Pacifisti in guerra con il governo che non c’è
Enrico Letta (Ansa)
Dopo essersi messo alla testa degli ultrà di Volodymyr Zelensky, ora che esce dall’esecutivo il Pd si mobilita sull’Ucraina. Per non farsi mangiare da Giuseppe Conte. E per provare, con la complicità dei media amici, a lasciare in mano a Giorgia Meloni il cerino del conflitto.

Nell’era del bispensiero orwelliano vale ogni cosa, e il suo contrario. Può dunque serenamente accadere che a imbastire il dibattito italiano sul pacifismo siano i più entusiasti dei guerrafondai, cioè coloro che fino a ieri hanno sostenuto l’invio di armi all’Ucraina e, soprattutto, hanno posto le fondamenta ideologiche della caccia al traditore filorusso. Il vento è cambiato da poco meno di una settimana. Sui quotidiani di area liberale e progressista hanno iniziato a comparire pensosi editoriali sulla necessità di costruire una trattativa per porre fine al conflitto nell’Est. Massimo Giannini si è fatto avanti domenica sulla Stampa, il giorno prima, sul Foglio, Giuliano Ferrara aveva invocato il ricorso alla diplomazia. Mario Giro e altri hanno sollevato il tema sul Domani, mentre Repubblica ha affidato la riflessione pacifista all’abile penna di Michele Serra. Non è ancora un’inversione di marcia mediatica, diciamo piuttosto che si sta preparando il terreno per la svolta.

La faccenda, non è difficile notarlo, è piuttosto curiosa. Perché, guarda caso, si tratta degli stessi giornali che per mesi e mesi hanno versato benzina sul fuoco bellicista. Non ci siamo dimenticati i titoli feroci sulle presunte quinte colonne putiniane ben celate nei partiti italiani. Fino al giorno prima delle elezioni (e un pochino anche dopo), la stampa sinistrorsa ha berciato contro la Lega e Fratelli d’Italia per metterne in dubbio la fede atlantista. Ancora prima, i più raffinati editorialisti e i blasonati inchiestiti si sono dedicati con gusto alla nobile arte della schedatura, compilando lunghi elenchi di sabotatori e «putiniani», annoverando tra questi anche coloro che si limitavano a sostenere le ragioni del dialogo e non quelle del mitragliatore.

Ricordiamo, tra gli episodi più esilaranti, il caso del presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, che il Foglio bastonò con piacere: «Se starnazza come un putiniano, è un putiniano», titolò il giornale di Claudio Cerasa. Altre testate non furono più tenere. Fin lì si trattava delle consuete beghe interne alla sinistra italica. Adesso però lo scenario si è fatto più largo e complesso. A scendere in piazza «per la pace», infatti, sarà addirittura il Partito democratico, con un Enrico Letta in via d’estinzione a fare da capofila. Domani i dem si riuniranno davanti all’ambasciata russa per una mobilitazione che, secondo Repubblica, è stata organizzata «su una piattaforma chiarissima, senza ambiguità né possibilità di equivoci sulla condanna alla Russia di Putin e il sostegno al governo Zelensky». A quanto risulta a manifestare ci saranno attivisti e intellettuali, gente di vaglia come Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Leonardo Becchetti e altri.

Fenomenale: costoro hanno spinto l’Italia a schierarsi, hanno sostenuto con estrema determinazione l’invio di materiale bellico a Kiev, hanno cercato di censurare o comunque mettere all’indice ogni voce dissenziente, etichettando i critici come servi dello Zar o «Putinversteher» per dirla con Gianni Riotta. Già che ci sono, potrebbero persino fondare un bel comitato: «Guerrafondai per la pace», nome di sicuro impatto.

Tale grottesca iniziativa, tuttavia, si fonda su ragioni politiche che meritano di essere indagate appena più a fondo. Risulta suggestiva, a tale proposito, la lettura delle rivendicazioni della piazza piddina, di cui Repubblica ha prodotto un sunto esaustivo: «Cessate il fuoco e ritiro immediato delle truppe russe dal territorio ucraino; stop all’escalation nucleare e ripresa del percorso per il disarmo dalle armi atomiche; riconoscimento della piena indipendenza e autonomia dello Stato ucraino secondo i confini stabiliti dalla comunità internazionale prima del 2014». Con queste richieste – è evidente – non si organizza una manifestazione per la pace, bensì una mobilitazione contro la Russia.

Intendiamoci: il Pd e la sinistra hanno il diritto di sfilare per ciò che desiderano. C’è però da considerare il fatto che le trattative si conducono fra nemici, fra interessi contrapposti fra i quali si tenta di trovare una mediazione sul piano diplomatico. Mediazione che la piattaforma dem esclude a priori. Di fatto, la posizione di Letta e soci è quella di Sanna Marin: pace significa sconfitta della Russia. Di nuovo: tutto legittimo, basta che si chiamino le cose col loro nome e non si spacci per pacifismo ciò che pacifismo non è.

Occorre chiedersi per quale motivo i (sedicenti) democratici si siano imbarcati in tale ridicola operazione. A riguardo di certezze non ve ne sono molte, ma di sospetti ne abbiamo in abbondanza. Per prima cosa, la necessità di organizzare una manifestazione serve a contrastare l’avanzata del Movimento 5 stelle. Giuseppe Conte – che pure ha sempre sostenuto l’invio di armi – ora si è proposto come capofila dello scetticismo bellico. Posizione piuttosto ipocrita, dato che ancora agli inizi di settembre il nostro dichiarava, al Resto del Carlino, che «i progressi delle forze ucraine sono un’ottima notizia e dimostrano che Kiev – grazie all’enorme afflusso di armi dall’Europa e dagli Stati Uniti – è in grado di respingere l’invasore russo. Per questo abbiamo acconsentito agli aiuti».

La spregiudicatezza di Conte, comunque sia, ha portato frutti, anche perché l’opinione pubblica italiana dall’inizio non sembra proprio entusiasta di continuare a fornire armamenti. Onde non farsi scavalcare a sinistra, il Pd è dovuto correre ai ripari, e ha messo in piedi la sua caricatura di sfilata pacifista che in realtà chiede la prosecuzione del conflitto. Osservando i dem, sembra di notare le stesse contorsioni retoriche a tratti rintracciabili nelle veline statunitensi: si dice che Washington ricerchi disperatamente la pace e sia addirittura irritata con i segmenti del governo Ucraino che non la vogliono, e intanto la guerra prosegue, anzi peggiora.

Al di là dei – poco interessanti – scontri fra progressisti, c’è pure un altro elemento da considerare. Se il Pd riuscirà a rifarsi il trucco e a mascherarsi da partito pacifista, avrà ovviamente bisogno di costruirsi un avversario esplicitamente bellicista. E tale avversario verrà trovato – senza troppa difficoltà – in Giorgia Meloni, la cui passione atlantista non è in dubbio. La sensazione, per farla breve, è che i furbastri dem puntino a lasciare il cerino guerresco in mano alla destra: dopo aver chiamato alla «battaglia per la libertà e per l’Europa», vogliono riciclarsi come difensori della diplomazia e della concordia. Insomma, la fregatura è doppia: il Pd si vende come pacifista senza esserlo davvero per tentare di sfuggire al ricasco politico, inevitabile, della guerra a oltranza.

In tutta questa orrenda pantomima, rimane solo una certezza. Come quando manifestò contro l’aumento delle bollette, ancora una volta il Pd andrà in piazza contro sé stesso.

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