La crisi finanziaria innescata dalla decisione di Donald Trump di imporre dazi sulle merci in arrivo negli Stati Uniti sta mettendo in luce ciò che da tempo sosteniamo sulle pagine della Verità. Ovvero che l’Europa è un prodotto nato in laboratorio, entità virtuale e fragile non assolutamente in grado di confrontarsi con la realtà.
Per dirla con Giulio Tremonti, la Ue è un’astrazione materializzata da un nome. Ne è prova anche l’incertezza con cui si appresta ad affrontare il problema posto dal presidente americano, cioè la fine della globalizzazione. Romano Prodi, alla piazza riunita a Bologna in difesa di Bruxelles, ha detto che bisogna fare presto. Sì, ma per fare cosa? E soprattutto chi deve farlo? Forse Ursula von der Leyen. Qualcuno sano di mente può davvero pensare che l’attuale presidente della Commissione sia in grado di intavolare una trattativa con gli Stati Uniti a nome dell’intera Europa? E allora a chi tocca prendere il toro per le corna che poi, in questo caso, usando un gergo borsistico sarebbe un orso? Forse a Emmanuel Macron e a Olaf Scholz? Entrambi sono i rappresentanti spompati di due dei grandi Paesi che hanno dato vita all’Unione, ma non sono la Ue. Il presidente francese dice che l’Europa non deve escludere risposte aggressive e il ministro tedesco dell’Economia Robert Habeck spiega che la globalizzazione è buona e giusta e va difesa. Ma a nome di chi parlano? Non di tutta Europa, che dalla Spagna all’Italia la pensa in maniera diversa. E non parlano nemmeno a nome dei Paesi che rappresentano, dove di fatto sono in minoranza. Macron tiene in vita un governo che si regge sull’istituto della non sfiducia, ossia sulla benevolenza dell’opposizione. Il primo partito di Francia è quello di Marine Le Pen, segue il raggruppamento di sinistra: basterebbe che uno dei due staccasse la spina a François Bayrou e l’esecutivo cadrebbe. Con quale autorevolezza e con quale seguito, dunque, Macron può impegnare il proprio Paese e la Ue in una guerra commerciale con gli Stati Uniti?
Ragionamento identico si può applicare alla Germania. Habeck è un ministro fallito, il cui partito ha perso le elezioni e fra poche settimane, appena il nuovo cancelliere si presenterà davanti al parlamento, lascerà la politica: lui e Scholz intendono impegnare il proprio Paese e l’Unione in un braccio di ferro con Trump? E se gli esiti fossero devastanti sia per Berlino che per l’intero Continente, chi ne risponderà? Anche se esclusi per calcoli elettorali o giudiziari, oggi sia il Rassemblement national della Le Pen che Afd di Alice Weidel sono i partiti potenzialmente più votati, ma entrambi sono tenuti fuori dalla stanza dei bottoni nel momento in cui, forse, c’è da premere un bottone importante per le sorti dell’economia del Vecchio continente. Che lezione di democrazia, unità, rappresentanza e credibilità può dare a questo punto la Ue al mondo intero? L’astrazione materializzata da un nome, per usare le parole di Tremonti, scende in campo divisa, mettendo a tacere i partiti che rappresentano gli elettori. Come potrà trattare un’Unione che ha 27 sistemi economici diversi, con un Paese che ne ha uno solo e tiene il coltello dalla parte del manico perché è il consumatore finale e per giunta possiede il grosso della tecnologia?
Ho sentito il parere di molti imprenditori negli ultimi giorni e pur trovando industriali e manager molto preoccupati non ne ho sentito uno che volesse una risposta aggressiva, come minacciato da Von der Leyen e Macron. Tutti pensano che si debba mantenere la calma e soprattutto che sia necessario negoziare, offrendo qualche cosa in cambio per ottenere un alleggerimento dei dazi.
Citavo prima Tremonti. Un lettore mi ha segnalato una sua intervista di otto anni fa, agli esordi della prima presidenza Trump: «Ho la sensazione che la presidenza Trump privilegerà la strada dei rapporti bilaterali con i singoli Stati». E aggiungeva che per l’Italia era probabile il ritorno alla formula nazionale, del made in Italy. Profetico. Ma forse Macron, Scholz e Ursula von der Leyen non l’hanno letto.
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