«La sorte della Chiesa cattolica in Iran, “un piccolo gregge”, mi sta molto a cuore. E la Chiesa non è contro il governo, no, queste sono bugie! Sono al corrente della sua situazione e delle sfide che è chiamata ad affrontare per continuare il suo cammino, per testimoniare Cristo e dare il suo contributo, discreto ma significativo».
A dirlo è stato Papa Francesco che, ieri mattina, prima dell’Udienza generale ha incontrato i partecipanti al XII Colloquio del Dicastero per il Dialogo Interreligioso che si sta svolgendo in Vaticano in questi giorni con il «Centro per il Dialogo interreligioso e interculturale» di Teheran. Certamente farà discutere il fatto che il Vaticano non sia contro il governo dei mullah che fa uccidere le donne se non portano il velo correttamente e che impicca gli oppositori. Purtroppo, non c’è da stupirsi più di nulla dopo quanto affermato da Papa Francesco nel suo ultimo libro: «A detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se si inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali».
Ieri gli Stati Uniti hanno posto il veto alla bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, redatta dai dieci membri non permanenti. Il documento chiedeva «un cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente a Gaza, il rilascio immediato e incondizionato di tutti gli ostaggi e la garanzia di un accesso sicuro e senza ostacoli all’assistenza umanitaria su larga scala», anche nel nord della Striscia di Gaza. Inoltre, denunciava «qualsiasi tentativo di far morire di fame i palestinesi». La bozza ha ricevuto 14 voti favorevoli, ma è stata bloccata dal veto statunitense. Il vice ambasciatore americano all’Onu Robert Wood ha commentato il veto statunitense: «Gli Usa hanno lavorato per settimane in buona fede per evitare questo risultato. La fine durevole della guerra a Gaza necessita il rilascio degli ostaggi, questi due aspetti sono collegati in maniera inseparabile. Il testo avrebbe inviato il messaggio sbagliato alle parti, e che la strategia di Hamas è vincente – ha aggiunto – non è Israele che si mette in mezzo all’accordo per la tregua, ma Hamas».
Ieri, contrariamente a quanto si pensava, ha parlato il leader del gruppo sciita filo-iraniano Naim Qassem che in un discorso trasmesso in tv ha affermato: «Hezbollah non accetterà alcun accordo con Israele che violi la sovranità del Libano e dopo i sanguinosi raid israeliani su Beirut, colpiremo il centro di Tel Aviv». A proposito di una possibile tregua in Libano, l’inviato speciale Usa, Amos Hochstein, dopo aver avuto un secondo incontro con il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri a Beirut, ha detto che «sono stati fatti ulteriori progressi» nell’ambito dei colloqui per mettere fine alla guerra tra Israele ed Hezbollah e si recherà quindi nello Stato ebraico.
Secondo la stampa il rappresentante dell’amministrazione Biden oggi incontrerà a Tel Aviv il premier Benjamin Netanyahu. Qualunque sia l’esito dei colloqui, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che «la condizione per qualsiasi soluzione politica in Libano è la preservazione della capacità di intelligence e la preservazione del diritto dell’esercito israeliano di agire e proteggere i cittadini di Israele da Hezbollah».
Nel frattempo la guerra nel sud del Libano continua, con l’esercito israeliano che ha annunciato che «durante la giornata, l’aeronautica israeliana ha colpito più di 100 obiettivi terroristici in Libano, tra cui lanciatori, depositi di armi, centri di comando e strutture militari», si legge in un comunicato stampa delle Forze di difesa israeliane (Idf).
Infine, mentre scriviamo si apprende che l’esercito israeliano ha emesso 1.126 mandati di arresto per i coscritti ultra-ortodossi che non hanno risposto agli ordini di leva. Israele ha avviato l’arruolamento degli ebrei ultraortodossi (haredi) in età di leva, una decisione presa oltre un anno dopo il conflitto a Gaza e l’operazione di terra in Libano, che hanno messo a durissima prova le capacità dell’esercito. Questa scelta ha suscitato forti opposizioni all’interno della comunità degli ultraortodossi, un pilastro fondamentale del sostegno a Netanyahu e alla sua coalizione di governo, ma ora c’è poco da discutere. Servono soldati.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >