza credere di avere facili ricette per migliorare il mondo.

«Io ho visto il passato, e funziona», scrisse una volta, rivolgendosi ai suoi più giovani fan. «Dovremmo tornare il prima possibile alle famiglie estese, e non essere mai più soli, mai più soli. Alcuni di voi diventeranno dei leader, anche se al momento questo è considerato un destino infelice. Nessuno vuole più fare il papa. Ma se vi capiterà di dover essere a capo di qualcosa, magari immaginerete che la vostra missione sia aiutarci ad avere un futuro meraviglioso. Ecco, prendete in considerazione l’ipotesi che la cosa più utile che potete fare per le persone sia riportarle in maniera intelligente e creativa ad alcune delle istituzioni più umane e confortanti del passato. Sembra certo che nel futuro vi troverete a fronteggiare tante tensioni sociali, e che continueranno le richieste di giustizia economica. Sarete leader astuti se saprete riconoscere che ciò che la gente chiede a gran voce non sono tanto i soldi, ma sollievo dalla solitudine». A dare sollievo, e parecchio, provvedono oggi anche i suoi libri. Così immensi da riempire i cuori e, soprattutto, aprire le menti.

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