«Quarant’anni anni fa, quando è nato il brand, mentre il mercato della moda era dominato dalle macchine, noi facevamo già tutto a mano», racconta Piero Cividini, ceo e direttore creativo del marchio che porta il suo nome. Siamo a Gorle, prima periferia di Bergamo. Miriam e Piero Cividini, partner da sempre, fin dagli anni ‘80, hanno saputo trasmettere la loro personalità, le loro idee e la conoscenza del prodotto basata su un mix di lavorazioni altamente artigianali e di moderna tecnologia. Il design raffinato e pulito, i materiali pregiati e una manifattura di alta qualità sono i punti basilari della loro filosofia. Tra le ultime novità c’è un’edizione limitata di maglie realizzate con antichi telai a mano.
Maglie uniche, quindi?
«Si replicano ma nessuna è uguale all’altra dato che passano tutte tra le mani delle artigiane, ci sono sempre differenze perché cambia la persona che le lavora. Per la maggior parte è affidato all’estro e in particolare, per quelle dipinte, ognuna ci mette del suo».
Altroché fast fashion, qui, semmai, siamo in pieno slow fashion…
«Non solo moda, ma una cultura della moda che si discosta volutamente dall’effimero e ha l’ambizione di trasmettere alle nuove generazioni il valore e il piacere di un prodotto realizzato con cura e con amore, utilizzando materie prime di qualità e tecniche di produzione lente e rispettose dell’ambiente e del lavoro creativo dell’uomo».
Come si dipinge una maglia?
«Dipende dalla tecnica che viene utilizzata, dall’aerografo ai pennelli fino allo stancil. Si faceva un tempo mentre ora è tutto computerizzato, tutto un altro mondo rispetto a quello che veniva fatto fino a quindici anni fa: quadri di stampa su dei lunghi tavoli, ogni quadro aveva inciso il suo colore, più colori erano più quadri erano, una cosa molto costosa e prettamente artigianale. Oggi si è sostituita con la stampa dei computer in modo industriale. Noi, invece, continuiamo così e in modo ancor più artigianale».
Oggi ci si riempie la bocca di termini come artigianalità, voi avete precorso i tempi…
«È così, e ormai da tanti anni non molliamo le nostre convinzioni. L’idea iniziale era fare cose artigianali mentre imperversava la macchina. Siamo partiti con la macchina della magliaia anni ‘50 e abbiamo fatto tutta l’intera collezione con questo concetto. Il risultato è stato che lo stile e il design avevano un aspetto completamente diverso proprio perché le maglie stesse erano diverse. Questo fu ciò che impressionò e ci aprì le porte di tanti negozi in giro per il mondo».
Mai pensato di industrializzare le maglie?
«Tutto quello che vendiamo non viene fatto così, evidentemente. Altrimenti non saremmo mai andati avanti. Una parte ha mantenuto la caratteristica ufficiale e poi, ultimamente, visto che questo modo di fare è tornato in auge, ne abbiamo proposte di più rispetto a quelle degli ultimi vent’anni dove c’era una parte industriale e una piccola parte artigianale. Quello che non è cambiato in ogni caso è la filosofia con cui noi lavoriamo. Meno tocchi la materia nobile meglio è da un punto di vista del design e dello stile».
In Veneto trova una certa mano d’opera che altrove non c’è?
«Non è questo, ma solo il fatto d’aver cominciato lì e aver fatto crescere negli anni un personale che ormai è formato e non è facile trasportarlo in Lombardia. Senza dubbio anche qui ci sono realtà dello stesso genere, ne conosco alcune, ma sarebbe uno spreco di energie fare un po’ qui e un po’ là».
C’è ricambio generazionale?
«Non è facile, stiamo cercando di formare dando possibilità di lavoro. Il nostro contributo è individuare chi è capace di applicarsi per imparare e dare modo di tirar fuori le sue doti. Le persone con cui lavoriamo fanno parte di micro laboratori, e il sapere artigianale viene tramandato da quelle che ne sanno di più».
Quanti negozi nel mondo?
«Circa 270. In Giappone abbiamo una decina di monomarca nei più noti department store. Negli anni Novanta il paese di massima espansione era la Germania, attualmente il mercato più importante è il Giappone seguito da Corea e Taiwan, sta crescendo molto la Cina e poi Stati Uniti e Australia».
Qual è il valore aggiunto di un vostro prodotto?
«Il nostro cliente ci sceglie perché non vuole essere omologato. Non seguiamo i trend ma solo il nostro naso, facciamo le cose che ci piacciono e quello che vogliamo sottolineare è il nostro modo di pensare i nostri capi».
Ha calcato le grandi passerelle poi ha scelto le presentazioni.
«Sono in parte scelte obbligate. Tutto quello che è successo negli ultimi anni ha messo in crisi tante imprese e se si vuole rimanere sul mercato bisogna essere aziendalmente a posto. Bisogna stare attenti a come spendere i soldi e certi eventi sono stati messi da parte. Ciò non toglie che appena ci si troverà in momenti più rosei tutto possa riprendere come prima. Il presentare la collezione in sfilata è un modo speciale per trasmette un messaggio. Altrimenti tutto diventa più complesso. Riesci dare un’impressione molto precisa di chi sei. ».
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