- Elly Schlein ora vuole stravolgere il Piano. Forse non ricorda gli allarmi di Enrico Letta e Stefano Bonaccini sulla reputazione dell’Italia.
- Quando il dem arcobaleno Alessandro Zan era in Sel sposava le tesi del geologo Paride Antolini. Definiva«normali» questi eventi atmosferici e si scagliava contro i vincoli di Bruxelles.
Lo speciale contiene due articoli.
Dopo aver difeso il dogma dell’intoccabilità del Pnrr per mesi e mesi, in ogni occasione, ora ecco che per il Pd, a partire dalla segretaria, Elly Schlein, il sacro totem diventa tutto a un tratto da cambiare, modificare, stravolgere, a causa dell’emergenza maltempo. Ci vuole un bel coraggio a invertire la rotta in maniera così repentina dopo centinaia di dichiarazioni rilasciate a giornali, siti e tv, pubblicate sui social, urlate nelle piazze, ma quando si parla di Pd nulla è impossibile: per rinfrescare un po’ la memoria ai dem che nelle ultime ore stanno chiedendo di cambiare il Pnrr, pubblichiamo un compendio di prese di posizione pubbliche dei massimi esponenti del partito.
Partiamo dal capogruppo al Senato, Francesco Boccia, che ieri ha attaccato il capogruppo di Fdi a Palazzo Madama, Lucio Malan: «Capisco che Malan», ha detto ieri Boccia, «non sia d’accordo con le nostre proposte sull’utilizzo delle risorse del Pnrr rispetto all’emergenza maltempo. Deve difendere la linea del ministro Raffaele Fitto e del governo Meloni». Il 15 agosto 2022, in un’intervista a Fanpage, Boccia era lapidario: «Sento esponenti Fdi», diceva l’esponente dem, «dire che dobbiamo rinegoziare il Pnrr. Forse non hanno capito che in Europa così ci mandano a quel paese». Ora due sono le cose: o Boccia ha voglia di essere mandato a quel paese dall’Europa, o ha strumentalmente cambiato idea.
Passiamo a un altro dem di rango, il sempre moderato Paolo Gentiloni, commissario Ue all’Economia: il 13 febbraio 2023, in merito a eventuali modifiche al Pnrr, ammoniva: «Non ci può essere una modifica all’ingrosso: devono essere motivate e mirate, intervento per intervento, spiegando perché le condizioni oggettive sono cambiate e richiedono un intervento».
Una citazione merita certamente il buon Enrico Letta, che da segretario del Pd ha più volte difeso l’intangibilità del Pnrr: «Il Piano», sentenziava Letta lo scorso 20 agosto, al Messaggero, «va attuato così com’è. La rinegoziazione non è la strada da percorrere. Chi chiede di cambiare in corsa confessa implicitamente di non riuscire a mantenere gli impegni. Una lunga istruttoria europea, sulla quale peraltro tutti gli Stati membri dovrebbero esprimersi, bloccherebbe anche le risorse per le emergenze che stiamo già affrontando». «Il Pnrr», ribadiva Letta il 4 settembre, «è la nostra stella polare. Lì dentro ci sono tanti soldi europei. Sono stati ben negoziati, la strada è quella giusta. Niente balletti, no rinegoziazioni. Se ci mettessimo in un confronto con Bruxelles perderemmo quei soldi». Nel confronto con Giorgia Meloni su Corriere tv, il 13 settembre, Letta era durissimo: «Il Pnrr non va rinegoziato perché se lo si chiedesse daremo a chi ci presta quei soldi un messaggio, che l’Italia è inaffidabile».
Gli ex segretari del Pd regalano sempre perle di coerenza: «Temo fortemente», diceva appena lo scorso 27 aprile Nicola Zingaretti, oggi deputato dem, «che dietro i giri di parole ci sia una colossale incapacità della destra, forte nei proclami, debole nel trovare soluzioni unitarie e in procinto di far fare all’Italia una figuraccia internazionale. Penso che solo il fatto che si usi la parola rimodulazione sia di per sé un fallimento del governo». E ora che la parola rimodulazione la usano i suoi compagni di partito? Non è più un fallimento? Non si sa.
Quello che si sa, è che pure il presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, si è esposto molto nelle critiche a chi si azzardava a ipotizzare modifiche al Pnrr: «Io tifo per l’Italia», proclamava Bonaccini lo scorso 22 ottobre, «non sono contro il mio Paese, e quindi cercherò il massimo di collaborazione possibile con il governo e i vari ministeri. Se però posso permettermi, consiglierei di mettere da parte qualche dichiarazione improvvida di questi giorni, come quella di cambiare il Pnrr, perché dicendo questo significa non sapere minimamente di cosa si parla». Non solo: Bonaccini precisava di voler credere «alla buona fede di chi l’ha detto, a partire da chi guida il governo, ma consiglierei», aggiungeva, «di mettere da parte l’idea di cambiare un piano che, ad esempio, all’Emilia Romagna ha già fatto arrivare più di 5 miliardi di euro».
Uno che di Pnrr se ne intende è senza dubbio Enzo Amendola, attuale deputato dem, ministro per gli Affari europei del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte e sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega agli affari europei nell’esecutivo di Mario Draghi: «Questo Pnrr», dichiarava Amendola lo scorso 15 agosto al Tg1, «è stato votato anche da Forza Italia e Lega che adesso vorrebbero ridiscuterlo, e qui c’è la prima contraddizione. La seconda sta nelle regole. Il regolamento all’articolo 21 dice che se uno straccia il regolamento, lo ritratta e ne deve rifare un altro, ci vogliono tempi e negoziati. E siccome questo Piano ha una scadenza», puntualizzava Amendola, «noi perderemmo almeno 20 miliardi di un semestre. Un conto è la campagna elettorale, un altro è l’interesse nazionale. Se guardiamo all’interesse nazionale, andiamo avanti sulla strada che abbiamo sudato e negoziato per portare a casa le risorse del Pnrr». Per il Pd, quindi, il Pnrr è rimasto intoccabile finché ha fatto comodo al Pd.
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